I generali contro il Vietnam domestico di Trump

I militari fermano il presidente nel suo tentativo di coinvolgere le forze armate nella repressione della proteste.
scritto da GUIDO MOLTEDO
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L’arcivescovo cattolico della capitale federale gli va contro. E anche un ex-presidente, pure del suo partito. E un ex capo delle forze armate. Per non dire di tanti altri – politici, religiosi, militari, imprenditori, sportivi, artisti – che esprimono inquietudine e deplorazione nei confronti di Donald Trump, per la folle gestione delle conseguenze dell’assassinio di George Floyd.

Le immagini forti di un Vietnam domestico che hanno dominato nei giorni scorsi e che ancora aprono notiziari radio-tv e prime pagine, hanno lasciato in secondo piano un altro conflitto, quello tra poteri, che sta diventando il terreno principale di scontro, su cui saranno decisi sia l’esito di questa grave crisi sociale e politica sia i suoi successivi sviluppi in termini elettorali. E su cui sarà decisa la sorte stessa di Trump, non solo nelle elezioni di novembre, ma quella sua personale, specie se non sarà rieletto, con l’eventualità nient’affatto astratta che capiti a lui quel che i suoi fan in adorazione auguravano a Hillary Clinton: finire in galera. Ormai si moltiplicano i segnali che vanno nella direzione di un finale drammatico di questa presidenza.

Nella sfida aperta nei confronti della comunità nera, Trump non arretra, rilancia la sfida, anche se ogni passo che compie nella sua permanente offensiva di propaganda si trasforma in boomerang. La visita, con Melania, al santuario di Giovanni Paolo II, martedì scorso, è uno degli ultimi passi falsi. Wilton Gregory, l’arcivescovo di colore di Washington, legato a papa Francesco, la commenta così: “Trovo sconcertante e deplorevole che un luogo cattolico si presti a essere così grossolanamente sfruttato e manipolato in un modo che viola i nostri principi, principi che ci chiamano a difendere i diritti di tutti, anche di coloro con cui non siamo d’accordo”.

Parole più diplomatiche, quelle di George W. Bush, ma politicamente non meno pesanti, quando afferma che “c’è un modo migliore” per affrontare le conseguenze di una tragedia “angosciante” come quella di Minneapolis: “empatia, impegno condiviso, azione coraggiosa e una pace radicata nella giustizia”. Il presidente delle guerre in Afghanistan e in Iraq, di Guantanamo e Abu Ghraib, non ha certo titoli per impartire lezioni morali e politiche, neppure a un successore come Trump. È stato tuttavia il primo presidente che abbia messo ai massimi livelli dell’amministrazione due neri, Condoleezza Rice e il generale Colin Powell, e anche per questo è tra i pochi repubblicani rispettati dalla comunità africano-americana. Ma soprattutto Bush, pur fuori dei giochi politici, ha una rete che conta ancora abbastanza nel Partito repubblicano, quel tanto che può essere decisivo per la rielezione o la sconfitta di Trump.

Ma la vera spina nel fianco, per il presidente, è il pessimo umore che regna tra i vertici militari, tirati dentro una crisi in cui non intendono trovarsi e per gli effetti collaterali dirompenti di un coinvolgimento dentro un’organizzazione in cui sono già in atto dinamiche interne speculari a quelle in corso nella società civile. Nelle forze armate, del milione e 300.000 militari in attività, il 43 per cento è costituito da neri e latinos, più altre minoranze, con una presenza ai vertici risibile: solo due degli oltre 40 generali a quattro stelle sono neri.

È evidente che l’eventualità di eseguire ordini diretti contro fratelli e sorelle decisi da un presidente in sintonia con il Ku Klux Klan non solo è da escludere ma avrebbe il solo effetto di esacerbare oltre misura una condizione che è già da tempo intollerabile, come testimoniano recenti inchieste giornalistiche sulla disparità e discriminazioni razziali ancora persistenti, per non dire delle caserme ancora intitolate a generali confederali e di navi con nomi di ammiragli razzisti.

L’attesa diffusa tra i militari di colore è che proprio queste vicende che sconvolgono l’America siano l’occasione perché le forze armate facciano arrivare il messaggio chiaro che “non è questa l’America per la quale chiediamo di combattere e sostenere”, come dice al Washington Post, Eric Flowers, colonnello di colore a riposo.

Donald Trump seguito dall’Attorney General William Barr, dal segretario alla difesa Mark T. Esper, dal capo di stato maggiore Mark A. Milley e altri funzionari della Casa Bianca mentre si reca alla chiesa di St. John, lo scorso 1 giugno, dopo che la zona è stata sgomberata dai dimostranti con l’intervento della polizia

Di questo clima decisamente ostile verso Trump si fa interprete il rispettato ammiraglio Mike Mullen [nella foto di copertina] in un intervento su The Atlantic, dal titolo significativo “Non posso stare in silenzio”.

Anche nel mezzo della carneficina a cui assistiamo – scrive l’ex capo di stato maggiore della forze armate – dobbiamo sforzarci di vedere le città americane come casa nostra e il nostro quartiere. Non sono ‘spazi di battaglia’ da dominare, e non devono mai diventarlo. (…) I nostri concittadini non sono il nemico, e non devono mai diventarlo.

Non stupisce che la forte contrarietà degli alti gradi a un “uso politico” delle forze armate arrivi nel centro di comando del Pentagono. Il segretario alla difesa Mark Esper è costretto a dichiarare che i soldati non saranno impiegati per ristabilire “legge e ordine”, come aveva proclamato il commander-in-chief. Il quale, forse consapevole che non potrà contare sui militari, torna ad aizzare i bianchi armati. Ricordando loro, in un tweet, la priorità, nella sua azione, di “tutelare i diritti degli americani ligi alla legge, tra cui i diritti previsti dal secondo emendamento”, che garantiscono detenzione e possesso di armi da fuoco. Un’esortazione subito raccolta: si registra nelle ultime ore un’ulteriore impennata nell’acquisto di armi, già altissima a maggio, con il 78 per cento in più rispetto allo stesso mese di un anno fa.

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I generali contro il Vietnam domestico di Trump ultima modifica: 2020-06-04T00:58:00+02:00 da GUIDO MOLTEDO

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