Santa Sofia, l’Islam, la modernità

Una storia chiara e precisa, disturbata da troppi equivoci (quasi tutti volontari).
scritto da FRANCO CARDINI
Condividi
PDF

versione in greco

Che cos’è accaduto a Istanbul? Che ne è stato, e che cosa mai ne sarà, di Santa Sofia? Premesso che il futuro è inconoscibile e che gli storici in particolare sono pessimi profeti (il che prova che la storia un senso, quanto meno immanente, non ce l’ha), proviamo ad affrontare la cosa con ordine e con chiarezza.

Storia di un monumento/documento

Santa Sofia, come siamo abituati a chiamarla, ossia Aghia Sophia com’era stata intitolata alla fondazione, Ayasofya come la chiamano i turchi, fu fondata probabilmente sul modello dei mausolei ellenistico-romani a pianta centrale, atti a celebrare originariamente la divinità dei sovrani in quanto sacrae personae, divinizzate dopo la morte. La tradizione la vuole fatta fondare da Costantino a partire da circa il 330, per ospitare le reliquie della Passione del Signore che sua madre Elena, fervente cristiana, aveva rintracciato a Gerusalemme. A completarla fu l’imperatore Costanzo II nel 360; ma, incendiata poi nel 404 durante una rivolta, fu riedificata nel VI secolo come la più ricca e imponente chiesa della capitale da Giustiniano, che ne mantenne la dedicazione alla Divina Sapienza (in greco Aghia Sophia), vale a dire dalla Seconda Persona della Santissima Trinità, il Figlio.

L’imperatore e legislatore affidò agli architetti Isidoro di Mileto e Antemio di Tralle un complesso lavoro di totale ristrutturazione che durò solo cinque anni in quanto sostenuto da un finanziamento colossale. La sua immensa cupola, di circa trenta metri di diametro, crollò nel 555-556 e venne sostituita da un edificio di ridotte dimensioni che tuttavia, con i suoi 61 metri di altezza, 77 di lunghezza e 71 di larghezza, era comunque il più straordinario monumento dell’impero. Marmi e metalli preziosi furono impiegati a profusione per l’edificio, completamente rivestito all’interno di mosaici. Le pietre e le colonne che erano state utilizzate per costruirlo provenivano, a quanto si diceva, da diversi luoghi dell’impero, a cominciare dal saccheggio del grande tempio di Artemide a Efeso. 

A partire dal VII secolo l’impero romano d’Oriente, che siamo soliti chiamare Bisanzio, fu scosso dalla crisi iconoclasta; diversi imperatori aderirono al movimento che si opponeva al culto delle immagini sacre, accusato di favorire l’insorgere di forme di idolatria fino a quando il lungo periodo di contese si concluse sotto il regno del basileus Michele allorché una cerimonia in Aghia Sophia, tenuta l’11 marzo dell’843, riaffermò solennemente e definitivamente il dettato del secondo concilio di Nicea, legittimando di nuovo la proskynesis (prostrazione) dinanzi alle immagini: secondo un culto di latrìa (“adorazione”) riservato a Dio, e di doulìa (“venerazione”) cui avevano diritto la vergine Maria, gli angeli, i santi. 

Dopo lo “scisma d’Oriente” del 1054, Santa Sofia divenne la più importante chiesa del culto cristiano greco, definito “ortodosso” e contrapposto – con molte differenze liturgiche e disciplinari, ma pochissime teologiche – a quello latino, detto “cattolico”.

