Il mantello invisibile

In “Germania 1933-1945: l’Emigrazione Interna nel Terzo Reich” Marino Freschi osserva da vicino, eppure con uno sguardo distaccato, l’intreccio tra la vita e l’opera degli scrittori tedeschi che in quegli anni decisero di non emigrare, senza per questo condividere le scelte politiche del loro paese.
scritto da SANDRA PAOLI
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Nel settembre 1945, quando la ferita dell’esilio dalla Germania nazista era ancora aperta e profonda, Thomas Mann scriveva:

Sarà superstizione, ma ai miei occhi dei libri che hanno comunque avuto la possibilità di uscire in Germania fra il ’33 e il ’45 sono del tutto privi di valore, e non si dovrebbe neppure prenderli in mano. Sono impregnati tutti di un certo odore di sangue e di vergogna; meglio varrebbe mandarli tutti al macero.

Certo, durante il dodicennio nero, parte degli scrittori e intellettuali tedeschi che rimasero nel proprio paese appoggiò il regime. Ma non fu sempre così. Né è netta la linea che separa chi fu compiacente e chi prese le distanze.

75 anni dopo, i tempi per uno studio delicato e complesso sono maturi. Aragno pubblica Germania 1933-1945: l’Emigrazione Interna nel Terzo Reich. L’autore Marino Freschi riesce a osservare da vicino, eppure con sguardo distaccato, l’intreccio tra la vita e l’opera degli scrittori tedeschi che in quegli anni decisero di non emigrare, senza per questo condividere le scelte politiche della loro Germania. Il rifugio sotto un mantello invisibile, per dirla con scrittori come Benn e Carossa.

I motivi che li spinsero a restare, come ricorda più volte l’autore, furono i più vari. Familiari, economici, linguistici o patriottici. Inoltre, forte era il loro legame con la loro terra e la cultura che essa rappresentava.

Dedica spazio, Freschi, innanzitutto alla grosse Kontroverse, la Grande Controversia della Germania postnazista. Tra coloro che presero le distanze dalla dittatura, vi era chi sosteneva che la vera sofferenza fosse quella di chi non aveva lasciato la patria, come Walter von Molo e Frank Thiess. Ma vi fu anche chi rimase ferito da una tale asserzione, come Thomas Mann. Proprio grazie a questo dibattito, il lettore può percepire l’atmosfera dell’epoca, lo stato d’animo di chi aveva vissuto una situazione politica così difficile da contrastare, al punto che anche successivamente non era facile parlarne.

L’autore si confronta con la posizione politica dei rappresentanti dell’Emigrazione interna. Mette in luce come alcuni s’opposero alla dittatura, come altri accettarono compromessi o ebbero posizioni contraddittorie, tanto da essere prima pubblicati e poi censurati. O fecero scelte dettate da opportunismo.

Difficile la ricostruzione di un quadro completo di questa letteratura catacombale – nata quando la vita stessa era piena di insidie – spesso costituita da diari clandestini e da testi nascosti, letteralmente sepolti, criptati, trascritti a mano, copiati e diffusi illegalmente. Ardua molte volte la comprensione della scrittura che ne scaturiva, spesso criptica.

Ernst Wiechert

Pur mettendone in risalto le numerose sfaccettature, Freschi riesce a tracciare alcuni elementi comuni e a rendere la lettura accessibile non solo a studiosi, ma a un pubblico più vasto.

Definisce l’esperienza storica

sospesa tra il rifiuto e il compromesso, tra la nostalgia dell’esilio e la rassegnazione, tra la tecnica dell’elusione e l’opportunismo.

E non dimentica i conformisti.

Cita numerosi rappresentanti, evoca sia episodi che fanno pensare a una complicità con il regime, sia l’evoluzione di personalità come Gottfried Benn, che dapprima simpatizzò per il regime, per poi prenderne le distanze. Grazie al racconto dell’esperienza di Benn e di quella che egli stesso definì “emigrazione aristocratica”, emerge il ruolo avuto dall’esercito, in cui talvolta si rifugiavano coloro che non aderivano all’ideologia al potere.

Rilevante la parte dedicata a due scrittori molto rappresentativi della scrittura e della concezione intellettuale dei testi della Innere Emigration: Ernst Wiechert e Hans Carossa. Emblematiche, le loro opere, dell’immersione nell’interiorità, dell’allontanamento dalla vita politica, del rifugio in realtà appartate.

