Se ne va un altro glorioso “undici”

A pochi giorni dalla morte di Mariolino Corso, un’altra famosa ala sinistra del calcio milanese ci lascia: Pierino Prati.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Di Pierino Prati, detto Pierino la peste per il suo dinamismo in attacco, ricorderemo soprattutto un’avventura conclusasi nel migliore dei modi: la notte del 28 maggio 1969, quando al Bernabéu di Madrid deliziò la platea mondiale realizzando una tripletta all’Ajax di un giovanissimo Cruijff. Per comprendere la portata dell’impresa, basti pensare a ciò che hanno vinto i lancieri negli anni successivi e a cosa abbia rappresentato il calcio olandese nei Settanta, quando andava di moda la contestazione giovanile e anche il calcio aveva bisogno di trovare un modello rivoluzionario cui ispirarsi. E così nacque il calcio totale, con gli schemi che venivano meno, i campioni trasformati in tuttocampisti, attacco e difesa che si mescolavano e si sovrapponevano: una gioia per gli occhi e uno spettacolo senza fine, sapientemente miscelato dall’arte filosofica di Rinus Michels e illuminato dal genio di fuoriclasse come il già menzionato Cruijff, Neeskens, Krol e molti altri ancora.

Il Milan che ebbe la meglio su quei furetti olandesi, prossimi a dominare il mondo e a cambiare per sempre il nostro immaginario, era invece frutto del vecchio artigianato italiano targato Nereo Rocco: l’opposto di Michels, contrario ai fronzoli e rimasto un provinciale nell’anima, capace di applicare a Rivera e compagni gli stessi schemi e i medesimi insegnamenti di quando a Padova si augurava, alla vigilia di una sfida con la Juventus, che non vincesse il migliore.

Pierino Prati con Nereo Rocco

Pierino Prati, quella notte a Madrid, realizzò addirittura una tripletta, regalando al Milan la sua seconda Coppa dei Campioni e issando Rivera sulla vetta del mondo, tanto che quello stesso anno l’abatino per eccellenza avrebbe vinto il Pallone d’oro. Non possedeva, Prati, i quarti di nobiltà dei miti del tempo: non aveva la potenza esplosiva di un Riva, il talento di un Anastasi e nemmeno, forse, la miscela di classe e istinto ferino di un Boninsegna. Fatto sta che segnava eccome, non tirava mai indietro la gamba e si trovava spesso al posto giusto nel momento giusto, non rinunciando mai alla battaglia, alla passione ardente di un gioco che era nel suo DNA, alla lotta innanzitutto con se stesso e con i propri limiti.

Se n’è andato a settantatré anni, due giorni dopo Mariolino Corso, a dimostrazione che in questo maledetto 2020 ci sta iniziando a dire addio la meglio gioventù, così che anche noi giovanotti del Duemila apprendiamo quanto sia duro il percorso di crescita e il trovarsi all’improvviso senza padri e senza bandiere. Nei giorni tragici del coronavirus, Scurati ha scritto sul Corriere che se ne stava andando la generazione che ha ricostruito l’Italia e ne ha vissuto gli anni più belli. A livello calcistico, c’è un dettaglio in più: ci sta salutando l’ultimo calcio verace, l’ultimo lembo di Novecento che, di questi tempi, ci avrebbe fatto comodo, se non altro per la sua genuina umanità che, Gattuso e pochi altri a parte, fra i robot contemporanei è merce rarissima.

Pierino Prati in una recente immagine

Pierino Prati era un anti-divo, l’eroe che non ti aspetti, il Pablito Rossi di quando Rossi andava ancora alle medie, eppure ravviso una certa somiglianza fra la sua apoteosi madrilena e quell’indimenticabile pomeriggio barcellonese in cui il centravanti azzurro, reduce da due anni di squalifica per via del Calcioscommesse, risorse contro tutto e tutti e ci proiettò verso la conquista del terzo titolo mondiale.

A Prati il Milan deve una lezione di umiltà che le cicale olandesi (sì, nel calcio i ruoli fra noi e loro si invertono) avrebbero imparato a proprie spese altre due volte: nel ’94, quando il magno Barcellona di Cruijff venne preso a pallonate dal pragmatico Milan di Capello, e nel 2000, quando Dino Zoff condusse la Nazionale alla sfortunata finale degli Europei, superando in semifinale un’Olanda sprecona e troppo innamorata di se stessa e della propria arte.

Il precursore di tutto ciò fu lui: Pierino da Cinisello Balsamo, in quella squadra allenata da un uomo di trincea e innervata da gente come Giovanni Trapattoni da Cusano Milanino, profonda provincia lombarda, terra di lavoratori abituati a poche parole e molta fatica. Il Milan degli sgobboni e dei casciavit, illuminato dal talento sovrannaturale di Rivera, quella notte a Madrid ebbe la meglio sui futuri padroni del mondo. Chissà se almeno lassù Cruijff riuscirà a perdonargli tanta sfrontata irriverenza!


Copertina: l’ultimo saluto a Pierino Prati sul campo di calcio dell’oratorio Paolo VI ad Alzate Brianza.

Se ne va un altro glorioso “undici” ultima modifica: 2020-06-24T23:36:57+02:00 da ROBERTO BERTONI

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