L’illuminismo è morto, viva l’illuminismo!

Secondo Andrzej Zybertowicz, sociologo e consigliere del presidente polacco sovranista, siamo alle soglie di una nuova epoca. Si sbaglia, ecco perché.
scritto da ALBERTO MADRICARDO

Nell’attuale difficile momento che stiamo vivendo entra l’intervista rilasciata a Repubblica alcuni giorni fa dal sociologo Andrzej Zybertowicz, ex marxista e attuale consigliere del capo dello stato polacco, Andrzej Duda, nella quale egli annuncia la fine dell’Illuminismo. Gli va data attenzione, perché è un figlio e un sintomo di questo tempo: esprime con qualche pretesa intellettuale il punto di vista di quel sovranismo in cui si riconoscono parte delle forze conservatrici e quelle reazionarie di molti paesi europei.

Per la verità le sue posizioni non presentano particolare novità: un certo filone del pensiero europeo, a distanza di secoli, ancora rimpiange la fine dell’ancien régime e non ha mai digerito davvero l’Illuminismo, considerandolo una sorta di peccato originale della modernità

Marginalizzato a lungo, esso ha rialzato la testa, approfittando dei guasti e del disorientamento provocato nei popoli e negli individui dalla globalizzazione selvaggia di quest’ultimo quarantennio. Zybertowicz afferma che l’epoca dell’illuminismo è finita: ne è cominciata una nuova che egli, ritorcendo il concetto weberiano di disincanto dalla religione alla ragione, chiama di “disincanto dell’illuminismo”. 

Il disincanto non è di per sé qualcosa da considerarsi necessariamente negativo: ogni maturazione comporta anche in un certo modo un disincanto. Non essere disincantati dell’Illuminismo, ragionare oggi esattamente come Diderot, Voltaire, Kant o Montesquieu più di due secoli fa, sarebbe anacronistico. Le idee dell’Illuminismo – come succede a ogni creazione umana – sono state messe alla prova del tempo: sono state filtrate e si sono assestate in esso, divenendo più asciutte, più essenziali. 

Viviamo in un universo che non ci parla, non ci dice nulla: perciò siamo liberi di pensare di noi e di esso quello che vogliamo. Siamo insieme creatori e giudici delle nostre idee. Ma le situazioni e i gusti degli uomini sono mutevoli, come le situazioni: quello che ci va bene in un momento può non soddisfarci in un altro. Sicché si può dire che il tempo è il vero giudice di ciò che pensiamo: resistono solo i pensieri che sopravvivranno al tempo e a chi li ha creati.

Sono i pensieri in grado di far vibrare gli animi di generazioni anche molto lontane di chi li ha prodotti ed esprimono perciò qualcosa di non effimero, di essenziale della natura umana. Era la convinzione di avere dato forma nella propria opera a qualcosa di essenziale dell’umano che faceva dire a Orazio di aver creato qualcosa aere perennius, più duraturo del bronzo. 

Il tempo dunque libera i pensieri dall’alone dell’immediatezza emotiva e dalla situazione in cui sono stati generati, e lascia riemergere solo ciò che ha tenuta e la valenza universale. 

A distanza di tanto tempo mi sembra che la metafora dell’“uscita dell’uomo dalla sua minorità”, usata da Kant per definire l’Illuminismo, tenga al tempo, che indichi un passaggio essenziale nella vicenda dell’umanità. L’uscita dalla minorità è un’esperienza cruciale nella vita di ogni individuo, così lo è stato anche per la nostra civiltà: ha cambiato per sempre il nostro modo di percepire noi stessi e il mondo. L’Illuminismo, spandendo la sua luce, ci ha fatto apprendere che, qualsiasi sarà il nostro destino, noi ne saremo gli artefici. 

Dopo aver acquisito questa consapevolezza, potremo cadere nella disperazione, ma non potremo mai più regredire alla condizione d’innocenza incantata dell’infanzia dell’umanità. Se tenteremo di farlo, questa operazione avrà il senso di un autoinganno. 

