USA 2024. Ancora Donald?

In campo repubblicano la corsa per il dopo Trump è già cominciata, ma nessuno riesce a prendere le distanze dal presidente in carica, che potrebbe, rocambolescamente, succedere a se stesso.
scritto da MATTEO ANGELI
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Mentre per Donald Trump la rielezione appare sempre più complicata, aumentano coloro che si chiedono come sarà il partito repubblicano dopo di lui. Nel 2024 il Grand Old Party (GOP) cercherà di voltare pagina o punterà ancora su un candidato trumpista? Non si tratta di un esercizio di mera speculazione. In retrospettiva, Trump poggiò la prima pietra della sua corsa presidenziale nel 2011, quando cominciò a sostenere attivamente la teoria cospirazionista secondo cui Barack Obama non sarebbe nato negli Stati Uniti. In maniera più convenzionale, Obama si fece notare nel 2004, quattro anni prima della sua elezione, con un discorso memorabile durante la Convention democratica.

Molto dipende da come andranno le elezioni di novembre. Trump vincerà o perderà? Se perderà, di quanto? I repubblicani manterranno ancora il controllo del Senato? In ogni caso, è molto improbabile che una sconfitta, per quanto dura, inauguri un nuovo corso all’interno del GOP. Innanzitutto, perché il novanta per cento dei repubblicani approva l’operato dell’attuale presidente. Anche per questo, nessuno di coloro che stanno scaldando i motori in vista del 2024 sembra avere intenzione di rompere apertamente con il trumpismo. Ognuno, in maniera diversa, si presenta come una continuazione, più sofisticata e meno megalomane, di The Donald.

Mike Pence

Il primo nella linea di successione è inevitabilmente l’attuale vicepresidente, Mike Pence. Dal 1960, quasi ogni vicepresidente che ha corso per la nomination del suo partito è riuscito a conquistarla.

Ma Pence non è un politico carismatico. Ha tenuto un profilo relativamente basso negli ultimi quattro anni ed è stato anche vittima di speculazioni secondo cui Trump non lo vorrebbe più come spalla per la corsa al secondo mandato.

L’ex governatore dell’Indiana è il beniamino della destra evangelica, elemento sempre più importante della base elettorale repubblicana. Ha costruito la sua carriera politica puntando sulla sua vocazione religiosa. Più volte ha ripetuto di essere “un cristiano, un conservatore, un repubblicano, in quest’ordine”.

Governatore dell’Indiana dal 2013, si è fatto un nome per l’uso strumentale con cui ha sventolato il diritto alla libertà religiosa per opporsi all’aborto e ai diritti delle persone Lgbtqi. Nel 2015 conquistò le prime pagine della stampa nazionale per aver firmato il Religious Freedom Restoration Act, legge statale che permette a negozi e aziende di rifiutarsi di servire un cliente Lgbtqi, adducendo come giustificazione le proprie credenze religiose. In maniera analoga, nel 2016 si fece di nuovo notare con la firma di una legge che vietava l’aborto nel caso in cui il feto presenta delle anomalie.

In ogni caso, Pence sembra tutto tranne che un front runner proibitivo, come lo furono, ad esempio, Richard Nixon e Al Gore alla fine della loro vicepresidenza. Anche per questo, sono in molti a preparare il terreno in vista del 2024.  

Mike Pence e la sua famiglia, in occasione di una visita privata in Vaticano, il 24 gennaio 2020

Ron DeSantis

Tra coloro che potrebbero legittimamente reclamare il titolo di delfino del presidente, l’attuale governatore della Florida, Ron DeSantis è sicuramente in prima linea.

In carica dal 2018, DeSantis s’è finora distinto per l’approvazione di una serie di politiche conservatrici che gli sono valse il plauso del presidente. S’è opposto al fatto che le città della Florida diventassero “città santuario” – termine che fa riferimento alla scarsa cooperazione tra il governo federale e le autorità locali, al fine di ridurre il rischio di deportazione per coloro che sono immigrati illegalmente -, ha permesso ai professori di andare armati a scuola e ha esteso la disponibilità di sussidi per coloro che vogliono mandare i loro figli in una scuola privata (si tratta nella maggior parte dei casi di istituti religiosi).

