Luigi Brugnaro: le mie prigioni

Il sindaco di Venezia predispone la costruzione di “celle destinate a ospitare gli ubriaconi e i piccoli delinquenti che ammorbano la città”. L’idea, che non ha base di legittimità, irrita il corpo dei vigili, sempre più costretti a compiti propri delle forze dell'ordine dello stato.
scritto da ENZO BON
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Delle prigioni di Venezia e della loro descrizione abbiamo illustri esempi letterari: basti pensare alla Histoire de ma fuite des prisons de la République de Venise qu’on appelle les Plombs, di Giacomo Casanova; oppure a Le mie prigioni, di Silvio Pellico, dove il patriota, nella prima parte del libro, racconta appunto la sua detenzione nelle carceri veneziane. Per non parlare poi degli innumerevoli graffiti che troviamo visitando gli angusti spazi di Palazzo Ducale adibiti a prigione (i pozzi e i piombi), e che ci raccontano, come una sorte di tragico fumetto, i momenti di disperazione, di speranza, di desiderio di libertà dei prigionieri.

Sarà sicuramente grazie a tali conoscenze letterarie che il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, si è ultimamente ispirato per far costruire – negli spazi del Tronchetto che saranno adibiti a nuova caserma della Polizia municipale – delle celle. Intendiamoci: nelle caserme dei vigili ci sta che vi sia una stanza adibita a “contenimento” per chi deve essere identificato in sicurezza o trattenuto su disposizione del pubblico ministero. Ma, evidentemente l’ispirazione letteraria ha fatto sì che il sindaco, in una lunga intervista concessa a Mario Smiderle e pubblicata sul Il Giornale di Vicenza domenica 7 giugno, dichiari:

Qui stiamo costruendo le celle destinate a ospitare gli ubriaconi e i piccoli delinquenti che ammorbano la città. La mia idea è quella di istituire un giudice di pace penale autorizzato a emettere provvedimenti restrittivi per brevi periodi, fino a un massimo di dieci giorni.

Il testo virgolettato, e quindi fino a prova contraria da attribuirsi letteralmente a Brugnaro, ha fatto sobbalzare parecchie persone in città e non solo, anche perché queste celle, che non sono una ma più d’una, a capire dall’uso del plurale, sono costruite, sempre per bocca del primo cittadino, nei sotterranei del fabbricato del Tronchetto che ospiterà appunto la caserma della polizia locale e la famosa smart room, cioè una sorta di centrale operativa dove convoglieranno, supponiamo, i sistemi di videosorveglianza della città, la centrale radio Tetra, la sala di telepresenza e altre amenità tecnologiche di ultima moda. 

Ma parlare di celle sotterranee (che saranno sicuramente a norma e ospitali, ci mancherebbe) riporta alla mente di molti, oltre ai ricordi letterari prima citati, anche e soprattutto un senso di sconcerto, non fosse altro per i termini usati che dimenticano tutti i dibattiti sul trattamento umano e sulla giustizia della pena da riservare ai carcerati. Ma anche tralasciando questi sentimentalismi, chi saranno gli ospiti di queste celle? Ce lo spiega il sindaco: gli ubriaconi, i molesti, i piccoli delinquenti che ammorbano la città. Si noti il termine ammorbare, che significa, secondo la Treccani, rendere malsano, infettare, appestare, inquinare, contaminare. Mai termine è stato più appropriato, potremmo tragicomicamente dire, in questo tempo di coronavirus, per identificare un gruppo di persone evidentemente non gradite al primo cittadino.

Che però dimentica, e qui sta la tragicità della cosa, che la Polizia locale non può arrestare chi è ubriaco o disturba o anche ruba, come in una sorta di film western, dove lo sceriffo entra nel saloon, spara un po’ di colpi in aria, ammanetta gli indisciplinati e li trasferisce, spesso a calci nel sedere, nelle prigioni del villaggio. Forse questo è il sogno di Brugnaro e di molti sindaci-sceriffi che via via si sono palesati nel nostro paese. Ma è appunto un sogno, che il legislatore non permetterà mai, almeno finché vige la Carta costituzionale. Infatti la Polizia locale può fermare un individuo che ha commesso un reato in flagranza o che manifesta atteggiamenti pericolosi per sé e/o per gli altri e lo può condurre alla centrale, fermandolo solo per il tempo necessario alla perquisizione, all’identificazione, alla fotosegnalazione e ad altri eventuali controlli di polizia. Oppure, informato il pubblico ministero di turno, che autorizza, lo può trattenere, ad esempio, fino all’udienza di convalida dell’arresto o del fermo. Ma la custodia dell’arrestato o del fermato deve sempre e comunque essere autorizzata dal magistrato, che la dispone assicurandosi che l’individuo sia ospitato in “idonee strutture a disposizione degli organi di polizia” come prescrive l’art. 588 c.p.p. al comma 4bis. Non si parla quindi di camere di sicurezza né, tantomeno, di celle (né di celle sotterranee).

Queste espressioni, usate da Brugnaro e da altri suoi colleghi, sono indubbiamente fuorvianti e disinformano l’opinione pubblica sulla reale capacità dei sindaci di schierare la Polizia locale come se fosse un piccolo esercito a disposizione del primo cittadino. Al quale esercito si possono ovviamente assegnare strumenti che servono più come cartina da tornasole per i creduloni che per reali utilità pratiche: droni, per pilotare i quali servono corsi disposti dall’Enac ed estremamente costosi; taser, che non saranno mai usati, sia per le difficoltà e le pericolosità operative sia per i grossi rischi in termini di responsabilità degli agenti; quad da usare nelle spiagge per inseguire chissà che pericolosi figgitivi, possiamo immaginare i vucumprà; mitragliette Scorpion, che fanno tanto figo ma che in realtà sono state progettate per le unità speciali dell’esercito, in ragione dell’estrema manegevolezza e adattabilità d’uso; corsi su come operare intercettazioni telefoniche ecc. Tutto questo, ovviamente, con un notevole costo del bilancio comunale, cioè dei soldi dei contribuenti, quindi di tutti i veneziani. È servito e servirà tutto questo a dare maggiore sicurezza alla città? Lo dubitiamo, visto che, appunto, stiamo parlando del libro dei sogni e che altre sono le forze in campo quando si parla di lotta alla criminalità, ma anche alla microcriminalità e al degrado urbano.

È, come dicevamo prima, un mantra ripetuto da Brugnaro e dai sindaci sceriffi: giocare con le parole per attivare i sentimenti della pancia dell’elettorato, quello più facile da convincere, più incline a chiedere l’intervento dell’uomo della provvidenza piuttosto che dell’amministratore accorto. 

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Luigi Brugnaro: le mie prigioni ultima modifica: 2020-06-09T18:54:34+02:00 da ENZO BON

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1 commento

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Barbara 10 Giugno 2020 a 10:29

Vorrei aggiungere, alla lucida analisi di Enzo Bon, che impiegare la Polizia Locale al contrasto della microcriminalità distoglie forze e risorse dai compiti precipui, specifici del corpo sugli illeciti amministrativi come il controllo della velocità dei mezzi nautici per contrastare il moto ondoso, plateatici, autorizzazioni edilizie e commerciali, le violazioni in campo ambientale dove gli illeciti sono particolarmente gravi e pericolosi (reparto che è stato smantellato dall’inizio del suo mandato).

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