Come cambia la Corea del Nord

Pergiorgio Pescali è tra i rari giornalisti che hanno conoscenza diretta e approfondita di un paese raccontato dai media sempre secondo gli stessi cliché. Un suo recente libro dà conto del processo dinamico rilevante che sta trasformando rapidamente e profondamente il paese asiatico.
scritto da LUIGI PANDOLFI
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Più che per qualsiasi altro paese al mondo, la comprensione di ciò che accade nella Corea del Nord richiede un esercizio preliminare: scavare diligentemente e in profondità nella coltre di stereotipi, pregiudizi e fake news che da sempre avvolge questo paese. È quello che prova a fare Piergiorgio Pescali, ricercatore scientifico con la passione per il giornalismo e i grandi reportage, con il suo ultimo libro intitolato La Nuova Corea del Nord. Come Kim Jong Un sta cambiando il Paese (Castelvecchi, 2019). 299 pagine, scritte quasi tutte sul posto, che, potremmo dire, colmano finalmente un vuoto, stante il carattere per lo più sensazionalistico e sciatto di gran parte delle pubblicazioni recenti sull’argomento, in Italia e all’estero. 

Beninteso, Pescali non indulge mai nel suo lavoro alla dinamica totalitaria che informa il regime di Pyongyang. Tutt’altro. Piuttosto, sia nella ricostruzione dei principali accadimenti storici – dalla lotta contro l’occupazione giapponese fino alla successione di Kim Jong Un a suo padre –sia nella lettura degli avvenimenti recenti che stanno cambiando il volto del paese, il suo approccio è sempre caratterizzato da rigore scientifico e da una stretta attinenza a fonti attendibili o di prima mano. Un libro denso, dove l’impronta dello scienziato è facilmente percepibile.

Kim Jong Un diventa “leader supremo” della Repubblica Democratica Popolare di Corea dopo la morte del padre, Kim Jong Il, avvenuta il 17 dicembre 2011. La designazione ufficiale a capo delle Forze armate ci fu due giorni dopo il funerale di Jong Il, il 30 dicembre, ma già il 25 dicembre l’organo ufficiale del partito, il Rodong Sinmun, l’aveva definito “Sole del XXI secolo”, esortando gli ufficiali a “divenirne compagni”. Solo più tardi, l’11 aprile del 2012, sarà eletto primo segretario del Partito dei Lavoratori e, due giorni dopo, presidente della Commissione di Difesa nazionale, principale organismo di direzione del paese.

A prima vista potrebbe apparire strano che in un regime a partito unico – in realtà, alle elezioni concorrono anche altri due partiti, il Partito Socialdemocratico di Corea e il Partito Chondoista Chongu di ispirazione religiosa, ma all’interno del Fronte Democratico per la Riunificazione della Patria, controllato ed egemonizzato dal Partito del Lavoro – l’investitura alla guida dello stesso avvenga quattro mesi dopo la nomina a capo delle Forze armate. Invero, la circostanza è assolutamente normale in un paese in cui l’apparato militare ha sempre goduto di una sorta di primazia tra le varie articolazioni del potere statale. Almeno, fino a qualche anno fa. 

Come cambia il paesaggio urbano di Pyongyang, la capitale della Corea del Nord

Fin dai tempi del padre della Patria Kim Il Sung, ma con una radicale accentuazione negli anni della direzione di Kim Jong Il, l’esercito è stato il vero baricentro del potere in Corea del Nord. E non solo per un’esigenza di difesa da possibili attacchi provenienti dall’esterno. Soprattutto con il secondo, negli anni Novanta, l’investimento massiccio sull’esercito servì prioritariamente a puntellare il potere del partito e quello del suo clan familiare.

Il regime di Pyongyang – scrive Pescali – guardava con grande attenzione e un pizzico di preoccupazione il crollo del Muro di Berlino, il linciaggio e l’esecuzione dei coniugi Ceausescu, la dissoluzione della Jugoslavia. Tutto questo, secondo la leadership nordcoreana, non sarebbe potuto accadere se i militari non si fossero discostati dalla linea del partito.