Simbolo dell’unità religiosa dell’impero, la chiesa fu gravemente minacciata nelle fasi preliminari della conquista latina di Costantinopoli, nel 1204: in quell’occasione – siamo nel contesto della “quarta crociata” – un gravissimo incidente avvenne mentre Alessio IV (il giovane principe che i “crociati” e i veneziani avevano rimesso sul trono insieme al padre dopo un colpo di stato dello zio, in cambio della promessa di ingenti ricompense) era fuori dalla città accompagnato da alcuni dei baroni franchi in una spedizione contro i bulgari. Una banda di fiamminghi, pisani e veneziani mosse un attacco contro il quartiere musulmano di Costantinopoli per depredarlo: i residenti reagirono, con l’aiuto dei greci. Le conseguenze furono terribili perché un incendio divampò e il vento spinse le fiamme in profondità, estendendosi per circa cinquecento metri e arrivando a sfiorare Aghia Sophia. Seguirono settimane di tensione, al culmine delle quali i crociati saccheggiarono e conquistarono la capitale. Preventivamente, i capi della crociata si erano riuniti per accordarsi sulla suddivisione del bottino e dell’impero: al patriarca latino, che avrebbe dovuto essere insediato, sarebbe spettata Aghia Sophia convertita dalla confessione greca a quella latina che gli occupanti volevano imporre a una capitale recalcitrante. Proprio in quella sede il 16 maggio del 1204 il conte Baldovino IX delle Fiandre venne incoronato imperatore di Costantinopoli mentre il veneziano Tommaso Morosini ne divenne patriarca. Così, quando il 13 marzo 1261 con l’aiuto dei genovesi, nemici dei veneziani, i greci riconquistarono la città o quel che ne restava dopo le devastazioni, fu sempre in Aghia Sophia che Michele VIII fu incoronato il nuovo basileus, Michele VIII della dinastia dei Paleologhi: chi vuol saperne di più, può leggere adesso il bel libro di Marina Montesano, Dio lo volle?, Roma, Salerno editore, 2020.

L’impero bizantino si trascinò stancamente per un paio di secoli, fino a quando gli ottomani non misero fine all’agonia; tuttavia, non prima che i cattolici imponessero, in cambio dell’aiuto (che comunque non arrivò mai) contro il nuovo pericolo costituito dai turchi ottomani un allineamento forzato dei greci all’autorità del pontefice, quindi la fine dello scisma imposta d’autorità. La corte imperiale si piegò a quel ricatto, ma buona parte del clero ortodosso e del popolo costantinopolitano oppose fiera resistenza: e fu ancora in Aghia Sophia che il 12 dicembre del 1452 alla presenza del cardinale Isidoro di Kiev scelto come patriarca latino di Costantinopoli e appositamente giunto da Roma, che si celebrò la fine dello scisma iniziato nel 1054. Fu allora che i greci cominciarono a sussurrare che “il turbante del Turco” era in ultima analisi preferibile “alla tiara dello scismatico romano” come garanzia di liberà religiosa. 

Dopo la conquista ottomana del 1453, il sultano Mehmet II convertì la chiesa in moschea: una conversione forzosa, di evidente intensissimo significato simbolico, per la quale tuttavia il patriarca greco Gennadios – divenuto capo del millet cristiano del sultanato ed eccellente collaboratore del sultano – fu risarcito economicamente; alcune altre chiese dell’impero furono convertite in moschee, ma altre vennero lasciate al culto cristiano. Di molte cose si può accusare l’impero ottomano nei suoi oltre cinquecento anni di vita, dal 1453 all’indomani della sconfitta del 1918: non però d’intolleranza o di repressione religiosa. 

Come testimoniano molti cronisti dell’epoca, fra i quali il fiorentino Cristoforo Buondelmonti, al momento della conquista l’edificio si trovava in uno stato fatiscente; i restauri, inaugurati già da Mehmet detto al-Fathi, “il Conquistatore”, procedettero continuarono sotto i successori del conquistatore; gli ultimi lavori importanti, realizzati verso la metà dell’Ottocento, furono affidati ad architetti italiani. Nel complesso però la trasformazione da chiesa a moschea non comportò mutamenti invasivi, a parte la costruzione del mihrab (la nicchia di preghiera rivolta verso al Mecca) e del mimbar (l’alto pulpito accanto ad essa) e l’apposizione dei nomi del Profeta Muhammad e dei principali suoi compagni (ansar) pendenti da soffitto su grandi supporti circolari di pelle di cammello. I preziosi mosaici raffiguranti Dio, la Vergine, i santi, gli angeli, gli imperatori e i patriarchi vennero talora scialbati con un velo di calce (ma non danneggiati) oppure coperti da cortine. 

