Cafu, il sorriso del “Pendolino”

Il brasiliano, uno dei più forti terzini destri di tutti i tempi, compie cinquant’anni. È l’unico giocatore nella storia del calcio ad aver disputato consecutivamente tre finali del campionati del mondo. Vincendone due.
scritto da ROBERTO BERTONI

Marcos Evangelista de Moraes, per tutti Cafu, novello cinquantenne, è stato uno dei terzini più simpatici e più forti di sempre. Soprannominato il “Pendolino” per le sue cavalcate sulla fascia destra, degno erede delle grandi ali brasiliane, possedeva la tecnica dei fuoriclasse e una discreta capacità difensiva, oltre a saper dirigere il reparto arretrato con innata autorevolezza, tanto nei club quanto in nazionale. Non a caso, il nostro ha disputato tre finali dei Mondiali consecutive (neanche Pelé c’era riuscito), vincendone due e fallendo unicamente quella del ’98, nella tragica notte di Saint-Denis, con un Ronaldo in condizioni pietose e, dall’altra parte, uno Zidane in stato di grazia, autore di una doppietta che confermò la grandezza della nuova Francia multiculturale e multietnica.

Cafu con Francesco Totti

Per il resto, è stata solo gloria. Tre finali, come detto, due vittorie e innumerevoli consensi. A Pasadena, nel ’94, s’impose il Brasile operaio dei Taffarel e dei Dunga, comunque corroborato dall’arte pallonara degli incontenibili Romario e Bebeto. Nel 2002 prevalse il Brasile globale dei campioni assoluti: Ronaldo, Rivaldo, Ronaldinho e, per l’appunto, Cafu, Roberto Carlos e gli altri alfieri del magnifico calcio europeo di quegli anni. Vinse persino con la Roma: quella di Totti e Batistuta, l’ultima grande Roma targata Sensi e Capello, dispensando gioia per molte domeniche e togliendosi la soddisfazione di un’irridente danza acrobatica a base di sombreri ai danni di Nedved, in cui sembrava davvero che avesse il pallone incollato agli scarpini.

Del resto, come tutti i fenomeni, anche Cafu riusciva a rendere semplici giocate ai limiti dell’impossibile, facendo apparire naturale ciò che per quasi chiunque altro sarebbe stato sovrannaturale. Poi andò al Milan, e anche in rossonero visse anni di grazia, conquistando un altro scudetto, nel 2004, e la Champions ad Atene nel 2007, innervando una difesa che poteva contare su personalità del calibro di Nesta, Maldini, Costacurta e Stam. Una gioia per gli occhi e per il cuore, il compagno ideale, l’amico che tutti vorrebbero avere, un giocatore di altissimo livello ed esperto come pochi che, tuttavia, non faceva mai sentire, specie ai più giovani, il peso del suo essere un mito plurivincitore di tutto.

Quando correva Cafu, si aveva l’impressione che gli altri fossero fermi, e non lo erano. Sapeva usare i piedi come un brasiliano e aveva acquisito i fondamentali tattici propri degli europei e del calcio italiano in particolare. Ha detto basta al momento opportuno, alle soglie dei trentotto, quando ormai aveva dato tutto ciò che c’era da dare e capito che il prosieguo non sarebbe stato all’altezza del suo glorioso passato.

Un’intelligenza da ragioniere nel corpo di un ballerino, un Garrincha con la testa a posto, quasi un ossimoro, un brasiliano tipico per la meraviglia che sapeva distillare e atipico per la sua incredibile costanza, il suo senso della disciplina, la sua capacità di adattamento. Cafu, insieme ad Aldair, è stato il capostipite dei brasiliani europeizzati. Ci ha rimesso la poesia, perché sembrano quasi dei robot, ma senz’altro ci hanno guadagnato tutte le squadre che hanno avuto la fortuna di averli fra le proprie fila. Hanno imparato persino a perdere, e male, senza farne una tragedia.

Piaccia o meno, è il Ventunesimo secolo, di cui Cafu è stato uno dei simboli e dei punti di riferimento. Negli anni Dieci si è concretizzata la rivoluzione guardiolista ma il Pendolino si era già ritirato. Sarebbe titolare ovunque anche adesso: è sempre stato anni luce avanti. Testa italiana, cuore europeo e piedi brasiliani: se esistesse la perfezione, ci sarebbe andato molto vicino.

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Cafu, il sorriso del “Pendolino” ultima modifica: 2020-06-10T11:04:21+02:00 da ROBERTO BERTONI

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