Com’è vecchio il bel paese

Come si è visto negli ultimi mesi, la demografia italiana è caratterizzata da un invecchiamento longevo (per tutti o quasi). Che è un “lusso” sociale costoso, fragile, complesso e soprattutto facilmente reversibile (vedi Covid).
scritto da VITTORIO FILIPPI
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“L’Italia è la superpotenza dell’invecchiamento”: così titola un capitolo del numero di marzo della rivista di geopolitica Limes. In effetti tra i paesi più sviluppati del pianeta l’Italia è seconda (dopo il Giappone) quanto a percentuale di ultrasettantenni, seguita dalla Germania, e la graduatoria si ripete per gli ultraottantenni e per gli ultranovantenni. In quest’ultimo caso Giappone e Italia mantengono il primato, accompagnati però dalla Francia e non più dalla Germania. Quest’ultima è quindi un paese invecchiato, ma non particolarmente longevo come lo sono appunto Giappone, Italia e Francia; non va dimenticato che la supercentenaria Jeanne Calment, l’essere umano che finora ha vissuto più a lungo (122 anni e mezzo, deceduta nel 1997), era arlesiana.

In tema di invecchiamento e longevità l’Italia è quindi davvero una “superpotenza” demografica che di strada ne ha fatta molta: oggi una donna di ottant’anni ha la stessa probabilità di morire nell’arco di un anno che aveva una donna di 69 anni nel lontano 1950.

Non è solo un discorso biostatistico, ma anche di qualità sociale. La cosiddetta longevità attiva si basa in Italia – come nota il Censis – su buone fondamenta fatte di patrimoni, redditi, consumi: gli anziani hanno una ricchezza più alta del 13,5 per cento di quella media degli italiani, quella dei millennial è invece inferiore del 54,6 per cento, due percentuali che dicono molto. E a proposito di consumi, questi sono lo specchio delle trasformazioni socioculturali dei “nuovi anziani” che attraverso le loro scelte rivelano le mentalità prevalenti degli anziani di oggi.

Infatti, questi sono gli interpreti di una soggettività forte che significa una personalizzazione dei percorsi di vita dove ciascuno disegna e ridisegna la propria esistenza riempiendola di molteplici attività, ruoli, progetti che mirano a una buona soddisfazione soggettiva. Un gusto della vita che comincia a far capolino nel Settecento, ma che si dilata nella “giovanilizzazione” di questi ultimi decenni fino a parlare di “amortali”, neologismo efficace della Catherine Mayer:

The defining characteristic of amortality is to live in the same way, at the same pitch, doing and consuming much the same things, from late teens right up until death. (Time nel 2009).
La caratteristica che definisce l’amortalità è vivere allo stesso modo, allo stesso livello, facendo e consumando più o meno le stesse cose, dagli anni della gioventù dritti fino alla morte.

Naturalmente la longevità non è figlia del fato, ma il frutto di processi lunghi e complessi e – soprattutto – facilmente reversibili. Molte sono infatti le spade di Damocle che minacciano l’invecchiamento longevo, fenomeno per definizione inedito quanto fragile lato sensu, spade che possono quindi frenarlo o addirittura ridimensionarlo e farlo arretrare. La pandemia da coronavirus è un caso da manuale. In Italia ha prodotto un evidente eccesso di mortalità particolarmente concentrato per genere, per età (il picco è tra i settantenni, seguita dagli ottantenni), per aree geografiche (la Lombardia, specie nelle province di Bergamo, Lodi, Piacenza, Cremona, Brescia). 

Se il coronavirus è nuovo, non sono nuove le ondate anomale di mortalità. Per restringerci al solo dopoguerra, dovremmo avere memoria storica dell’influenza del 1956 (con cinquantamila morti in più del solito), dell’ondata di calore del 2003 (l’eccesso di vittime fu pari a ventimila), al sommarsi di canicola ed influenza con scarsa copertura vaccinale nel 2015 (ancora cinquantamila morti in più). Il fil rouge epidemiologico di questi eventi è sempre la particolare letalità per le coorti più anziane, rese notoriamente fragili dalle comorbilità che le affliggono. 

