Quando Domenico Modugno diventò senatore

Il Mimmo di “Volare” entrò al Senato nel 1987. Le sue battaglie contro la malasanità, il suo concerto a Caracalla nel 1991. Ricordi su un grande artista.
scritto da ALDO GARZIA
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Una mattina del 1991 entrai con Gino Paoli a Montecitorio dall’ingresso principale, quello di fronte all’obelisco che domina la piazza antistante la Camera dei deputati (ero accreditato presso la stampa parlamentare). Mentre noi sospingevamo la porta a vetri, stava uscendo Domenico Modugno con la barba lunga e sospinto da un assistente sulla sedia a rotelle per le conseguenze di un ictus. I due cantautori si salutarono e si abbracciarono, erano parlamentari nella stessa legislatura 1987-1992. Paoli deputato della Sinistra indipendente, Modugno senatore del Partito radicale. La politica – già in affanno in quel periodo – aveva chiesto aiuto pure alla musica.

Modugno, so che sta meglio e qualche volta ha ripreso a cantare. Sta scrivendo nuove canzoni?

chiesi con fare timido. Modugno mi fulminò:

Io sono un uomo del sud. Ho bisogno di mare, sole e di star bene per scrivere canzoni. Mica come Paoli qui presente, che fa della malinconia la chiave delle sue canzoni.

I due risero e si salutarono, mentre io avrei voluto sprofondare per la gaffe. Modugno e Paoli erano per me musicisti da culto. Avevo visto a teatro Modugno interpretare una magnifica edizione di Cyrano, di cui aveva scritto le musiche, con Catherine Spaak e una edizione indimenticabile di Mackie Messer di Bertolt Brecht con Milva (regia di Giorgio Strehler). Lo apprezzavo immensamente come cantante, autore e attore.

L’episodio accaduto all’entrata di Montecitorio servì però a farmi seguire le iniziative parlamentari di Modugno. Lui era impegnato in una campagna d’opinione contro la malasanità e per la chiusura di alcuni manicomi, in particolare quello di Agrigento che era andato a visitare per verificarne le condizioni di degenza poche umane.

Appena poteva, ripeteva un refrain:

Io sono ancora vivo perché mi chiamo Modugno. Ma quanti casi come il mio non ce l’hanno fatta?

Iniziai a seguire con attenzione le sue mosse da senatore e mi congratulai in più occasioni per la caparbietà con cui aveva reagito alla malattia e per le sue denunce di quello che non andava nella sanità. Tutti lo chiamavano semplicemente “Mimmo”, a iniziare da Marco Pannella. 

Quando fu annunciato che Modugno avrebbe tenuto un concerto alle Terme di Caracalla il 25 settembre 1991, fui tra i primi ad acquistare i biglietti e a comunicarlo a Modugno: “Ci sarò, ho trovato un posto tra le prime file”. “Fai bene. Ci tengo molto a questo appuntamento. È un po’ la mia rinascita”, mi replicò in un corridoio del Senato sulla sedia a rotelle. Partecipai alla conferenza stampa di presentazione del concerto nella sua villa sull’Appia antica:

Se avessi detto ai miei genitori che avrei cantato per il Teatro dell’Opera, per il teatro dove avevano cantato Gigli e Caruso, forse si sarebbero messi a ridere. Non mi avrebbero creduto. Certamente gli avrei dato una immensa gioia.

Modugno era emozionato per questo ritorno sulle scene:

Un certo effetto, a dire il vero, me lo fa. È uno scenario meraviglioso, magico, un po’ come è stato quando ho cantato alla Valle dei Templi di Agrigento. E poi quello di Caracalla sarà l’unico concerto italiano che faccio. Alla metà di ottobre parto per un tour negli Stati Uniti e cercherò di offrire il meglio che posso.

Modugno non cantava a Roma da dodici anni. 

Arrivò la serata del concerto. Ero a Caracalla in una splendida serata romana di fine settembre. Mi accompagnò Francesca. Ci sedemmo per caso accanto a Gigliola Cinquetti, bella ed elegante, che sfoggiava un’elegante e maliziosa sciarpa di seta bianca. Lei aveva vinto un Festival di Sanremo nel 1966 cantando in coppia con Modugno Dio come ti amo, dopo quello del 1964 dove s’impose con Non ho l’età. Non poteva mancare. 