A questo, a farci nascondere la testa sotto la sabbia, sembra invitare Zybertowicz quando afferma che:

Bisogna riportare la ragione scientifica al ruolo delle istituzioni filosofiche, non considerarla una cassazione. La ragione non è in grado di spiegare tutto, e, agendo e non contemplando, come pretenderebbe, altera il mondo. 

Dietro l’ovvia constatazione che “del mondo non sappiamo tutto”, egli fa sparire il fatto che di esso sappiamo qualcosa. Con ciò toglie alla scienza la sua peculiare prerogativa, che è proprio quella di cassare attraverso l’esperienza le congetture sbagliate formulate su parti del mondo, e la confonde con la filosofia. Ma la filosofia e la scienza, anche se nascono dal medesimo seme, non sono la stessa cosa. La filosofia cerca di rispondere sempre di nuovo, nel mutare dei tempi e delle situazioni, alla domanda perché noi siamo, perché il mondo è, che cosa dobbiamo fare. Non ci informa di come il mondo è. Questo è compito della scienza. Essa ci dà notizie del mondo e ce lo rende, almeno in alcuni suoi aspetti, meno imprevedibile. 

Confondendo la scienza con la filosofia, Zybertowicz apre la via al relativismo scientifico e al negazionismo ambientale. Proprio in questi mesi si stanno vedendo i danni incalcolabili che questa posizione, che mette in dubbio il ruolo della scienza, sta infliggendo alle nazioni che stanno affrontando la pandemia del Covid-19 con regimi sovranisti, dagli Stati Uniti, al Brasile, al Regno unito. 

Dopo aver neutralizzato la scienza, Zybertowicz pretende di neutralizzare anche la filosofia. Considera micidiale la tesi di Marx secondo la quale “la filosofia deve trasformare il mondo”. “La nostra capacità di cambiare il mondo è nettamente superiore alla capacità di capirlo”, afferma il sociologo polacco, “e così abbiamo effetti collaterali inattesi. Siamo smarriti e perciò propongo una moratoria della tecnologia”.

Siamo come una persona alla guida di una macchina su una strada piena di curve, verso un mondo promesso. Il motore (della rivoluzione digitale e del mercato) è potente, ma lo sterzo e i freni sono debolissimi. Ma allora dobbiamo dotarci di ottimi freni. Per farlo bisogna fermare l’automobile. 

Per “fermare l’automobile” Zybertowicz propone il “ritorno alle identità che danno il senso dell’appartenenza collettiva (…) Privata dell’identità, la gente reagisce con la violenza”. Esalta l’identità nazionale – precisando che egli si richiama al “patriottismo culturale”, non a quello etnico – e il ruolo della famiglia:

Se le persone non troveranno più l’appoggio nella famiglia finiranno in preda delle multinazionali o dei demagoghi. Senza la famiglia non ci si può opporre ai poteri autocratici e forti. 

Non risulta però che la famiglia patriarcale sia mai stata un baluardo della libertà. Al contrario, essa è sempre stata il modello cui si sono ispirati i regimi autoritari e paternalistici. 

Zybertowicz cita il filosofo John Grey, il quale ha osservato che “le vittime delle primavere arabe sono state superiori a quelle provocate dalle tirannie”. Ma da chi sono state provocate queste vittime, dalle primavere arabe? Non dalle tirannie che le hanno schiacciate? Un modo ben singolare questo di attribuire alle vittime le responsabilità dei carnefici! 

Criticando la “pretesa universalistica” dei diritti umani, egli indica la soluzione per ogni problema proposta dai reazionari di ogni tempo. Il ritorno all’infanzia, alla sottomissione:

Tutte le religioni hanno in comune la trascendenza e insegnano l’umiltà – afferma – perché fanno capire che il mondo non è totalmente comprensibile con la ragione.

