India, Cina e Italia nel mondo dei sogni

Forse India e Italia hanno sempre considerato la Cina con troppa benevolenza, non vedendo che si tratta di una potenza economica e militare che mira ad allargare la propria sfera d’influenza con tutti i mezzi.
scritto da BENIAMINO NATALE

La classe dirigente indiana deve abbandonare una volta per tutte le illusioni e guardare la Cina per quello che è, cioè una potenza economica e militare che mira ad allargare la propria sfera d’influenza con tutti i mezzi. Questa la conclusione alla quale arriva Raja Mohan, indiano, giornalista e direttore dell’Institute of South Asian Studies presso la National University di Singapore, in un commento scritto sulla scia degli scontri di frontiera del 15 giugno pubblicato dal quotidiano Indian Express.

La lettura dell’articolo mi ha portato a pensare che molte delle considerazioni di Mohan, fatte le debite differenze, possono essere applicate all’élite italiana.

Delhi – scrive Mohan – deve venire a patti col fatto che una gigantesca potenza è cresciuta ai suoi confini. L’India deve anche riconoscere che la Cina, come le grandi potenze che l’hanno preceduta, vuole realizzare le sue rivendicazioni territoriali, ha l’ambizione di piegare i vicini al suo volere, di ridisegnare l’ordine globale sulla base dei suoi interessi; ma l’India ha rifiutato di vedere ciò che era palese…

In altre parole, la Cina ha sempre avuto una considerazione eccessivamente benevola nel pensiero indiano. Qualcosa di simile succede in Italia, dove destra e sinistra tradizionali e di tutte le sfumature, movimenti nuovi come i Cinque Stelle, per non parlare del Vaticano di Papa Francesco, hanno una visione incrollabilmente positiva della Cina.

E i cittadini sono d’accordo con loro: secondo un sondaggio pubblicato il 24 giugno dal quotidiano The Guardian, il 25 per cento degli italiani ritiene che la Cina – che ha fornito mascherine, tute sanitarie e inviato un gruppo di medici esperti – sia stato il paese che ha aiutato di più, mentre il 63% afferma che l’Unione Europea, che ha messo ha disposizione degli stati membri quasi duemila miliardi di euro per la ripresa, ci ha “abbandonati” all’infuriare del virus.

Sicuramente c’entra il fatto che il nostro ministro degli esteri Luigi di Maio sia andato a ricevere di persona gli aiuti cinesi all’aeroporto accompagnato dalla solita fanfara statal-mediatica, ma c’è qualcosa di più.

Raja Mohan parte dai tentativi di Rabindranath Tagore, che invano negli anni ’20 del ventesimo secolo cercò in Cina interlocutori per sviluppare la “comune civiltà spirituale asiatica”. Poi toccò al leader del movimento indipendentista Jawaharlal Nehru cullarsi nell’illusione dell’“Indi-Chini bai bai” (indiani e cinesi sono fratelli), prima chiedendo a nazionalisti e comunisti cinesi di battersi insieme contro l’imperialismo britannico (mentre la Cina era attaccata dal Giappone) e poi con l’adesione al Movimento dei Non-Allineati. Il corteggiamento di Nehru fu ripagato dai pragmatici cinesi con l’attacco sul confine del 1962, col quale si assicurarono una consistente porzione di quello che fu il principato del Jammu e Kashmir.

Mohan ricorda che in seguito tutti i governanti che si sono succeduti a New Delhi hanno professato amicizia e buona volontà verso la Cina, che invece ha scelto di allearsi con il Pakistan, il rivale storico dell’India, e di non mollare un centimetro sulle sue pretese territoriali, che arrivano a coinvolgere un intero stato dell’Unione Indiana, l’Arunachal Pradesh. Aggiungo che nel 2008 fu un primo ministro nazionalista, Atal Bihari Vajpayee, a riconoscere formalmente l’annessione del Tibet alla Cina – in cambio, probabilmente, della speranza di un analogo riconoscimento da parte di Pechino dell’annessione del Jammu e Kashmir, un riconoscimento che non è mai venuto e che non era mai stato promesso dai cinesi. Questo riconoscimento ha spianato la strada alle rivendicazioni della Cina sul Ladakh e sull’Arunachal, che in passato hanno fatto parte del Tibet.