Per la prima volta Caracalla apriva le porte alla musica leggera rompendo la tradizione di luogo deputato dell’opera lirica. Una voce femminile annunciò che il concerto sarebbe iniziato con un’ora di ritardo a causa di una manifestazione che si stava svolgendo in centro città. Pochi i giovani, maggioranza di signore e signori con i capelli argentati. Molti, parlottando, ricordavano altri concerti di Modugno. Alcuni trampolieri intrattennero i presenti nell’attesa. Alla cassa dell’ingresso c’era pure un apposito timbro filatelico da apporre sulle buste bianche per rendere storica la serata.

D’un tratto, una nuvola di fumo avvolse il palcoscenico. I riflettori furono puntati sul pubblico. Dai rumori s’intuiva che l’orchestra stava prendendo posto. Note e voce scandirono d’improvviso:

Penso che un giorno così non torni mai più, mi dipingevo le mani e la faccia di blu, poi d’improvviso venivo dal vento rapito…

Il refrain fece alzare in piedi il pubblico:

Volare oh oh! Cantare oh oh! Nel blu dipinto di blu, felice di stare lassù…. 

Per oltre un’ora Modugno ammaliò la platea, sorreggendosi a un bastone nero e snocciolando le canzoni più note del suo repertorio. Cantava e parlava con il pubblico come chi ha dovuto aspettare a lungo per poterlo fare. Si emozionò molto quando cantò L’anniversario, ricordando che lui regalò questa canzone alla campagna referendaria per il divorzio del 1974:

L’amore può anche finire. Non può durare per legge. Io sono stato fortunato, sono da quarant’anni con mia moglie: nell’ultimo periodo lei mi ha aiutato ad affrontare la malattia. Le devo davvero tanto.

Sul palcoscenico i segni della malattia erano restati in un cantuccio a guardare quell’uomo in frac che a un certo punto si liberò anche del bastone nero e salutò in piedi il pubblico. Cantò senza esitazioni. Era emozionatissimo, come in una sorta di secondo debutto. Nelle prime file intorno a me e Francesca c’erano Gian Paolo Cresci, sovrintendente dell’Opera di Roma dalla quale dipendeva la stagione estiva di Caracalla, Franco Franchi, Nino Manfredi, Renzo Arbore, Mara Venier, Enrica Bonaccorti (coautrice con Modugno della canzone La lontananza), Edoardo Vianello, Tony Renis, Luciano De Crescenzo, Lina Sastri, Franca Bettoja, il paroliere Riccardo Pazzaglia, Franca Gandolfi (la moglie di Modugno) con i figli.

Nell’estate del 1994, tre anni dopo il concerto a Caracalla e dieci anni dopo l’ictus, Modugno morì d’infarto. Il male, questa volta, ebbe la meglio. Era in vacanza nella sua villa a Lampedusa. Poco prima che il cuore si fermasse aveva fatto il bagno in mare, nuotando a lungo come gli piaceva dopo aver visto le tartarughe marine depositare le uova sull’arenile della spiaggia denominata “dei conigli”. 

Modugno è morto da meridionale: sotto il sole d’estate, vicino al mare, sull’arenile, dopo aver beffato la morte per un decennio. Io quel 6 agosto 1994 ero in vacanza in Val Gardena. Quando appresi la notizia, scrissi un articolo di getto su fogli volanti e in condizioni di fortuna. Lo dettai ai dimafoni del manifesto seduto sul prato dell’Alpe di Siusi.  

Ho un ultimo ricordo su Modugno. Il mio amico cubano Julio García Espinosa, regista, mi diceva ogni volta che lo salutavo:

Quando torni all’Avana, portami un cd di Modugno. È stato un indimenticabile compagno di gioventù al Centro sperimentale di cinematografia a Roma.

Io ho sempre eseguito quello che assomigliava a un ordine. Modugno apparteneva e appartiene al mio Pantheon.

Quando Domenico Modugno diventò senatore ultima modifica: 2020-07-07T20:31:55+02:00 da ALDO GARZIA

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1 commento

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enio 8 Luglio 2020 a 8:08

Bellisimo ricordo

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