Ne derivò una “fusione” tra partito e forze armate, con quest’ultime che iniziarono a godere del “pieno accesso al sistema produttivo, ai centri di distribuzione degli aiuti alimentari e sanitari e nei meandri del potere”. Se da un lato l’ideologia ufficiale del Juche aveva posto a fondamento dell’agire collettivo il principio secondo cui “l’uomo è l’unico responsabile del proprio destino”, che riferito al paese intero si era tradotto, negli anni, nell’esaltazione della capacità dello stesso di affrontare tutte le sfide, sia economiche che militari, contando sulle proprie forze, dall’altro il rafforzamento della dottrina del songun (“Prima l’Esercito”) andava a subordinare l’intera vita della nazione agli interessi, non solo di carriera, dei vertici delle forze armate. Inutile sottolineare che a pagare il prezzo di questa scelta sono stati, per oltre un ventennio, la popolazione e la capacità del sistema economico di corrispondere ai mutati bisogni della stessa. Oltre che la stessa efficienza dell’apparato di difesa. 

A quanto pare, Kim Jong Un avrebbe avuto chiaro fin dall’inizio che le cose non potevano più continuare a quel modo.

Aveva intuito che la politica del songun, anziché rafforzare militarmente il Paese, lo aveva indebolito in modo allarmante,

indebolendo di pari passo, fino allo sfinimento, l’economia civile.

Era inutile – sottolinea ancora l’autore – avere un esercito numericamente potente con un milione di effettivi [e migliaia di carri armati e pezzi d’artiglieria] se poi la maggior parte di questo apparato era inutilizzabile perché tecnologicamente obsoleto.

Bisognava cambiare tutto. Meglio investire nella tecnologia nucleare e nei missili intercontinentali, più funzionali all’obiettivo della deterrenza, sì da liberare, al tempo stesso, risorse preziose per lo sviluppo economico e produttivo del paese. Era venuto il momento che il songun cedesse il passo a una nuova dottrina strategica: il byunjin (“sviluppo parallelo”). Lo sviluppo dell’apparato di difesa imperniato sull’atomica doveva camminare parallelamente allo sviluppo dell’economia civile, dei servizi essenziali e dei consumi interni. Consolidato il proprio potere nel Partito e negli apparati dello Stato, Kim Jong Un si dedicherà quindi con grande caparbietà al raggiungimento di questo obiettivo. Con innegabili successi, sia sul piano della diplomazia che su quello del miglioramento delle condizioni di vita del popolo. 

Oggi la Corea del Nord, nonostante le sanzioni, è un paese in rapida trasformazione economica, con più libertà – un po’ meno restrizioni – riconosciute ai cittadini. Il nuovo corso ha puntato tutto su ricerca, innovazione, apertura condizionata al mercato. Le nuove università, anche quelle istituite con fondi privati, sfornano non solo ingegneri, agronomi e biologi, ma anche tanti economisti ed esperti di management. Il settore immobiliare, soprattutto nella capitale, è diventato la fonte di grandi giri d’affari, mentre si assiste un po’ ovunque al fiorire di piccole attività private, come ristoranti, bar, pub, discoteche, negozi di accessori e beni alimentari.

Nelle campagne, al posto dei supermercati e dei centri commerciali, si sono ulteriormente sviluppati i golmokjang (mercatini non autorizzati, ma tollerati) e i jangmadang (mercatini locali autorizzati), già attivi negli anni della grande carestia della seconda metà degli anni Novanta. I contadini, oggi, possono trattenere dal trenta al sessanta per cento del raccolto e rivenderlo sulle loro bancarelle. Lo Stato continua ad assicurare il minimo vitale e i servizi di base, ma l’ottanta per cento delle entrate delle famiglie proviene ormai da attività proprie, che contribuiscono dal trenta al cinquanta del Pil del paese.

Biciclette elettriche, auto private e smartphone sono ormai parte integrante del paesaggio urbano nordcoreano, come nel resto del mondo, mentre cresce il numero dei cittadini che fanno shopping con la carta di credito. Protagoniste assolute di questo cambiamento sono le donne, le più attive nel commercio al dettaglio e nelle attività ricettive. Anche il sistema sanitario sta dando segnali di ripresa, come dimostrano, tra gli altri, i dati forniti da agenzie internazionali sulla letalità delle principali malattie trasmissibili.

A differenza di quanto appaia dai resoconti giornalistici, [la Corea del Nord] è uno dei Paesi dove i cambiamenti sociali, economici e finanche politici, ribollono continuamente sotto uno strato di visibilità solo apparentemente calmo,

scrive l’autore nella prefazione al volume.

C’è, in ogni caso, una lezione che bisogna ricavare dal libro di Piergiorgio Pescali: in Corea del Nord le cose sono un tantino più complesse che da noi. Ad esempio, si può lanciare un missile in aria anche per spingere le riforme economiche all’interno. 


Come cambia la Corea del Nord ultima modifica: 2020-06-05T16:08:05+02:00 da LUIGI PANDOLFI

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