Alcides Ghiggia e il pianto del Brasile

Cinque anni fa moriva il giocatore dell’Uruguay che sconfisse la nazionale brasiliana del 1950.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Beffardo come quella domenica di settant’anni fa, Alcides Ghiggia ci ha detto addio nel 2015, all’età di ottantotto anni, dopo che era rimasto l’ultimo dei superstiti del Maracanaço, ossia del giorno in cui un’intera, monumentale nazione pianse calde lacrime per la sconfitta dei suoi undici presuntuosissimi alfieri. Era il 1950 e il Brasile organizzava un Mondiale alquanto avventuroso, cui l’Italia fu ammessa solo perché Ottorino Barassi, presidente della FGCI, aveva custodito gelosamente la Rimet durante la guerra, evitando che la preziosa coppa finisse nelle mani dei nazisti che la cercavano spasmodicamente, dunque per meriti extra-calcistici, a differenza della Germania che venne punita con l’esclusione in quanto non era stata ancora riammessa all’onore del mondo.

Di quei Mondiali, almeno in chiave azzurra, si ricorda unicamente il devastante viaggio in nave, organizzato da Novo (presidente del Grande Torino) e Bardelli (giornalista e membro della commissione tecnica) dopo lo schianto di Superga, volendo comprensibilmente evitare l’aereo ma, al contempo, sottoponendo una squadra rimaneggiata e inesperta a una trasferta massacrante che avremmo pagato a caro prezzo sul campo. Orfani dei miti granata, dovemmo affidarci infatti a una leva di giovani speranze, tra cui Boniperti e Carapellese, che purtroppo in maglia azzurra hanno ottenuto assai meno che nei rispettivi club.

Il Brasile, dal canto suo, aveva tutto per vincere. I favori del pronostico, un intero paese a spingere i suoi a campioni, una squadra formidabile e un intero stadio, il Maracanã, costruito apposta per trasformarsi nell’Olimpo dei fuoriclasse in maglia bianca che quella domenica avrebbero dovuto archiviare senza patemi d’animo una squadra volitiva e dotata di buone individualità ma non certo paragonabile, per classe e propensione offensiva, ai superbi padroni di casa. Fu l’eccessiva sicumera a tradire i brasiliani, oltre a un portiere, Moacir Barbosa, che da quel giorno subì la dannazione eterna della sconfitta, venendo additato come principale responsabile della trasformazione di un tiro sporco come quello di Ghiggia nel gol che ammutolì uno stadio già pronto a gridare la propria gioia.

Affermò una volta Jules Rimet, all’epoca presidente della FIFA: “Era tutto previsto, tranne il trionfo dell’Uruguay”. E non avevano previsto nemmeno che dall’altra parte il capitano fosse un numero 5 dal carattere tignoso e dal carisma sconfinato: Odulio Varela, il quale, ai compagni terrorizzati dall’impatto scenico ed emotivo del Maracanã, disse, prima di scendere in campo: “Los de afuera son palo!” (Quelli là fuori non esistono!). Fu così che il piccolo Uruguay, che tutt’ora può contare su una popolazione oltre cinquanta volte inferiore rispetto a quella brasiliana, quella domenica di luglio di settant’anni fa, pur essendo passato in svantaggio a causa del gol di Friaça a inizio ripresa, dapprima pareggiò con Schiaffino e poi si impose grazie al 2 a 1 di Ghiggia, uno dei tre uomini in grado di far tacere il Maracanã, e considerate che gli altri due sono stati Frank Sinatra e papa Wojtyla.

La rete di Alcides Ghiggia

E pensare che Moacir Barborsa nasceva nel ruolo di Ronaldo, un guizzante numero sette che l’imprudente cognato, allenatore della squadra della fabbrica di imballaggio in cui lavorava, un giorno spedì in porta per l’infortunio dell’estremo difensore. “Tu sai come si fanno i gol, saprai anche come evitarli” gli disse. Era bravo, altroché se era bravo, non certo meno del contraltare uruguaiano Máspoli che, all’opposto, chiamandosi Gastone, vinse quel Mondiale e anche due volte la lotteria nazionale, assurgendo a eroe popolare mentre il collega finiva nella polvere.

Quel giorno si contarono suicidi e infarti a volontà. E un bambino di non ancora dieci anni, in lacrime, promise a se stesso e a Dio che avrebbe condotto lui il Brasile a vincere  il titolo mondiale. Si chiamava Edson Arantes do Nascimento, meglio noto come Pelé, e non ha bisogno di presentazioni.

Al povero Barbosa, portiere per caso, capro espiatorio per il resto della vita, al punto che nel ’93 il c.t. Zagallo gli impedì di far visita al Brasile in ritiro, non restò che farsi consegnare dall’amministrazione del Maracanã i pali a pianta quadrata della porta in cui aveva subito i gol di Schiaffino e Ghiggia e organizzare una grigliata con gli amici per vendicarsi del destino che lo aveva condannato senza appello. Per tutti in Brasile, ancora oggi, quello di Barbosa è un nome impronunciabile.

Quel pomeriggio Rimet, sceso nei sotterranei per portare la coppa alla squadra vincitrice, a un tratto avvertì lo stesso silenzio che raggelò il portiere brasiliano quando si rese conto di non essere riuscito a sventare il tiro di Ghiggia. Non ci fu nulla da festeggiare, quella domenica al Maracanã. Il Brasile, da quel momento in poi, avrebbe adottato la celebre divisa verdeoro, non giocando più una partita ufficiale con la maledetta maglia bianca, sinonimo di sconfitta e tragedia nazionale.

Alcides Ghiggia, beffardo come pochi hanno saputo esserlo nella storia, se n’è andato proprio nell’anniversario di quel tiro mancino. Il 16 luglio 2015 il cerchio si è chiuso. E non può esserci rivincita, nemmeno lassù.

Alcides Ghiggia
Alcides Ghiggia e il pianto del Brasile ultima modifica: 2020-07-18T10:07:01+02:00 da ROBERTO BERTONI

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