17 giugno 1970. Un calcio alla guerra e al dopoguerra

L’epica notte messicana del 4-3 degli azzurri contro l’undici tedesco segnò la fine di un’epoca, con una nuova generazione che, come ha scritto Nando Dalla Chiesa, “andò all’attacco e vinse”.
scritto da ROBERTO BERTONI

Non fu una notte qualsiasi, quella notte. Fu la notte per eccellenza, la notte delle notti, l’epopea di una generazione che, come ha scritto Nando Dalla Chiesa, “andò all’attacco e vinse”. Nulla fu normale in quell’occasione, a cominciare dai nomi di alcuni marcatori: Burgnich e Schnellinger, due difensori che raramente in vita loro avevano superato la metà campo e che invece quella volta osarono ciò che non avevano mai osato, su quell’altura messicana che affaticava il respiro e rendeva possibile l’impossibile.

Del resto nulla poteva essere normale in una partita che vedeva contrapposte le ex potenze alleate che poi erano diventate nemiche. Nulla poteva essere normale quando ad affrontarsi erano i figli della ricostruzione e quelli della Germania ridotta allo sfacelo, con un tecnico, Helmut Schön, che era nativo di Dresda, ossia della città in cui il giovedì grasso del ‘45 erano state uccise in un bombardamento quasi centomila persone, compresi i bambini che festeggiavano il carnevale vestiti da Pierrot. Schön, un uomo nato a Est e incaricato di regalare gloria all’Ovest: il Secolo breve è stato anche questo, un caleidoscopio di emozioni e di tragedie.

E che dire di Gigi Riva, artefice, pochi mesi prima, del primo e unico scudetto del Cagliari, lui orfano di madre, figlio di Leggiuno, Lombardia profonda, costretto a trasferirsi in Sardegna con le lacrime agli occhi e poi adottato da una terra agra che l’elevò a simbolo, icona, punto di riferimento? Che dire di quella sua costante malinconia, di quei suoi pugni chiusi nell’esultanza, del suo pensiero sempre rivolto alla mamma, e di Martellini che lo spingeva come se potesse condizionarne la corsa e il tiro al momento del 3 a 2? Quella notte tutto era diverso perché i padri di quei ragazzi appartenevano alla generazione cui era stato chiesto di morire per Danzica, la generazione che era stata partigiana, che aveva combattuto sui monti ma anche la generazione che era stata repubblichina a Salò ed era stata alleata dei nazisti nel compiere crimini efferati. I ragazzi in campo, ad esempio Boninsegna, in alcuni casi erano nati sotto le bombe, in altri, ad esempio Mazzola, avevano patito sulla propria pelle la tragedia di Superga, autentico dramma nazionale ben al di là dello sport. Era diverso perché i ventenni d’allora avevano conosciuto le ristrettezze del dopoguerra, i soldi che scarseggiavano, le privazioni ma anche la dilagante voglia di vivere, di ricostruire, di tornare a sorridere dopo l’abisso.

Quella notte s’incontrarono i racconti dei padri e le speranze dei figli. I padri che ancora ricordavano la visita di Hitler in Italia, che avevano cantato Lilì Marleen marciando su un qualche fronte, che erano andati a “spezzare le reni alla Grecia”, avevano visto i propri compagni di battaglia cadere a Cefalonia vittime della ferocia nazista o erano tornati miracolosamente vivi dalla ritirata di Russia. I padri che erano stati le gavette di ghiaccio di Bedeschi o avevano sentito lo stesso odore di erba gelata di Rigoni Stern. I padri che, sul versante tedesco, avevano assistito al tracollo di Weimar, al rogo del Reichstag e dei libri, alle fastose Olimpiadi di Berlino del ‘36, alla predicazione relativa allo “spazio vitale” da conquistare e all’infamia perpetuata ai danni degli ebrei.