Dopo lo smantellamento dell’impero ottomano e la rivoluzione nazionalista di Mustafa Kemal Atatürk, nel 1935 si volle trasformare Ayasofya in un “tempio laico”, cioè in un museo, in linea con la politica del governo. In anni recenti il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha permesso, se non favorito, il ritorno di diversi edifici del paese a luoghi di culto: in Istanbul Chora, un’altra chiesa bizantina di Istanbul che pure era diventata una moschea e poi un museo; e fuori dalla capitale edifici simili a Iznik e Trabzon. Da un paio d’anni a questa parte il presidente aveva più volte promesso (o minacciato: secondo i punti di vista) di fare lo stesso con Ayasofya che sarebbe tornata al suo ruolo di luogo di culto. Va detto ch’esso è stato tale – cristiano latino, cristiano greco o musulmano – per circa 1600 anni, durante i quali il santuario non ha mai cessato di essere in differenti forme un luogo di preghiera dedicato al culto del Dio unico, quello di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe, di Gesù e di muhammad. Evidentemente, Erdoğan intendeva con ciò ottenere ulteriore consenso da parte della base tradizionalista (se non proprio fondamentalista) del suo partito e di varie altre formazioni che potremmo definire, più che “fondamentaliste”, piuttosto “pietiste”, cercando con ciò d’indebolire certe influenze straniere (soprattutto quella arabo-saudita) e al tempo stesso di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica del suo paese da altri aspetti della sua politica non sempre cristallina. Insomma, nella promessa – poi come sappiamo mantenuta – di restituire l’edificio al culto musulmano vi sarebbe stata (e vi sarebbe) una buona componente propagandistica e demagogica: ma tale questione è interna alla Turchia odierna e rispetto ad essa poco hanno da dire gli altri paesi, pochissimo quelli occidentali e non musulmani. 

Si è discsso a lungo in sede governativa e nella pubblica opinione turca, negli ultimi mesi, se mantenere all’edificio il carattere museale voluto dal “laico” Pater Patriae Atatürk e limitarsi all’inaugurazione al suo interno di una “sala di preghiera” oppure riconvertirlo del tutto alla funzione di moschea; vi furono anche altre proposte, come quella del patriarca armeno d’Istanbul – che sarebbe stata altamente significativa anche se un po’ troppo ardita, purtroppo, nel conteso odierno – di ospitarvi anche un’area riservata al culto cristiano. 

Il decreto firmato dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan che ordina la riconversione della basilica di Santa Sofia di Istanbul in una moschea.

Di per sé, il suo ritorno alla funzione sacra originaria non deve destare inquietudine: soprattutto alla luce del fatto che, come capitale di due imperi, quello romano e quello ottomano, Aghia Sophia / Ayasofya non è mai stata un simbolo neutro. Lo “strappo” vero, più che nel 1204 quanto il santuario passò dai greci ai latini o nel 1453 quando passò dai cristiani ai musulmani, avvenne durante il regime laicista di Kemal, in tempi nei quali perfino il nominare il nome di Dio in parlamento era considerato un crimine. Oggi, un ritorno al culto che garantisca la visitabilità dell’edificio consentendone implicitamente, nella sostanza, il mantenimento delle funzioni museali nelle ore libere dal culto religioso (come accade anche nelle chiese cristiane) e garantendo che le opere d’arte ivi contenute non siano danneggiate o rimosse non appare cosa che possa davvero urtare o scandalizzare qualcuno. Quanto all’abolizione del biglietto d’ingresso, voluta dagli ambienti più osservanti i quali ritengono una tariffa venale cosa lesiva del carattere sacro della moschea, il danno si rifletterà sul governo turco che verrà a perdere un importante cespite da utilizzare per la manutenzione dell’edificio. 

I veri problemi sono di altro ordine: interni alla Turchia, al mondo musulmano nel suo complesso e a tutta la nostra società. Erdoğan, che non ha alcuna intenzione – checché ne dicano i suoi avversari – di voltare le spalle alla rivoluzione del “Padre della Patria” Atatürk, persegue da anni sia pure con abile prudenza una linea di ricerca di consenso in ambienti religiosi che vanno dal pietismo al fanatismo. Ciò accade anche in molti altri paesi musulmani nei quali i governi sembrano consentire sempre di più spinte religiose di vario genere, magari per motivi strumentali. E, spiace dirlo, si rilevano gli stessi atteggiamenti anche nel nostro Occidente laico e democratico. Dietro la volgarità demagogica – e obiettivamente blasfema – dei simboli religiosi ostentati e della preghiere scandite al microfono dinanzi a piazze piene di militanti, è questa nuova strategia di uso del Sacro che coinvolge molti: musulmani, ebrei, cristiani. Contro questi atteggiamenti è necessario vegliare con il massimo rigore al fine d’impedire l’insorgere di equivoci.