Lo scorso anno, in un comizio in Florida, Trump ha speso parole di apprezzamento per DeSantis dicendo che “sta facendo uno dei migliori lavori in tutto il paese”. Un endorsement, o quasi.

Inoltre, il governatore ha dimostrato, diversamente dalla maggior parte dei conservatori, di saper cavalcare la crescente preoccupazione riguardo al cambiamento climatico, anche se DeSantis di solito non usa questo termine. Ha bloccato una legge che avrebbe consentito ai comuni di evitare di bandire le cannucce di plastica e, ancora, ha creato un posto all’interno dell’amministrazione pubblica con il fine specifico di preparare la Florida all’impatto ambientale ed economico dovuto all’aumento del livello del mare.

Ron DeSantis parla con Trump della risposta della Florida al coronavirus, durante un incontro alla Casa Bianca, il 28 aprile 2020. La Florida è stato uno degli ultimi stati americani a introdurre il lock down

Josh Hawley

Tradizionalmente i senatori hanno ambizioni presidenziali, ma difficilmente riescono a staccare il biglietto per la presidenza. Dal 1972 a oggi, solo cinque dei ventiquattro candidati alla presidenza hanno seduto in Senato e, di questi cinque, solo uno – Barack Obama – ce l’ha fatta a diventare commander in chief.

La lezione di Obama? Non restare per troppi anni in Senato. In questo senso, i repubblicani potrebbero aver trovato il loro Obama. Si tratta di Josh Hawley, quarant’anni, senatore junior per lo stato del Missouri. In carica dal 2019, è il membro più giovane della camera alta.

È molto apprezzato tra i conservatori, perché ritenuto capace di trasformare il crudo populismo di Trump in qualcosa di più intellettualmente articolato. Nel primo anno di mandato s’è distinto per l’appoggio a una serie di proposte bipartisan contro i giganti della tecnologia, ad esempio, per rafforzare la privacy dei minori online o per lottare contro la dipendenza da internet.

Non ha paura di andare contro la linea del presidente. Ad esempio, s’è recato a Hong Kong per incontrare i manifestati e denunciare il governo cinese, accusato di aver instaurato uno stato di polizia. Ma non c’è da illudersi: Hawley non è un moderato. In materia di immigrazione, è duro quanto Trump. S’oppone all’aborto e s’è espresso per la nomina di giudici “pro-vita” alla Corte suprema, ha criticato duramente la recente decisione dei justices of the Supreme Court contro la discriminazione sul posto di lavoro in base all’orientamento sessuale o all’identità di genere, e sostiene che il sesso dovrebbe avvenire dopo il matrimonio.

Josh Hawley ha attaccato su più fronti i giganti della tecnologia, dicendo che sono alla base di alcuni dei peggiori mali americani

Nikki Haley

Il fatto che Nikki Haley, ex ambasciatrice di Trump alle Nazioni Unite, sia considerata come la candidata più simile a un’alternativa all’attuale presidente, la dice lunga sul controllo che The Donald esercita sul partito.

Senza mai apertamente prendere le distanze dall’ortodossia trumpiana, Haley ha assunto una serie di posizioni che la fanno apparire come un’opzione “più gentile” rispetto all’attuale mainstream repubblicano. Ha espresso angoscia in occasione dell’assassinio di George Floyd e ha preso le distanze dal discorso anti-immigrazione che domina nel suo partito, dicendo che l’America ha bisogno di immigrati, delle loro capacità, del loro talento e della loro cultura.

In quanto donna di colore, Haley ha il potenziale per allargare la base repubblicana a elettorato femminile e minoranze, due segmenti che il Grand Old Party fa molta fatica a intercettare. Figlia di due immigrati indiani, Haley conquistò la scena politica nazionale quando nel 2004 entrò alla Camera dei rappresentanti, con un programma che faceva appello alla base repubblicana tradizionale (riduzione delle tasse, controlli all’immigrazione e restrizioni alla possibilità di abortire). Nel 2011, il grande salto: grazie al sostegno del Tea Party e, più specificamente, di Sarah Palin, venne eletta prima donna governatrice del South Carolina, posto che ha occupato dal 2011 al 2017, quando Trump la scelse come ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite.