I padri di quei ragazzi erano cresciuti nella Germania che sognava il Reich millenario e realizzava l’orrore della notte dei cristalli e dei lager, nella Germania uscita distrutta e divisa, con la bandiera rossa dell’Unione Sovietica piantata sul Reichstag di fronte alle macerie di una Berlino sfinita, nella Germania che nel ‘50 non era stata ritenuta indegna di partecipare ai Mondiali ed era dovuta ripartire da zero. I padri, tornando al versante italiano, che avevano costruito il miracolo del boom e del benessere, lavorando sodo e regalando ai figli la prospettiva di un avvenire sereno. Spiravano forti i venti sessantottini.

L’Europa era attraversata dal desiderio di rivoluzione della prima generazione che si sentiva sicura di un futuro di pace e, giustamente, dopo aver ottenuto il pane, chiedeva anche le rose e pure il mondo del calcio era stato investito da questo repentino cambiamento. Due anni prima, alcuni dei protagonisti di quella notte avevano fondato l’AIC (Associazione Italiana Calciatori): un sindacato messo in piedi con l’aiuto dell’avvocato Sergio Campana, ex centravanti del Lanerossi Vicenza e del Bologna, per tutelare soprattutto i più deboli, coloro che mai avrebbero raggiunto le luci della ribalta e, per questo, spesso erano spesso pagati in ritardo o non pagati proprio, specie se la squadra andava male.

A trent’anni esatti dal trionfo francese della Nazionale di Pozzo, nel ‘68, il friulano Ferruccio Valcareggi aveva riportato gli Azzurri a vincere un trofeo: l’Europeo casalingo conquistato a Roma in una finale ripetuta per via del pareggio della prima partita, restituendo fiducia e prospettive a un calcio uscito a pezzi dalla disfatta inglese del ’66, quando naufragammo a causa di un coreano del nord, Pak Doo Ik, il cui gol costò al commissario tecnico Fabbri le dimissioni e una raffica di insulti che lo avrebbe accompagnato fino alla morte. 

È inutile star qui a parlare della staffetta “politica” fra Mazzola e Rivera. Molto più interessante è ricordare cos’ha rappresentato, per il nostro Paese, quella notte da batticuore all’Azteca, in una nazione che due anni prima aveva ospitato una delle edizioni olimpiche più belle e discusse, precedute dal massacro degli studenti in lotta contro il governo nella Plaza de las tres Culturas a Tlatelolco. Sulle alture messicane, i ragazzi di zio Uccio, i figli della disfatta e della voglia di rinascere, i baby boomer, come diremmo oggi, lottarono per trasferire su un campo di calcio, dunque in terra di pace, un conflitto che trent’anni prima ci era costato innumerevoli lutti e lo strazio di barbarie come le Ardeatine, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema.

Per quei campioni, da una parte e dall’altra, affrontarsi su un campo di calcio e contendersi la Rimet anziché il proprio stesso destino, era la realizzazione del sogno dei padri che, dopo la guerra, avevano detto: mai più.

Il mattatore della serata fu Rivera, subentrato a Mazzola dopo il primo tempo per via della già menzionata staffetta, reo di aver provato a svolgere il mestiere di difensore sul terzo gol dei tedeschi e, per questo, insultato a sangue da Albertosi e “costretto” a riscattarsi segnando il gol della vittoria. 4 a 3 e fu gioia, fu l’alba insieme in spiaggia, furono i caroselli d’auto, le bandiere, i tuffi nelle fontane, l’arrivo al lavoro dopo una notte insonne, le borse sotto gli occhi il giorno dopo, le emozioni a non finire ma, soprattutto, fu la sensazione dei padri di aver lasciato in eredità ai figli un mondo, nonostante tutto, migliore di quello in cui avevano avuto vent’anni loro. Per questo tutto era diverso. Per questo quella notte non ce la dimenticheremo mai. 

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17 giugno 1970. Un calcio alla guerra e al dopoguerra ultima modifica: 2020-06-16T17:21:10+02:00 da ROBERTO BERTONI

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