L’attuale governo di Narendra Modi, dello stesso partito di Vajpayee, secondo Mohan, si è mosso sulla stessa linea, illudendosi che i cinesi si sarebbero comportati da amici e potenziali alleati: i risultati, ancora una volta, sono sotto gli occhi di tutti.

E veniamo a noi: dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, la politica estera dei nostri primi governi era appiattita su quella degli USA, ed era chiaro che la Cina faceva parte dei “buoni” vincitori della Seconda Guerra Mondiale. Presto, col socialista Pietro Nenni ministro degli esteri, cominciarono gli atti amichevoli verso la Cina, che nel frattempo era diventata comunista senza diventare “il cattivo” dello scenario internazionale, ruolo che era riservato all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Una parte di colpa è di noi sessantottini, che abbiamo promosso la Rivoluzione Culturale di Mao Zedong come una grande iniziativa positiva, mentre non era altro che l’imbarbarimento della lotta politica tra le varie fazioni del Partito Comunista Cinese (PCC). Per fare un esempio banale, ma significativo, è da allora che chi vuole ammettere un errore non dice “d’accordo, ho sbagliato”, ma “faccio autocritica”, proprio come le Guardie Rosse di Mao. Per noi ragazzi di quegli anni, la Cina e la Rivoluzione Culturale rappresentavano l’alternativa al grigiore burocratico dell’URSS di Leonid Breznev e ci permettevano di continuare a nutrire i nostri sogni rivoluzionari. Incredibilmente, questa visione superficiale e infantile venne accetta acriticamente da vasti settori della società. Poi Marco Bellocchio titolò “La Cina è vicina” uno dei suoi film (che se, se non ricordo male, non c’entrava niente con la Cina) e vennero i primi libri di Tiziano Terzani… Questo dal lato sinistro.

Di Maio con il Consigliere di stato e ministro degli affari esteri della Cina Wang Yi a Shanghai nel novembre 2019 (foto esteri.it)

Per quanto riguarda la destra, ci pensarono Richard Nixon e Mao Zedong, con la loro audace iniziativa del 1971-72 in funzione anti-sovietica, ad accattivarsi le simpatie di quell’area politica. Infine, Deng Xiaoping mise tutti d’accordo con la sua politica di “riforme e apertura”. Dopo il massacro di piazza Tiananmen (1989) ci fu una breve pausa, poi l’ondata filocinese riprese con gran forza. Alle promesse riformiste di Jiang Zemin e della coppia Hu Jintao e Wen Jiabao, ha fatto seguito l’autoritarismo dichiarato di Xi Jinping, ma questo cambiamento di fondo della prospettiva cinese non ha avuto alcun effetto sulla visione dei nostri appassionati apologeti del governo di Pechino.

Come l’élite indiana, secondo Raja Mohan anche quella italiana sta facendo finta di non vedere l’aggressività della Cina di Xi Jinping: la pretesa di controllare tutto il mar della Cina meridionale ignorando le rivendicazioni degli altri paesi rivieraschi; le minacce contro Taiwan e contro la stessa India; la pretesa – accettata da tutti i governi italiani degli ultimi decenni – di non avere relazioni con una personalità universalmente riconosciuta di alto valore come il Dalai Lama.

L’Italia accetta di tacere su tutti i “dossier” che potrebbero infastidire la Cina, anche a scapito delle sue alleanze storiche: orribile l’esempio dei due canadesi Michael Kovrig e Michael Spavor in galera in Cina da oltre un anno in una chiara rappresaglia contro Ottawa, colpevole di aver accettato la richiesta di Washington di fermare la dirigente della Huawei Meng Wanzhou, ricercata dalla magistratura americana. Invano abbiamo aspettato dal governo italiano una parola di solidarietà col primo ministro canadese Justin Trudeau, che ha affermato di non voler avallare una politica “fatta con la presa di ostaggi”. Poi c’è il caso di Gui Minhai, di nome cinese ma cittadino svedese, rapito da agenti di Pechino in Thailandia e gettato in galera per aver pubblicato libri sgraditi ai mandarini pechinesi. Invano abbiamo aspettato una parola di solidarietà con Stoccolma, un paese europeo e membro dell’UE.