Secondo una recentissima stima dell’Istat, circa la speranza di vita alla nascita, “si assiste a un ridimensionamento, in termini di aspettativa di vita, significativamente più marcato nelle Province del Nord. In particolare, in quelle maggiormente colpite dal Covid-19, soprattutto nel Nord-ovest e lungo la dorsale appenninica, si passerebbe da una speranza di vita alla nascita di quasi 84 anni, a una di circa 82”. Tuttavia il ridimensionamento della speranza di vita alla nascita appare decisamente minore in corrispondenza di buona parte delle aree del Centro e del Sud. Addirittura per alcune di esse vi è persino un miglioramento dell’aspettativa di vita (ad esempio in Sicilia).

In ogni caso siamo ben lontani, fortunatamente, dal disastro epidemiologico della cosiddetta “Spagnola” che nel 1918 contrasse di ben dodici anni l’aspettativa di vita in Italia rispetto all’anno prima.  Ovviamente – per tornare all’oggi –  l’arretramento delle stime sulla speranza di vita si accentua considerando gli ultrasessantacinquenni. Infatti sottolinea l’Istat che “in tutte le Province del Nord e parte di quelle del Centro un individuo al 65° compleanno poteva aspettarsi di vivere, in epoca pre-covid, per altri 21 anni (mediamente); mentre con gli effetti di mortalità dovuti alla pandemia, tale durata – facendo riferimento allo scenario intermedio “moderato” – scenderebbe a circa 19”. Al Mezzogiorno invece questo alone pandemico sembra essere risparmiato.

Nelle province più colpite dal virus il bilancio si fa particolarmente pesante: ad esempio a Bergamo e a Cremona la riduzione della speranza di vita alla nascita supera i cinque anni che a Bergamo arriva a raggiungere i sei se la si misura al 65° compleanno. Ciò significa, come in un brutto sogno, un inaspettato ritorno al passato di circa un ventennio nel caso di Bergamo – dove la speranza di vita qui oggi stimata equivale a quella del lontano anno 2000 – o di Cremona (dove si torna al 2003), mentre in molte altre zone del Nord il ritorno al passato è comunque superiore a un decennio.

Certo, se non ci fosse stata la pandemia l’invecchiamento longevo avrebbe continuato a correre tanto è vero che gli ultra 65enni sul totale sarebbero aumentati di 0,3 punti percentuali a livello nazionale, segnando un incremento pressoché ovunque. Viceversa, la pandemia ha prodotto un deciso aumento del numero di province che registrano un ridimensionamento del numero degli anziani. Seguendo la versione “moderata” dei calcoli dell’Istat il peso della popolazione anziana su base nazionale si ridurrebbe di 0,2 punti percentuali, (19 le province con il segno meno), con la punta massima di variazione negativa nella provincia di Cremona (-0,6 punti percentuali).

Questa dolorosa contabilità degli “anni persi” porta quindi in alcune province ad un taglio del cosiddetto patrimonio demografico (inteso come totale di anni-vita che competono come aspettative di vita media agli abitanti) che in Lombardia – soprattutto – arriva al cinque-dieci per cento. Nulla impedisce di sperare in un futuro recupero della longevità. Ma ciò induce anche a pensare che una longevità che le eutopie dei transumanisti porterebbero addirittura ad una maledizione di Titone (una immortalità senza giovinezza e quindi spaventosamente decrepita) non possa, di colpo ed inaspettatamente, regredire smentendo la visione “amortale” e prometeica della vita e ri-portandoci ad una esistenza “solitary, poor, nasty, brutish, and short”, per usare le parole di Thomas Hobbes. Perché l’invecchiamento longevo (per tutti o quasi) è un inedito “lusso” sociale costoso, fragile, complesso e soprattutto facilmente reversibile. Specie per una “superpotenza dell’invecchiamento” come l’Italia, come s’è visto in questi mesi.

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Com’è vecchio il bel paese ultima modifica: 2020-06-25T15:37:02+02:00 da VITTORIO FILIPPI

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