Trascura con questo che, proprio con l’aver imparato a tenere fermo e a far risaltare nell’assoluto non sapere umano il qualcosa che sappiamo, abbiamo potuto compiere la nostra uscita dalla minorità. 

Per Immanuel Kant (1724-1804) l’Illuminismo aveva segnato l’“uscita dell’uomo dalla sua minorità”.

L’intervista è una specie di breve epitome del pensiero reazionario di tutti i tempi aggiornato a oggi. Il suo argomento principe: la limitatezza del pensiero umano di fronte alla complessità del mondo. Ora non c’è dubbio che stiamo vivendo un momento di grande disorientamento: cadute le antiche certezze metafisiche e le ideologie della storia, il mondo appare indecifrabile, complesso. 

A proposito della complessità, di cui oggi si fa un gran parlare, mi pare efficace la definizione che ne dà Niklas Luhmann: “eccesso delle possibilità del mondo, ovvero la differenza fra il numero delle possibilità potenziali e il numero di quelle di volta in volta attualizzate”. In altre parole: un mondo è complesso quando ciò che può accadervi è di gran lunga di più di quello che si può prevedere che accada. 

Il senso della complessità e dell’imprevedibilità del mondo è aumentato con l’incremento della potenza del nostro impatto su di esso: più profondamente e diffusamente interveniamo sulle situazioni del mondo, più possiamo provocare effetti e interazioni reali che non abbiamo previsto. Ma bisogna dire che sempre per noi umani il mondo è stato complesso. Sempre esso si è presentato a noi con un alto grado d’imprevedibilità. 

Proprio per questo tanto a lungo ci è stato di sollievo identificare l’imprevedibile con una forza imperscrutabile superiore dotata di volontà alla quale rivolgerci con la preghiera e i sacrifici. Questa “umiltà” non ci ha evitato di essere colpiti da mali e catastrofi di ogni genere. Ci ha aiutato a superare l’effetto paralizzante di questo pensiero l’avere noi dei fini da realizzare nel mondo. Questi ci hanno dato la forza di arrischiarci nell’imprevedibile. “Io ho osato sulla base di un fragile indizio un viaggio rischioso e già vedo i promontori di nuove terre”, scrive Kant, ma già Platone aveva affermato che “bisogna osare tutto”. L’uomo, direi, è ciò che osa. 

La scoperta di questa verità è l’Illuminismo. Esso ci ha fatto comprendere che con tutti i nostri limiti, e proprio a causa di essi, è meglio per noi prendere il destino nelle nostre mani. Questo ci ha portati lontano, a una crescita imponente degli strumenti con cui agiamo sul mondo, ma allo stesso tempo ci ha fatto attenuare l’impegno a trovare i fini cui orientare questa potenza tecnica. Così i mezzi hanno preso il sopravvento. La discrepanza che si è così creata tra il potere strumentale di cui disponiamo e l’assenza o la debolezza delle finalità per cui usarlo è all’origine del senso di vertigine che proviamo, dell’impressione angosciosa di trovarci su un’auto che corre alla cieca. 

Il mondo ci sembra più complesso che mai perché noi – come umanità – abbiamo rinunciato a perseguire in esso i nostri fini. Senza grandi finalità comuni ci affidiamo alla tecnica. Siamo meno motivati a sostenere gli effetti e i rimbalzi indiretti e imprevisti del nostro agire sul mondo. 

In questa oggettiva difficoltà si inserisce la proposta di Zybertowicz, di un ritorno ai valori e alle certezze tradizionali, ai tre classici principi del conservatorismo: dio, patria, famiglia. Ma questi principi, di cui nel passato abbiamo ben sperimentato gli effetti, potrebbero mai darci la forza di sostenere la crescente problematicità del nostro stare nel mondo? Che cosa ci dicono a proposito della crisi climatica, dell’esaurimento delle risorse, delle enormi, insostenibili diseguaglianze, dei problemi creati dalle nuove tecnologie, insomma dei grandi, epocali problemi del mondo? Nulla. Ma allora non è questo ritorno al piccolo mondo antico proposto dal sociologo sovranista polacco un chiamarsi fuori, il classico mettere la testa sotto la sabbia? 