Ricatti e rapimenti, ne consegue, sono accettabili strumenti di politica internazionale. Tutto ciò in cambio di investimenti e di aperture del mercato che per ora sono nel mondo dei sogni.

Non diverso è l’atteggiamento del Vaticano che, dopo aver raggiunto nel 2018 un accordo con Pechino sulla nomina dei vescovi, insiste nel perseguire una politica di “appeasement” della Cina in cambio dell’illusione di un futuro viaggio in Cina di Papa Francesco, cosa che i cinesi non hanno mai promesso e che mai permetteranno (almeno fino a quando il “numero uno” sarà Xi Jinping, ma probabilmente anche dopo). Questo nonostante i cattolici cinesi non si stanchino di ripetere che la loro situazione è peggiorata nettamente da quando l’accordo è stato firmato. Secondo le loro denunce, Pechino sta usando l’accordo per distruggere la Chiesa cosidetta “sotterranea” – cioè che riconosce il Papa come autorità suprema – e per promuovere quella “patriottica” o “ufficiale”, che riconosce al Pontefice l’autorità in materia di religione mentre per tutto il resto è sottomessa al governo di Pechino. In tutta la Cina, e con particolare accanimento nella provincia dello Zhejiang, numerose croci sono state rimosse dalle autorità e in alcuni casi sono state addirittura distrutte le chiese.

Ecco un estratto di un articolo pubblicato il 29 aprile scorso dalla rivista dei missionari cattolici Asianews:

“Adesso quando una croce viene rimossa, i cristiani devono essere tutti sereni e sorridenti”. È l’amara considerazione di Shanren Shenfu, un sacerdote blogger che appartiene alla Chiesa ufficiale. Partendo dalla notizia di una croce strappata dal timpano di una chiesa dell’Henan il giorno di Pasqua, egli fa notare che ormai nella Chiesa in Cina si predica che occorre accettare tutto, anche il male, dicendo che è un bene. Egli cita anche un articolo di “Civiltà cattolica” da cui trae questa conclusione: “Considerare ed accettare la rimozione delle croci come una cosa quotidiana sembra dunque essere l’unico grande contributo che i fedeli cattolici cinesi e tutto il popolo di Dio possono dare al proseguimento dell’Accordo [sino-vaticano]”.

In India come in Italia, il corollario di queste illusioni sulla Cina è la più vecchia delle teorie del complotto, che dà la colpa agli USA di tutto il male del mondo: per esempio, in entrambi i paesi è diffusa la convinzione che negli scontri di frontiera tra Cina e India ci sia “lo zampino degli USA”, cosa della quale non esiste non solo una prova, ma neanche un indizio. Scrive Raja Mohan:

Il fatto è che non abbiamo bisogno dell’America per dividere India e Cina; i nostri rispettivi nazionalismi territoriali e gli irreconciliabili conflitti d’interesse assolvono abbastanza bene quel compito. […] Nonostante il fallimento degli sforzi di costruire l’unità con la Cina l’élite indiana insiste con questo mito.

Lo stesso si può dire per classe dirigente italiana. Una visione realistica della Cina – un’emergente potenza economica, politica e militare che guarda con un pragmatismo che sfiora il cinismo ai suoi interessi, che ha una visione di se stessa come centro del mondo (“Zhong Guo”, la parola che indica la Cina in mandarino, vuole dire “Paese di Mezzo” e sottintende che il resto è periferia), che non tiene in alcun conto le regole di comportamento accettate dalla comunità internazionale e con la quale sarebbe consigliabile trattare come “Europa” piuttosto che come singolo paese – è di là da venire.


Copertina: immagine da Twitter, in un tweet critico nei confronti del presidente Modi e dei suoi regali al “nemico” Xi Jinping.

India, Cina e Italia nel mondo dei sogni ultima modifica: 2020-07-01T10:03:04+02:00 da BENIAMINO NATALE

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1 commento

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alberto gabriele 4 Luglio 2020 a 14:06

Vedo che attaccate il governo italiano, il governo indiano (in mano a fanatici religiosi ultrareazionari) e perfino il Papa da destra perché’ non sono abbastastanza anticomunisti. Ma bravi, complimenti, continuate pure cosi’…

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