Nel 2015, conquistò le prime pagine della cronaca nazionale per aver chiesto e ottenuto la rimozione della bandiera confederata, simbolo dei sudisti schiavisti durante la guerra civile, dal Campidoglio, in South Carolina. In questo modo, Haley reagì all’omicidio di nove fedeli afroamericani in chiesa a Charleston, ad opera di un suprematista bianco, Dylann Roof, che postò la sua immagine accanto al vessillo.

Nonostante durante le primarie del 2016 avesse inizialmente sostenuto il senatore Ted Cruz, Haley venne scelta da Trump come ambasciatrice americana all’Onu. Qui l’ex governatrice adottò un approccio particolarmente critico nei confronti dell’interferenza russa durante la campagna elettorale che vide il magnate newyorchese vincitore.

Da quando ha lasciato le Nazioni Unite, fa di tutto per cercare di distinguersi da Trump senza contraddirlo apertamente. Nell’ultimo periodo, la Cina è il suo bersaglio preferito, come per The Donald.

Da ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, Haley ha smorzato gli impulsi più nazionalisti dell’amministrazione Trump, ma è ricordata anche per il suo approccio “aggressivo” verso Russia, Siria e Cina

Il presidente ha incastrato il suo partito in una dinamica che uccide sul nascere ogni posizione di rottura. Secondo un recente studio del Pew Reserch Center, gli elettori repubblicani sarebbero per il 66 per cento cristiani, per il 58 per cento uomini, per il 57 per cento bianchi senza un diploma universitario e per il cinquanta per cento sopra i cinquant’anni. L’81 per cento di loro sarebbe bianco.

Un quadro che rispecchia sempre di meno la società americana. Certo, gli elettori bianchi, cristiani, senza laurea costituiscono ancora il 43 per cento degli elettori registrati. Ma, ad esempio, è impressionante che, nonostante gli evangelici siano poco più che un sesto di tutti gli elettori registrati, essi rappresentino ben un terzo dei sostenitori repubblicani. Lo dice anche la geografia elettorale: i repubblicani vincono dove ci sono poche minoranze, pochi laureati e lontano dai centri urbani. Questo, più di ogni altra cosa, condanna chiunque aspiri a prendere il posto di Trump a non prendere troppo le distanze dal suo discorso sciovinista.

La grande speranza per chi ancora si ritiene un repubblicano “moderato” è che, in caso di vittoria di Biden a novembre, questo applichi un’agenda marcatamente di sinistra, capace, involontariamente, di riavvicinare tutti quegli elettori che, soprattutto nelle periferie delle città, hanno preso le distanze dal Grand Old Party targato Trump. Un po’ come avvenne dopo la presidenza di Barack Obama.

Questo scenario potrebbe avere un senso se, in caso di sconfitta, Trump decidesse di ritirarsi dalla politica e quindi di non avere più voce in capitolo sulle sorti del partito, come hanno fatto praticamente tutti i suoi predecessori alla Casa bianca. Non è però detto che vada così: in caso di sconfitta quest’anno, Trump potrebbe teoricamente riprovarci tra quattro anni. Costituzionalmente, niente glielo impedisce. Il limite dei due mandati verrebbe infatti rispettato. Se si va indietro nel tempo, si trova anche un precedente: il presidente democratico Grover Cleveland non riuscì a farsi rieleggere nel 1888, ma la spuntò per un secondo mandato nel 1892. Ipotizzare che Trump farà lo stesso potrebbe sembrare fantapolitica. O forse no: in fondo, nel 2024, Trump avrà “solo” l’età che oggi ha Biden, sessantasette anni.

Copertina: l’illustrazione che Time ha dedicato a Donald Trump nel numero del 18 giugno 2018

USA 2024. Ancora Donald? ultima modifica: 2020-07-08T08:46:30+02:00 da MATTEO ANGELI

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