La battaglia per l’anima dell’America

Le proteste per l’omicidio di George Floyd hanno ridefinito il perimetro della corsa alla Casa bianca. Ora lo slogan di Joe Biden ha davvero un senso ma, da qui a novembre, gli interrogativi restano tanti, a partire dal nome del vice che affiancherà il candidato Dem.
scritto da MATTEO ANGELI
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Donald Trump termina il suo primo mandato nel peggior modo possibile, con una pandemia che ricorda l’influenza spagnola del 1918, una crisi economica che fa pensare alla grande depressione e proteste razziali che rimandano alle rivolte del Sessantotto. Il presidente, alle corde, sembra disposto a giocare la carta del law and order, del pugno duro, fino in fondo. È il solito mix di narcisismo e insulti: si diverte a sbeffeggiare l’avversario, “sleepy Joe”, Joe l’addormentato – come l’ha soprannominato – che a suo dire in quarant’anni di politica non avrebbe fatto nulla e sarebbe un debole, incapace di piegare quelli che chiama “anarchici, saccheggiatori e teppisti”.

Ma, contrariamente a quanto vorrebbe far credere Trump, Joe Biden s’è svegliato. Eccome! La triplice crisi che ha investito il paese ha portato anche i più scettici a riconoscere l’enorme prezzo che si è costretti a pagare quando si dà il potere a un uomo – Trump – che prova solo disprezzo per tutto ciò che è esperienza di governo.

Quante morti si sarebbero potute evitare se a gestire il coronavirus ci fosse stato qualcun altro? Immediatamente, i quarant’anni di carriera politica di Biden non sono più un fardello, ma una risorsa preziosa. Joe sa come affrontare una crisi sanitaria o economica: da vicepresidente ha gestito le epidemie d’Ebola (2014) e d’influenza suina (2009) e coordinato il piano d’aiuti per far ripartire l’economia dopo la recessione del 2008.

Soprattutto, la rabbia e lo sdegno che attraversano l’intero paese per l’omicidio di George Floyd danno finalmente un senso a quello che è stato fin dall’inizio il messaggio del candidato democratico, ovvero “We are in a battle for the soul of the nation”, “stiamo combattendo una battaglia per l’anima della nazione”. Biden ha ripetuto a ogni piè sospinto questo concetto, che fino a poco tempo fa sembrava poco più d’un vuoto contenitore, fabbricato a tavolino per apparire il più inclusivo possibile.

Da una settimana a questa parte, però, è chiaro ormai a tutti qual è “l’anima della nazione” a essere in pericolo: è l’America cosmopolita, multirazziale, dove le lotte delle minoranze non sono crociate settarie condotte, a seconda dei casi, solo da donne, neri, latinos o gay, ma riguardano tutti, perché fanno parte d’un disegno più grande, che contribuisce a definire il modello di vita americano.

Il bus della campagna di Biden reca la scritta “Battle for the soul of the nation”, “battaglia per l’anima della nazione ”

La rinomata empatia di Biden, il suo apparire come un brav’uomo, razionale, fa di lui in questo momento il perfetto anti-Trump. Mentre il presidente attuale vuole disciplinare il popolo – sedando le proteste con la forza – Joe promette d’ascoltare e servire i suoi cittadini. E di condividere la loro sofferenza. A questo proposito, qualche giorno fa, intervenendo pubblicamente a Philadelphia, Biden ha ricordato:

Come molti di voi, so cosa vuol dire soffrire. Le mie perdite non sono le stesse subite da tanti. Ma so come ti senti quanto pensi di non poter più andare avanti. Solo alcuni giorni fa, era il quinto anniversario della morte di mio figlio Beau.

Beau Biden era il figlio maggiore del candidato democratico, morto di cancro, a quarantasei anni, nel 2015.

La promessa di Joe Biden – l’essere il presidente di tutti – a prima vista potrebbe sembrare non abbastanza ambiziosa per entusiasmare l’ala progressista del partito ma, in questo momento profondamente polarizzante, assume un valore particolare, soprattutto se comparata alla gestione che ha contraddistinto il presidente in carica, il quale non ha mai fatto mistero di governare solo per quelli che lo hanno eletto.

Con Trump che getta benzina sul fuoco delle divisioni, Biden non può permettersi di fare il gioco dell’avversario. Il suo messaggio non deve parlare solo alla base del partito o a chi è nelle piazze, ma anche ai tanti americani che sono preoccupati dei danni e dalla violenza provocati da una minoranza di manifestanti. Per questo, mentre Trump punta su paure e divisioni, Biden fa esattamente l’opposto, promettendo stabilità e unità.

In questi mesi e settimane, il contesto in cui si muovono i due sfidanti è quindi profondamente cambiato, tutto a favore del candidato dei Dem, che ora, forse per la prima volta, appare davvero come la persona giusta al posto giusto. Lo testimoniano anche i sondaggi. A livello nazionale l’ex vicepresidente è davanti di sette punti percentuali – un aumento di tre punti solo nelle due ultime settimane.