Il suo errore è di confondere la ragione tecnico-strumentale (la “ragione servile”) con la ragione tout court. La Ragione – come la intendeva l’Illuminismo, Kant e prima di lui la grande tradizione filosofica occidentale – è essenzialmente la facoltà di porre fini: in quanto stabilisce da sé i propri fini l’umanità esce dalla minorità e accede all’autogoverno. 

Oggi la Ragione dei fini, propugnata dall’Illuminismo, è inghiottita dalla ragione dei mezzi: lasciare che la tecnica, la ragione servile, assuma il primato su quella della libertà ci fa tornare allo stato di minorità da cui l’Illuminismo voleva farci uscire. Il vero problema di oggi non è che l’umanità è troppo adulta, ma che è ancora – o torna a essere – troppo bambina. 

Il senso angoscioso di procedere alla cieca – che è oggi reale e che anche Zybertowicz rileva – deriva dal fatto che non siamo abbastanza capaci di orientare i nostri mezzi entro l’orizzonte stabilito dai nostri fini senza perderci la complessità del mondo: non è perché siamo troppo liberi che siamo disorientati, ma perché lo siamo troppo poco. 

Un ritorno alla tradizione è una contraddizione in termini. La tradizione è come un vento spontaneo che spinge alle spalle. Soffia fin che può, fino a che le svolte dei tempi non la fanno cessare. Da quando l’Illuminismo ha posto il destino dell’uomo nelle sue mani, non è più il passato a sospingerlo: egli deve spingersi da sé, traendosi ai suoi fini. 

I fini dell’uomo sono da lui stesso stabiliti, ma non direttamente, come ingenuamente si è a lungo creduto. C’è una certa enigmatica tortuosità delle cose, che ci impedisce di attuare veramente quello che desideriamo e/o di desiderare veramente quello che attuiamo. Questa tortuosità del reale che dà l’impressione di sottrarsi all’uomo possiamo ancora riportarla al sacro, per le straordinarie risonanze di cui questo termine è ancora ricco e per mantenere una certa pietas, una sorta di rispettosa continuità, pur nella differenza dei tempi e delle sensibilità, con il nostro passato. 

I fini autentici, capaci di attrarre e incantare l’umanità salvandola dal disorientamento, sono quelli che sono passati attraverso questa tortuosità, adattandosi e prendendone la forma. Per questo, pur essendo fini nostri, nostra impronta, non sono più solo nostri, ma quasi sembra che si siano fatti da sé. Sono per noi qualcosa d’intimo e di familiare, ma li riceviamo anche come qualcosa di differente ed estraneo. Dunque per noi sacri, perché credo che proprio questa “intimità estranea” costituisca l’essenza del sacro. Nulla a che fare con il preteso, soggettivo ritorno alla tradizione preconizzato da Zybertowicz.

La formulazione dei fini è la grande sfida di oggi della Ragione. È l’operazione più creativa che lo spirito umano possa mai compiere. Richiede che trascenda se stesso, impari a districarsi, senza lasciarsi sviare dai miraggi che a ogni passo gli si presentano, in quel tortuoso labirinto che prima dell’Illuminismo era considerato impenetrabile, riservato alla trascendenza divina.

Per Joseph de Maistre (1753-1821) soltanto la religione (cattolica) poteva garantire l’ordine sociale. Per il filosofo francese la battaglia del Diciannovesimo secolo sarebbe stata tra “philosophisme” e il cristianesimo.
L’illuminismo è morto, viva l’illuminismo! ultima modifica: 2020-06-27T13:29:53+02:00 da ALBERTO MADRICARDO

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