Hans Carossa (a. destra, nella foto) nella Bahnhofstrasse di Passau, scattata intorno al 1930. – Foto: Stadtarchiv Passau

Più volte Freschi mette in evidenza come l’emigrazione interna fosse per lo più un allontanamento dalla vita politica, un rifugio nella propria soggettività. Il rifiuto della civilizzazione delle macchine, delle adunate, della modernità si concretizzava spesso con il trasferimento in provincia, dove il regime era meno presente e dove la Germania era considerata più “intatta”. Era ricorrente il rifiuto dello Zeitgeist dominante.

Spiega il ruolo giocato dai romanzi storici, un genere letterario a cui gli autori ricorrevano spesso, anche per criticare il regime, e da quelle riviste che costituivano un punto d’incontro di scrittori e poeti, alcuni dei quali coinvolti nella cospirazione contro Hitler. O che erano seguite da figure come Hans Scholl, con la sorella Sophie elemento di spicco del gruppo di resistenza interna “Rosa Bianca”.

Testimonianze importanti sull’epoca sono costituite anche dai diari, che c’informano sulla difficoltà di vivere e di scrivere, o sul vissuto dei loro autori.

Significativa la scelta di parte di scrittori e poeti di coltivare la Naturlyrik, una scelta che negli anni Trenta era politica proprio perché impolitica. I poeti non appoggiavano pubblicamente il regime, al contrario di quanto richiesto.

Una struttura portante della Innere Emigration, la Junge Generation, era costituita in maggioranza da intellettuali conservatori, cristiani, impolitici, di sentimenti patriottici.

Francobollo commemorativo di Martin Niemöller nel centenario della nascita, 1992

Emerge dunque uno schieramento spiritualista, tradizionalista, conservatore, ostile al nazionalsocialismo. Numerosi gli scrittori contrari al nazionalsocialismo d’ispirazione cristiana, in anni in cui la chiesa luterana – in particolare la Bekennende Kirche di Martin Niemöller e Dietrich Bonhoffer – e quella cattolica erano le uniche istituzioni non omologate. Dal volume apprendiamo come circa cento pastori sottoscrissero una “Dichiarazione teologica” a cura di Martin Niemöller e Dietrich Bonhofer, in cui accusavano Hitler di totalitarismo, opponendosi attivamente al regime.

Un’opposizione attiva fu possibile anche all’interno dell’esercito, dove fu creata una rete cospirativa.

Più spontanea, secondo Freschi, la capacità di allontanarsi dalla sfera pubblica e politica da parte delle scrittrici che reagirono al nazismo con il silenzio, come Ricarda Huch. Altri esempi di emigrazione interna femminile sono Luise Rinser, con un atteggiamento più ondivago, ed Elisabeth Langgässer, punita perché dichiarata “mezza ebrea”.

L’ultima parte, dal titolo “Terra tedesca”, sottolinea il legame profondo che diversi autori noti rimasti in Germania avevano con il proprio paese, districandosi ancora nella complessità delle loro esperienze. Cita, tra gli altri, il premio Nobel Gerard Hauptmann, Irmgard Keun, Erich Kästner, Hans Fallada.

La pubblicazione rende dunque giustizia all’“emigrato interno”, supera qualsiasi visione in bianco e nero, ricorda che proprio tra le file di chi rimase in Germania vi fu chi tentò di eliminare Hitler, valorizza ufficiali e intellettuali che si distinsero al suo interno. Studia come si rifugiarono nell’interiorità, come questo profondo radicato soggettivismo rappresenti un forte legame con la tradizione della letteratura tedesca, narra le tragedie personali di autori spesso conservatori e cristiani. E di grandi autori solitari, che realizzarono un percorso autonomo.

Il percorso di chi restò fu comunque contrassegnato da un legame con la propria patria, la storia, il paesaggio, la gente, l’amore della lingua e della terra. Con una Germania sopraffatta dalla “disumanità del Reich, ma che rimase per loro una patria imperdibile”.

Copertina: Panchina dedicata a Hans Carossa e al suo amore giovanile, Amalie, nei giardini di Passau. (Photo: mediendenk)

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Il mantello invisibile ultima modifica: 2020-07-23T20:07:33+02:00 da SANDRA PAOLI

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