L’altra pandemia

Il progetto fotografico PandemicA racconta questo periodo dal punto di vista femminile.
GIUDITTA PELLEGRINI
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Alcuni epidemiologi hanno comparato le pandemie a degli specchi, da cui affiorano le contraddizioni delle nostre società. Ne sono diventate testimoni durante il lockdown le pareti delle case, per chi ne aveva una, rivelandosi alcove dorate per qualcuno e trappole per altri. Ma piuttosto che nell’estraneità del dover restare chiusi in casa, in cui saggiavamo sfide e benefici di una forzata inazione, forse è proprio ora che ce ne rendiamo meglio conto, in una fase due che ci ha lasciati soli con le disuguaglianze. 

Il genere femminile, per esempio, che da sempre vive il costante tentativo di venire relegato a una condizione di subalternità e di scarso riconoscimento del proprio operato, si è trovato ancora una volta al cospetto di non poche avversità, che si sono sommate a quelle del quotidiano vivere e che non si esauriscono con la fine della quarantena. 

In questo periodo la difficoltà che le donne sperimentano nel conciliare la cura della comunità con quella dei propri cari è stata simbolizzata dal lavoro di infermiere, OSS, addette alle pulizie, per l’80% donne e che nei giorni più cupi dell’epidemia si sono trovate a dover gestire orari incrementati e lavoro ad alto rischio, spesso rinunciando alla vicinanza con i propri cari o dovendo cercare una difficile mediazione per mantenerla. 

La chiusura delle scuole si è riversata con forza sulla spalle delle madri, per le quali lo smartworking ha significato forse l’estrema sintesi della condizione lavorativa femminile, consumata mentre si bada a figli, casa e lezioni online. E nonostante le battaglie su questo tema, le testimonianze parlano chiaro: in famiglia se qualcuno deve rinunciare al proprio lavoro per badare ai bambini nella stragrande maggioranza dei casi è ancora la donna. 

Anche vedersi negare le visite agli affetti se non riconosciuti nel quadro della famiglia normata è stato un grande passo indietro, per non parlare dell’aumento delle violenze domestiche nel periodo del lockdown, come riportano i centri antiviolenza, che non hanno smesso di prestare i loro servizi, ma anzi li hanno potenziati. 

È a questa complessità che il progetto fotografico PandemicA, racconto corale per immagini, vuole dare voce, a partire dal sentire incarnato che lo sguardo femminile sa naturalmente interpretare e che anche nel racconto del Covid-19, come spesso accade nella narrazione storica, rischia di essere messo in secondo piano.

La successione di ritratti scattati da fotografe ritrae donne di differenti età, nazionalità e contesti, accompagnati dalla loro testimonianza su come hanno vissuto la pandemia e costruisce un mosaico, una tessitura organica che dialoga direttamente con chi l’osserva, chiedendo di essere ascoltata. L’obiettivo è quello di offrire, attraverso il linguaggio fotografico di genere, un’opportunità di riflessione e dialogo sulla pluralità di visioni, e sull’importanza fondamentale che questa dovrebbe rivestire in una società che voglia davvero migliorarsi.

Il progetto è nato dalla collaborazione fra la giornalista e fotografa Giuditta Pellegrini e la Casa delle Donne di Terni, si avvale della partecipazione della designer e photo editor Elena Chiocchia e della fotografa e photo editor Sara Casna ed è aperto alla partecipazione di altre donne e fotografe.

Le fotografe che vogliono partecipare, con fotografie che ritraggono altre donne o in prima persona attraverso l’autoritratto, possono scrivere a pandemica2020@gmail.com.

Pagina fb: https://www.facebook.com/pandemica2020/ 

Instagram: https://www.instagram.com/pandemica_2020/?hl=it 

L’altra pandemia ultima modifica: 2020-06-12T16:59:57+02:00 da GIUDITTA PELLEGRINI

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