Se “America First” incontra “México Primero”

Il rapporto tra López Obrador e Trump è complicato: basti pensare alla questione del “muro” tra Usa e Messico. Tuttavia, in occasione dell’entrata in vigore del trattato di libero commercio dell’America del nord, sembra in vista un riavvicinamento tra due politici che non sembrano poi così distanti l’uno dall’altro.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO
Condividi
PDF

Il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador annuncerà a ore la data del suo primo viaggio all’estero. L’occasione della missione è l’entrata in vigore del trattato di libero commercio dell’America del nord (TMEC), che oltre agli Stati Uniti coinvolge il Canada di Justin Trudeau. Nello stile di austerità al quale ha informato l’azione del suo governo, AMLO volerà con aerei di linea e farà uso di mezzi militari solo nel caso che qualche emergenza richieda la sua immediata presenza nel paese.

Lo stesso presidente, rispettando un impegno preso in apertura di mandato, ha spiegato le ragioni che stanno alla base della sua decisione di incontrare Donald Trump che in passato ha definito razzista, dal momento che gli Stati Uniti sono “il mercato più forte del mondo, la qual cosa significa per il Messico investimenti […] Questo, penso, ci aiuterà a riattivare l’economia” in un momento di grave crisi dovuta all’epidemia di coronavirus, a causa della quale il Fondo Monetario Internazionale prevede una contrazione del 10,5 per cento per il 2020.

L’entrata in vigore del nuovo trattato. firmato dal suo predecessore Enrique Peña Nieto. è per il presidente messicano una buona giustificazione per interrompere il suo proverbiale distacco nei confronti delle relazioni internazionali, che il Messico ha inquadrato all’interno della cosiddetta dottrina Estrada, che prende nome dal ministro degli esteri del presidente Pascual Ortiz Rubio.

Secondo tale dottrina, formulata nel 1930 e recepita anche nella costituzione messicana, la politica estera del paese si ispira ai principi della libera autodeterminazione dei popoli senza ingerenza negli affari interni di altre nazioni.

Un principio che López Obrador ha ribadito non appena eletto, probabilmente riferendosi al potente vicino del nord governato da chi aveva messo sotto accusa il Messico per la sua tolleranza nei confronti della emigrazione clandestina e in campagna elettorale aveva agitato l’obiettivo della costruzione di un muro alla frontiera, da far pagare al vicino.

Neanche due settimane dopo aver assunto la carica, AMLO aveva chiamato Trump, con cui aveva parlato delle relazioni positive tra i due paesi e della necessità di risolvere il problema dell’immigrazione illegale dal centro America, presentando addirittura quello che fu allora definito da lui stesso “un piano sull’immigrazione ambizioso”, ma senza far cenno al progetto di muro voluto da Trump.

Da allora, le carovane della speranza hanno attraversato i valichi a sud del Messico, che non sempre ha allentato la sorveglianza alle sue frontiere, come aveva invece promesso lo stesso AMLO in campagna elettorale. E nonostante in questi due anni le relazioni tra i due paesi, come assicura lo stesso López Obrador, siano state improntate al mutuo rispetto, il problema dell’emigrazione latina verso il paradiso del nord pare sarà assente dall’agenda dell’incontro. Tanto più che la visita del presidente messicano è stata criticata per la sua tempistica, visto cade in un momento in cui Trump affronta una difficile campagna elettorale.

AMLO durante una mañanera, gli incontri mattutini con la stampa che hanno caratterizzato il suo modo di governare.

È stata criticata a tal punto che AMLO in una delle sue solite mañaneras, gli incontri mattutini con la stampa che hanno caratterizzato il suo modo di governare, si è sentito in dovere di giustificare il volo a Washington respingendo l’accusa di essere un vendepatrias, avendo sostenuto tutta la vita che il suo è un paese libero e sovrano che può mantenere una buona relazione con un’America governata perfino da Donald Trump.