Biden sorpassa Trump in una serie di stati in bilico: 46-42 in Arizona, 45-43 in Ohio, 49-40 in Wisconsin, 48-45 in Florida, 48-46 in Michigan e 46-45 in North Carolina. In Texas, poi, il presidente in carica precede l’avversario solo d’un punto percentuale. Decisivi nella battaglia presidenziale saranno quindi alcuni stati del sud e della rust belt, la “cintura della ruggine”.

Chris Cilizza di Cnn ha fatto un calcolo interessante a proposito, che permette di comprendere appieno il ruolo che giocheranno questi stati. Per vincere, Trump ha bisogno di almeno duecentosettanta grandi elettori. Se a novembre conserva tutti gli stati che ha vinto ma a) perde il Texas; b) perde Michigan, Pennsylvania e Wisconsin; c) perde Arizona, Michigan e Pennsylvania; d) perde Ohio, Michigan e Wisconsin; e) perde Arizona, Ohio e Wisconsin; in tutti questi casi, il risulto sarà sempre lo stesso: vincerà Biden.

Di qui all’autunno, però, può ancora tutto cambiare. Quel che è certo, i due schieramenti saranno entrambi obbligati a modulare il loro messaggio e scegliere bene in quali stati spendere di più in pubblicità, perché contemporaneamente alle presidenziali si votano anche il rinnovo della camera del rappresentanti e del senato. In particolare, per quanto riguarda il rinnovo del senato, la partita è estremamente aperta in sei swing states – decisivi anche rispetto alla corsa per la Casa bianca. Si tratta di Michigan, Arizona, Georgia, North Carolina, Colorado, e Maine.

Biden, la cui base elettorale è costituita dalla classe operaia e dalla vecchia coalizione democratica, dovrà trovarsi una spalla capace di coprirlo per quanto riguarda gli stati del sud e soprattutto la comunità africano americana, decisiva per consegnare ai Dem la vittoria.

Dopo le manifestazioni per l’omicidio di George Floyd, Val Demings, ex capo della polizia d’Orlando e deputata per la Florida, è salita nel toto-nomi relativo a chi sarà la vice di Biden.

Da tempo il candidato democratico ha detto che sceglierà una donna. Ora, dopo l’ondata d’indignazione in seguito all’assassinio di George Floyd, la lista delle papabili si restringe non poco: la candidata vice-presidente sarà quasi inevitabilmente un’esponente della comunità nera. Gli altri criteri di selezione: dovrà essere almeno un po’ liberal – per bilanciare il moderato Biden –, avere un’esperienza politica di rilievo e, soprattutto, passare indenne dal processo di vetting, con cui ne verrà vagliato il passato, per assicurarsi che non ci siano scheletri nell’armadio.

Biden conta d’annunciare il nome del vice a inizio agosto, due settimane prima della convention democratica, che è prevista a partire dal 17 agosto, a Milwaukee, nel Wisconsin. Per il momento, le candidate che soddisfano tutti i criteri si contano sulle dita d’una mano.

L’indiscussa favorita è Kamala Harris, senatrice della California, cinquantacinque anni, già procuratrice generale del Golden state dal 2011 al 2017. Con una grande esperienza alle spalle, d’una generazione più giovane di Biden, in prima linea contro qualunque forma di razzismo, omofobia e xenofobia, Harris sembra avere le carte per mettere tutti d’accordo. Ciononostante, ci sono almeno due ragioni importanti per cui alla fine potrebbe non spuntarla. Primo, durante le primarie democratiche ha massacrato Biden: scegliere Harris vorrebbe quindi dire offrire a Trump, su un piatto d’argento, la possibilità di denunciare pubblicamente, a suon di spot, l’incongruenza. Secondo e forse più importante: le viene recriminato d’esser stata un procuratore generale “di ferro”, con la mano dura nei confronti di classi popolari, neri e ispanici.

Subito dietro a Harris, la rivolta contro l’omicidio di Floyd fa aumentare le quotazioni di Val Demings, sessantatré anni, membro della camera dei rappresentanti per lo stato della Florida, che è stata impeachment manager nel processo contro Donald Trump e, soprattutto, prima donna capo della polizia della città d’Orlando.

Di fronte alla protesta contro la violenza della polizia, visto il suo passato nella categoria, Demings s’è imposta come una tra le voci più autorevoli, rivolgendosi pubblicamente ai suoi ex colleghi con un “fratelli e sorelle in tuta blu, cosa diavolo state facendo?”.

A due mesi dall’ufficializzazione del nome del vice, tutto può ancora accadere. Tuttavia, è importante tener vivo questo dibattito perché esso contribuisce a dare concretezza alla narrativa di Biden. Se sceglierà una donna nera, non solo farà la storia – finora nessuna donna africano americana è mai stata inclusa in un ticket presidenziale – ma manderà anche un messaggio chiaro alla comunità nera, riconoscendo l’importanza di darle voce ai massimi livelli.

Questo è forse il modo più concreto che in questo momento Biden ha per salvare “l’anima dell’America”.   

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La battaglia per l’anima dell’America ultima modifica: 2020-06-06T11:19:02+02:00 da MATTEO ANGELI

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