Qualche considerazione personale

Comunque, dinanzi a eventi come questi, non si ha il diritto di nascondersi dietro il dito della “cronaca obiettiva”. E allora, richiesto di farlo, mi permetto di esporre – “papale papale”: e vedrete che non è un modo di dire – il mio personale pensiero. 

Santa Sofia è nata come edificio destinato all’adorazione di Dio e alla preghiera, e il Dio adorato era Quello di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe, di Mosè, di Gesù: più tardi lo sarebbe stato anche di Quello di Muhammad, che è assolutamente lo stesso adorato nella varietà dei culti e concepito nella diversità dei sistemi teologico-liturgici. Come credente in quel Dio ritengo che la cosa non gli sia dispiaciuta.

Nel 1935 un eccellente generale turco, che aveva studiato nelle accademie militari del Secondo Reich, aveva grazie a Dio umiliato la tracotanza britannica nella battaglia di Gallipoli, era presumibilmente ateo e adepto del Grande Oriente e non avendo osato sbarazzarsi del tutto di Dio come avevano fatto con impegno e convinzione i carranzisti messicani e con molti maggiori riserve i bolscevichi russi nel 1917, aveva anche in ciò scimmiottato l’Europa: se proprio non puoi cancellare Dio, riducilo ad oggetto di museo. In Occidente la cosa fu stimata colta, intelligente, civile, tollerante, ragionevole, progressista; come credente ritengo fosse anche e soprattutto furba. 

Una novantina di anni dopo allora, il mondo è molto cambiato (forse alquanto in peggio). Fra le novità più interessanti ma anche più ambigue e inattese di questo cambiamento c’è stato un ritorno del divino, spesso in forme selvagge, fanatiche e irragionevoli. Erdoğan si trova a un bivio difficile: deve in qualche modo amministrare un’eredità kemalista che non può e forse nemmeno vuole sconfessare e/o dilapidare (i turchi possono permettersi un lusso che tedeschi, russi e italiani non possono) e d’altronde non può reprimere a dovere come fosse vorrebbe tutti i gruppi musulmani fondamentalisti che gli si agitano attorno e alcuni dei quali amerebbe fare a fette. Quindi, ecco un colpo al cerchio musulmano che accontenta un po’ tutti i moderati pietisti che stanno con lui e i kemalisti più timidi, che vogliono proseguire il cammino occidentalizzante a dirla col Manzoni, “adelante”, ma “con juicio”, e anche i diciamo così “fondamentalisti moderati” che lo appoggiano (per esempio l’ala centrista dei Fratelli Musulmani) anche se indigna i kemalisti più rigorosi (in ciò allineati con i vertici del ceto dirigente occidentale, cristiano laico che sia: perché questa è la paradossale verità sui “terroristi”) e lascia sospettosi e insoddisfatti quando non addirittura indignati i fondamentalisti di obbedienza salafito-wahhabita al servizio dell’Arabia saudita (e quindi di Trump); e uno alla botte occidentale cristiana o laicista che sia, che si rassicura sulle magnifiche sorti e progressive di Santa Sofia come museo e si ammicca nella sua direzione facendo capire che in fondo l’edificio diventerà moschea per cinque brevi preghiere giornaliere (delle quali almeno due fuori orario di visita) e per un periodo più lungo in coincidenza con la kutba del venerdì (in San Pietro i turisti sono espulsi dall’edificio per un tempo giornaliero ben maggiore). La faccenda del lasciare le immagini sacre (sono state lì per secoli quando Santa Sofia era moschea, in certi periodi le hanno velate o scialbate con la calce, ma sostanzialmente non hanno mai dato fastidio a nessuno) è un mezzuccio ispirato forse alla Chiesa cattolica. Va bene lasciare che gli edifici sacri vengano visitati dai turisti, ma è sacrosanto non consentire profanazioni.