La visita rappresenta comunque una forte correzione di rotta che si giustifica con la speranza di ottenere risultati economici in un contesto difficilissimo per il Messico, e che di fatto sembra accomunare nella pratica il suo presidente al collega sovranista nordamericano, in una specie di versione guacamole di México primero.

Già la gestione dell’epidemia lo aveva fatto rientrare nella schiera dei governanti che hanno affrontato il virus negandolo, come i vari Trump, Bolsonaro e Ortega, quelli che anziché affidarsi alla razionalità e alla scienza hanno preferito l’intuito, consegnandosi al pensiero magico e presentandosi come al di sopra della pandemia.

Questa potrebbe essere, infatti, una lettura aggiornata della dottrina Estrada al coronavirus, per la quale AMLO dimentica le accuse di razzismo rivolte in passato a Trump che, da candidato, aveva accusato i messicani di portare droga negli USA e di dedicarsi ad attività criminali.

Da parte sua, Trump ora è in affanno sui sondaggi rispetto a Biden, e in calo netto nel gradimento dei latini, dove secondo Latino Decisions è passato dal 29 per cento del 2016 al 21 attuale. E senza il voto dei latinos, altri quattro anni di permanenza alla Casa Bianca rischiano di essere per Trump un miraggio.

Ciascuno dei due presidenti ha chiaro il proprio obiettivo immediato.

López Obrador giunge a Washington avendo probabilmente intenzione di far pesare la carta dei dodici milioni di cittadini di origine messicana, una fetta non trascurabile di quel voto di cui Trump ha estremo bisogno, e che AMLO, forse un po’ barando, vorrebbe far diventare merce di scambio reciproco.

Il trattato di libero commercio dell’America del nord (TMEC) oltre agli Stati Uniti e al Messico coinvolge il Canada di Justin Trudeau.

Che i messicani che vivono negli USA possano sentirsi inorgogliti da un presidente ricevuto in pompa magna alla Casa Bianca è tutto da vedere. Tanto più che il presidente messicano sembra aver accantonato, o forse abbandonato, i problemi delle migliaia di latinos che sono in attesa a Tijuana e non pare essersi interessato dei regolari e dei clandestini che vivono negli USA.

Al di là di ogni considerazione, rimane fuori discussione il ritorno di immagine che Trump realizza a suo beneficio, esibendo a corte un presidente messicano che, pur militando in un versante opposto, per tante cose gli assomiglia. Perfino nel suo approccio maschilista, per la sua posizione in fatto di aborto e anche per un recente uscita, quando parlando dell’epidemia ha detto che

“la gente vuole cambiare il ruolo delle donne, e questa è una delle cause del femminismo. Ma la tradizione in Messico è che le figlie sono quelle che più curano i genitori. Noi uomini siamo più distaccati.

Divisivo come Trump, ha polarizzato il Messico seguendo un copione dei leader generalmente appartenenti all’estrema destra. Campione di una sinistra fin troppo pragmatica, rinuncia ai principi inseguendo quello che gli sembra essere l’obiettivo immediato.

Come Trump convinto di non esser stato eletto per governare il proprio paese ma per cambiarne la storia, anche nelle scelte politiche ed economiche di fondo AMLO sembra aver operato in un modo che al collega americano non dispiace: perdendo per strada l’occasione di far ricorso alle energie rinnovabili senza implementare l’economia estrattivista legata al petrolio, per la quale ha dato anzi il via a una mega raffineria; promuovendo un progetto devastante per l’ambiente come il Tren Maya e il mega aeroporto di Città del Messico; infine non imboccando una nuova politica di equità fiscale e senza prevedere un aumento dei salari per le imprese, al di là del tutto sommato demagogico aumento del salario minimo messicano.

Alla luce di quanto detto, in un bilancio che sarà possibile solo a posteriori, la domanda è: ma davvero era così urgente il suo viaggio a Washington?


Copertina: López Obrador e Trump in un’immagine da Twitter, @JohnMAckerman

Se “America First” incontra “México Primero” ultima modifica: 2020-06-30T18:40:32+02:00 da CLAUDIO MADRICARDO

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento