Euro 2000 e la scoperta dell’Europa

Per chi oggi ha trent'anni quell'europeo fu l'iniziazione a un sogno che sembra esserci crollato addosso negli ultimi anni. Un sogno da rinverdire, un tempo da ritrovare, come un calcio che affratellava e faceva sentire migliori.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Per la mia generazione Euro 2000 fu molto più che una semplice manifestazione sportiva. Fu la scoperta dell’Europa e delle sue diversità, negli anni in cui ancora ci si credeva e c’era un certo entusiasmo per l’introduzione dell’Euro e la prospettiva di un mondo davvero senza confini. 

Nel 2000 avevo dieci anni, conoscevo Prodi in quanto era stato per due anni presidente del Consiglio e da un anno era diventato presidente della Commissione europea, ma confesso che ancora non sapevo chi fossero Spinelli e Delors. Eppure, l’Europa ce l’avevo dentro, grazie a un album di figurine che raccontava usi, costumi, bandiere e tradizioni dei quindici stati membri (tanti erano allora) che mi aveva regalato mia madre e al fatto che, come detto, ancora ci si credeva eccome.

Ricordo la gioia con cui se ne parlava a scuola, l’emozione per il mio primo Euro distribuito da Topolino nel ’99 e il costante confronto con la generazione che aveva vissuto la tragedia della Seconda guerra mondiale, i nonni che ci prendevano per mano e quasi si rammaricavano di non poter vivere quanto avrebbero voluto in un contesto che a vent’anni non erano neanche in grado di immaginare. 

Euro 2000, a quarant’anni dalla prima edizione del 1960, si disputò in due nazioni simbolo del Vecchio Continente: Belgio e Olanda. E fin da subito stupì per la bellezza del gioco espresso da quasi tutte le compagini ma, più che mai, per un valore aggiunto di cui all’epoca non mi rendevo conto ma che negli anni successivi avrei approfondito con passione: il tripudio della società multietnica. 

Furono gli Europei della splendida Italia di Dino Zoff ma, soprattutto, dell’Olanda di Kluivert e Davids e della Francia del franco-algerino Zidane e dei fuoriclasse originari delle ex colonie o dei territori d’oltremare: Thuram, Henry, Vieira e molti altri ancora, a comporre un mosaico di integrazione riuscita che fu una delle ragioni della sconfitta del già allora arrembante lepenismo. Memorabile, non a caso, era stata, nel ’98, la polemica del vecchio combattente dell’OAS contro i giocatori francesi di colore, che a suo giudizio non conoscevano neanche la Marsigliese, e memorabile, per reazione, era stata la gioia incontenibile di Saint-Denis la notte in cui un ragazzo originario della Piccola Cabilia aveva trafitto con due colpi di testa il Brasile campione in carica, mentre gli spalti ritmavano “Blac-Blanc-Boeur” (Bianco-Nero-Berbero), tutti avvolti nella bandiera nazionale e uniti da un abbraccio che all’epoca ci appariva indissolubile. 

Euro 2000 me lo ricordo anche per lo stupore di mia madre quando si trovò di fronte il fuoriclasse svedese Henrik Larsson, nero e con le treccine: non c’entra nulla il razzismo ma è ovvio che a una donna nata nella prima metà del Novecento l’immagine fece effetto. A me, e credo a molti bambini di allora, parve invece perfettamente normale. 

Henrik Larsson, foto da Twitter, @futografia

Ribadisco: non conoscevamo Delors, non avevamo ancora approfondito la storia del Novecento e non eravamo ben coscienti di quanta strada avessimo dovuto compiere per giungere fino a quel punto, ma ci piaceva l’idea di trovarci lì, nel cuore dell’Europa, al cospetto di una Francia multietnica che vinceva giocando divinamente e, purtroppo, ci batteva in maniera atroce nella notte di Rotterdam, dopo che in semifinale avevamo sconfitto l’Olanda multicolore di Rijkaard, tanto bella a vedersi quanto eccessivamente presuntuosa e sprecona sotto porta. 

Fu anche l’Europeo in cui vedemmo per l’ultima volta la Jugoslavia: un brandello del Secolo breve che ancora permaneva e che, da quel momento in poi, ci avrebbe detto definitivamente addio. E fu l’Europeo del Portogallo, un paese in cui giocavano ragazzi nati prima o a cavallo della Rivoluzione dei garofani, finalmente democratico e meraviglioso come i piedi dei suoi fenomeni e la penna dei suoi magnifici scrittori. 

Euro 2000 fu, per chi oggi ha trent’anni, l’iniziazione a un sogno che ci è crollato addosso negli ultimi anni. Un sogno che vorremmo rinverdire, un tempo da ritrovare, un calcio che affratellava e ci faceva sentire migliori. Molte volte ho pensato che si trattasse della semplice ingenuità di un bambino. L’anno scorso, andando a Parigi a intervistare Thuram per la rivista AREL, mi sono reso conto che c’era molto di più. C’era quella magia, dapprima inconsapevole e poi cosciente, che costituisce ancora la ragione per cui non ci arrendiamo, anche se da allora di passi indietro ne sono stati compiuti veramente troppi.

Euro 2000 e la scoperta dell’Europa ultima modifica: 2020-07-01T17:27:59+02:00 da ROBERTO BERTONI

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