Gli influencer che hanno parlato di “iconoclastia” o hanno addirittura evocato lo spettro dei Buddha di Bamiyan non sanno né chi è Erdoğan, né che cosa sia l’Islam in sé, né quali siano i suoi problemi odierni, né che cosa sia la Turchia in questo momento. Desidero aggiungere a livello profondamente personale, come “figlio spirituale” della Compagnia di Gesù quale mi onoro di essere, che la mia posizione coincide profondamente ed esattissimamente con quella del mio beatissimo Padre e confratello in sant’Ignazio che in questo momento siede per la gloria di Dio e per nostra fortuna sul soglio pontificio. Desidero specificare che non nutro soverchie simpatie per il signor Erdoğan (appartengo piuttosto alla linea Putin-Rohani), ma che la soluzione del ritorno – solenne ma sostanzialmente part-time – di Santa Sofia a moschea mi lascia soddisfatto in quanto non posso come credente se non gioire quando una domus orationis è ricondotta alla sua funzione originale e primaria. Aggiungo che mi avrebbe reso totalmente felice la soluzione proposta dal patriarca armeno, vale a dire di una restaurazione del culto permessa anche ai cristiani (come in passato è accaduto in certe chiese cattoliche a partire dalla moschea al-Aqsa di Gerusalemme quando c’erano i templari; per spiegare perché ciò non sia possibile nell’Islam si dovrebbe aprire una parentesi lunghissima e qui non è possibile; basti sapere che al cosiddetta “intolleranza” non c’entra), ma per ciò i tempi non sono maturi: auspico che lo divengano, ma ci vorrà un mutamento profondo che per troppi versi è ancora molto lontano.

Si potrebbe obiettare che il mio confratello vescovo di Roma, che ho l’onore di servire perinde ac cadaver, si è detto “addolorato” per la faccenda di Santa Sofia. Così circola voce, che non sono riuscito a controllare: e non par che le ragioni di questo “dolore” siano mai state chiarite. Sarebbe dispiaciuto perché un monumento che per oltre un millennio e mezzo è stato una sede religiosa consacrata a Dio è tornato, dopo meno di un secolo dalla sua dissacrazione, allo scopo per il quale era stato edificato? È davvero credibile un’ipotesi del genere? O altrimenti? 

Prendo comunque provvisoriamente per buona la voce del “dolore” pontificio, suppongo che se il papa lo ha davvero espresso sia stato indotto a tale scelta dalla consapevolezza della confusione che regna sovrana anche tra i cattolici e plaudo pertanto alla sua gesuitica prudenza: è fin troppo consapevole che nel gregge di oltre 1.200.000.000 di pecorelle del quale egli è pastore abbondano le bestiacce ignoranti, stupide e scabbiose che (purtroppo, dico io), non è né prudente, né caritatevole scandalizzare. Io però nel mio piccolo sono convinto che oportet ut scandala evenient, le scandalizzo ogni volta che posso e amerei ben prenderle anche a calci nel sedere perché non sono un pastore. Posso però assicurare, e ne ho motivo, che il Santo Padre la pensa in realtà esattamente come me: o meglio, sono io che la penso come lui.

L’islam e il culto delle immagini

Tra le molte sciocchezze che si sono proferite riguardo a tutta la faccenda, alcune delle più solenni riguardano i famosi mosaici, o comunque ciò che ne rimane. Saranno velati durante i momenti di preghiera, mediante un sistema molto leggero e pochissimo invasivo di cortine. Qualche imbecille ha perduto l’ennesima occasione di stare zitto citando il caso dei “Buddha di Bamyan” fatti saltare alcuni anni fa dai talebani e ipotizzando che qualcosa del genere possa accadere un domani anche in Turchia. 

Premesso che non si può mai ipotecare il futuro e che in storia l’uso al futuro dei “sempre” e dei “mai” dovrebbe essere rigorosamente bandito, non si può non ribadire che l’Islam non è per nulla né teologicamente, né disciplinarmente, né liturgicamente unitario e che pertanto l’affermazione secondo la quale l’Islam, tutto l’Islam, non consentirebbe la riproduzione dell’immagine umana, o addirittura degli esseri viventi, corrisponde a un pregiudizio tanto corrente quanto errato. Bisogna anzitutto ricordare che nel mondo musulmano mancano istituzioni dogmatico-normative, cioè non esistono Chiese; pertanto è impossibile parlare di una dogmatica musulmana o addirittura di una “ortodossia”. Ne consegue che anche il concetto di “eresia” è, di per sé, inapplicabile al mondo musulmano. 

Il divieto della rappresentazione di Dio e degli esseri viventi discende, com’è noto, da una prescrizione biblica rigorosamente osservata dagli ebrei e tendenzialmente seguita anche dai musulmani per la medesima ragione di fondo: impedire che le immagini possano in qualche modo aprire la strada a una qualche forma d’idolatria e distinguersi nettamente dai “pagani”. Si tratta delle stessa ragione di fondo che ha presieduto nell’VIII secolo d.C. al diffondersi dell’iconoclastia. 

Nell’Islam esistono – oltre alle tre confessioni sunnita, sciita e kharigita, che si differenziano soprattutto sul valore delle “scritture canoniche” – varie scuole teologico-giuridiche; e tutte concordano sul divieto di rappresentare Dio. Ma vi sono tradizioni musulmane che hanno una grande storia sul piano delle tradizioni iconografiche: non si rappresenta Dio, ma si possono rappresentare il Profeta Muhammad (di solito velato o con la faccia avvolta da una fiamma), gli altri profeti – le immagini di Gesù e di Maria, specie nella tradizione pittorica e miniaturistica sciito-persiana, sono bellissime –, gli angeli, nonché uomini, donne, animali eccetera. Spesso anche con immagini ardite (penso alla scultura umayyade dei secoli VII-VIII o a certe immagini dell’Alhambra di Granada). 

Vero è che negli ultimi secoli, specie a contatto con l’Occidente, la tradizione aniconica musulmana si è andata per reazione rafforzando in molte scuole fino a raggiungere in alcuni casi un rigore pari a quella ebraico-veterotestamentaria. Ciò specie presso certe sette, come i wahhabiti dell’Arabia saudita. Tuttavia sempre con molte incertezze e contraddizioni (se fosse così dovrebbero essere proibiti anche ritratti e fotografie, per non parlare di cinema e televisione). 

Vero è che, se i pareri teologici e giuridici sono al riguardo articolati e differenziati, si è andata per contro negli ultimi anni rafforzando in certe correnti pietistiche popolari, specie nel mondo fondamentalista sunnita, un’aniconicità che in qualche caso rasenta l’iconofobia. Questo islam “popolare”, abbastanza forte al livello propagandistico e magari demagogico, sottolinea la necessità di differenziarsi a occidentali e cristiani. 

Sappiamo bene che la scelta del governo turco a proposito di Santa Sofia deriva da un forte condizionamento politico; d’altronde il governo attuale deve tener conto del significato artistico del luogo, dell’afflusso turistico, del giudizio internazionale eccetera. Quella di velare le immagini umane presenti in Santa Sofia durante la preghiera è pertanto una soluzione empirica tesa a risolvere praticamente un problema. Anche i turisti che visitano le chiese cristiane durante la Settimana Santa rischiano di trovare “velate” le immagini sacre, specie il crocifisso. Diciamo che si tratta di una misura ispirata a pietas, volta “a non dare scandalo”, appoggiata a scarse e fragili giustificazioni teologiche e dipendente soprattutto da ragioni politiche e propagandistico-demagogiche interne alla Turchia e agli equilibri presenti nel mondo islamico.

Grazie al tuo sostegno
ytali sarà in grado di proseguire le pubblicazioni nel 2020.
Clicca qui per partecipare alla raccolta fondi.

Your support will give ytali the chance to carry on in 2020.
Click here to contribute to the fundraising.

Votre soutien donnera à ytali la chance de continuer en 2020.
Cliquez ici pour contribuer à la collecte de fonds
.

Santa Sofia, l’Islam, la modernità ultima modifica: 2020-07-28T16:13:54+02:00 da FRANCO CARDINI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento