Europa: l’alibi che ci toglie gli alibi

Non potremo più dire che non possiamo agire: i soldi ci sono (dovrebbero esserci). Ma dobbiamo decidere come spenderli, il che non sarà meno difficile che raccoglierli.
scritto da ALBERTO MADRICARDO
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Il paese si trova oggi – ed è a tutti evidente – in un passaggio cruciale della sua vicenda. La crisi della pandemia, con i suoi risvolti tragici, ha funzionato da acceleratore. Ha radicalizzato la situazione, facendo risaltare in modo inequivocabile le sue debolezze e imponendo, per una ripresa, scelte risolute. D’altra parte, sulla spinta dall’emergenza, la costruzione europea sta facendo forse nel giro di pochi mesi quei passi che non era riuscita a compiere in tutto l’ultimo decennio.

Così l’Italia può ora uscire dallo stallo che da tanto tempo la tiene immobile, o sprofondare irreversibilmente in un caos che potrebbe travolgere, insieme a lei, lo stesso progetto europeo. 

La profonda crisi culturale e morale, la perdita di credibilità, avevano tolto alla nostra politica la capacità di proporre una visione e di mobilitare le risorse sociali ed economiche necessarie a rilanciare il paese.

Dopo la tornata elettorale del 2018, l’Italia stava rapidamente precipitando sulla china del prefascismo. Questo pericolo non è stato superato, solo sospeso dalla formazione del governo “giallorosso”. La deriva autoritaria può tornare a imporsi più di prima, qualora la necessità del cambiamento imposta in modo perentorio dalla crisi del virus non sia colta.

L’Europa con molta probabilità, sotto il velo della pandemia, ci offrirà la stampella economica: quelle enormi risorse che prima non abbiamo saputo- voluto trarre da noi stessi. 

In tal modo ci veniamo a trovare direttamente davanti al vero problema che ci affligge: non tanto e non principalmente quello economico. Quello, storico, della mancanza di coesione civile e di una volontà politica che sappia rifletterla e ampliarla. È questa la vera causa del nostro immobilismo. Questo deficit di coesione civile è rappresentato plasticamente dalla montagna del nostro debito pubblico, paradossalmente a fronte di – e nonostante – una cospicua ricchezza privata. 

Con i fondi che dovrebbero essere messi a disposizione dalla UE si dovrebbe procedere alla formulazione e la messa in atto dei grandi progetti necessari per rimettere in carreggiata il paese. Questo richiede una coesione e una lungimiranza strategica che fino a ora non abbiamo avuto. 

A differenza di prima, quando si doveva decidere da dove al nostro interno trarre le risorse che poi avremmo dovuto decidere come spendere, ora dovremo decidere solo come spendere. Ma non sarà per questo meno difficile. 

Quello che ci è richiesto è più che fare fronte a un’emergenza: è ricostruire insieme una nuova identità del paese a partire da una condivisione dei suoi interessi di fondo, che ora non abbiamo a causa la grave frantumazione interna della nostra società, accelerata negli ultimi decenni. Non solo non condividiamo le soluzioni, ma nemmeno la percezione della realtà in funzione della quale esse dovrebbero essere attuate. Il senso della realtà di un popolo è la sua creazione sociale per eccellenza: riflette il tipo e la qualità del suoi rapporti interni. 

Esso non è creazione di un pensiero soggettivo ma prodotto di processi virtuosi di sincronizzazione e di “corrispettivizzazione” di miriadi di comportamenti individuali e di gruppo, dai quali fiorisce la fiducia, il pensiero: “ognuno sta facendo la sua parte: dunque io devo fare la mia”. 

Ciascuno sa, o per lo meno sente, di avere in mano un piccolo potere davanti alla società, che è solo suo: la facoltà di dare o togliere fiducia, non a una determinata persona o gruppo, ma alla società, al vincolo sociale come tale. Egli può dare o revocare questa fiducia, secondo che si convinca che essa sarà corrisposta o no dai comportamenti degli altri. 

Ciascuno, insomma, sente di poter in ogni momento “passare nel bosco”, per usare una formula di Ernst Junger. Se fa questa scelta, non se ne accorgerà nessuno, ma qualcosa cambierà: lui potrà assaporare la sua piccola vendetta, immettendo nel sociale la sua goccia di risentimento. Come un virus contagioso, questa si diffonderà nel corpo sociale. 

A titolo esplicativo, paragono la costruzione sociale del reale a una piramide umana. Essa richiede uno sforzo muscolare continuo e coordinato di tutti coloro che la compongono per rimanere in piedi. Se un solo acrobata non la sostiene più, la piramide s’indebolisce e infine cade. Ci sono catastrofi visibili, come guerre, terremoti, maremoti, epidemie, ecc. E quelle invisibili, che non sono meno pericolose delle altre. Una di queste è il diffondersi della sfiducia, che erode e dissolve dalle basi la coesione sociale. Conseguenza più importante di ciò è che non solo non si condividono le soluzioni, ma anche il quadro di realtà in funzione del quale esse dovrebbero esser formulate. Ciascuno vive – “dorme”, direbbe Eraclito – in un mondo suo. 

Una società coesa può essere anche conflittuale, purché faccia riferimento a una comune base di realtà, e i soggetti, pur con opinioni diverse, ragionino sugli stessi dati di fatto. È questa anzi la condizione delle società più vitali, nelle quali può svilupparsi una dialettica non dispersiva: le diverse opinioni sulle cose vengono messe alla prova della realtà, socialmente verificate. Ma se un reale comune non esiste non è possibile compiere alcuna verifica sociale. Si è nel caos.  

La percezione sociale condivisa del reale non è qualcosa che si produce spontaneamente, ma nemmeno, come ho detto, è effetto di un pensiero o iniziativa soggettiva. È allo stesso tempo condizione ed effetto della simmetrizzazione e “reciprocizzazione” dei comportamenti che generano fiducia sociale: ciascuno fa la sua parte perché pensa che anche gli altri la facciano. 

La società coglie le opportunità che la realtà offe nella misura in cui riducendo i comportamenti dissonanti e le dispersioni al suo interno riesce ad aprirsi all’esterno. 

Viceversa, la ricerca affannosa di nemici esterni (gli immigrati, l’Europa), la proliferazione di rappresentazioni soggettive e divergenti della realtà (complotti, retroscena, ecc.) sono segnali della caduta della fiducia e di disgregazione sociale che giustificano ogni tipo di indulgenza con se stessi, ogni tipo di alibi: 

Un tale si stupiva di quanto facile fosse la via – scrive Kafka in un’annotazione del suo diario – infatti stava progredendo rapidamente, ma verso il baratro.  

La facile unità ottenuta per contrapposizione a un nemico esterno, surroga la paziente, difficile ricostruzione delle corrispondenze dall’interno del tessuto sociale. È la via facile, la classica scorciatoia regressiva che porta all’abisso. 

In situazioni virtuose le “reciprocità positive” si sostengono e si stimolano le une con le altre. Alla politica spetta allora il compito di evitare, con opportuni interventi, che si riduca la fiducia sociale e che troppi individui “passino al bosco” nella corrispondenza negativa delle contrapposizioni.  

Quando questo accade, è come se si aprisse una voragine nel cuore della società. Da noi questo è accaduto: la disgregazione che si è prodotta negli ultimi trenta quarant’anni nel nostro tessuto sociale si è aggiunta alle più antiche “decostruzioni sociali” che l’Italia ha vissuto, nella sua secolare decadenza, forse più di qualsiasi altro paese europeo. 

I pur significativi progressi compiuti nel trentennio dopo la seconda guerra mondiale non hanno ripianato questa voragine e il rischio concreto oggi è quello di rivivere un tragico déjà vu. 

Un grave deficit di fiducia sociale, per essere colmato, richiede all’inizio un dono, un’azione di rottura generosamente unilaterale da parte di qualcuno. Un mettersi in gioco senza attendersi corrispettivo, gratuito e rischioso: a fondo perduto e perciò fondativo, istituente. Questo gesto ora, salvo sorprese in senso contrario, lo sta facendo l’Europa.   

La UE interviene a liberarci parzialmente dal giogo del nostro debito pubblico e indirettamente dalla morsa paralizzante della nostra sfiducia sociale. Debito e sfiducia sono entrambi effetto palpabile del deficit di lealtà civile (e di realtà) di cui soffriamo. Essa fa quello che noi da soli non abbiamo avuto in questi decenni la forza e il coraggio di fare: assumere comune responsabilità, schierare in campo, di tasca nostra, le risorse necessarie a vincere la paralisi della sfiducia e a mettere in moto il circuito virtuoso da decenni interrotto. 

L’Italia avrebbe potuto farlo. Avrebbe avuto in sé le risorse per invertire il vortice negativo della sfiducia che genera sfiducia e del debito che produce altro debito, che la sta facendo arretrare in quasi tutti i campi. 

La nostra ricchezza privata, ancorché molto concentrata verso l’alto della scala sociale negli ultimi decenni, è di gran lunga più elevata del nostro debito pubblico. Da questa ricchezza privata non abbiamo saputo o voluto attingere per ridurre il debito e compiere i grandi investimenti di cui il paese ha da tanto tempo bisogno per riequilibrarsi socialmente e rimettersi in careggiata. 

Avremmo scommesso su noi stessi, compiuto l’atto rischioso ma libero necessario per entrare in Europa veramente da sovrani e non da postulanti.  

Ora pare stia sopperendo l’Europa. Ma la cosa sarà per noi meno semplice di quello che sembra a prima vista. Dandoci le risorse, l’Europa ci toglie l’alibi (falso, ma ferreamente condiviso praticamente da tutta la nostra politica) della mancanza di risorse interne per invertire il segno della nostra crisi. Non potremo più dire che non possiamo agire: i soldi ci sono (dovrebbero esserci). Ma dobbiamo decidere come spenderli, il che non sarà meno difficile che raccoglierli. 

Forse riusciremo grazie all’Europa a evitare il disastro nazionale e un nuovo fascismo. Sta di fatto, però, che, come altre volte nella nostra storia, un soggetto altro fa la parte che avrebbe dovuto essere la nostra. 

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Europa: l’alibi che ci toglie gli alibi ultima modifica: 2020-06-18T16:38:40+02:00 da ALBERTO MADRICARDO

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