Il “family warming” che fa evaporare la famiglia

La crisi ha radici antiche, almeno fin dalla metà degli anni Settanta, e oggi viviamo in una vera e propria “società post-familiare”, come la definisce il Rapporto 2020 del Centro internazionale studi sulla famiglia.
scritto da VITTORIO FILIPPI
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È stato stimato che la pandemia ha fatto saltare circa 60/70 mila matrimoni. Posticipati, rimandati a data da destinarsi, calendarizzati a tempi meno procellosi. Forse. Comunque non è certo il coronavirus ad aver messo in difficoltà abiti bianchi e promesse di fedeltà. Perché la crisi del matrimonio (il cosiddetto démariage) e della famiglia ha radici antiche – almeno fin dalla metà degli anni Settanta, diciamo – e ci ha condotto oggi a vivere in una vera e propria “società post-familiare”. L’espressione forte sta nel titolo del Rapporto 2020 del Centro internazionale studi sulla famiglia (Cisf) appena uscito per le edizioni San Paolo.

In più di quattrocento pagine il Rapporto mostra come oggi la famiglia – quella che per sintetica inerzia chiamiamo tradizionale – sia divenuta minoritaria, sia nella prassi e nei comportamenti così come nei progetti e nelle visioni della vita. Per le generazioni del dopoguerra – quelle del doppio boom economico e demografico – gli obiettivi esistenziali erano condensati nelle tre “emme”: la macchina o la motoretta, segni dell’incipiente benessere; il mestiere, evidenza del miracolo economico; e il matrimonio. Strettamente connesso, quest’ultimo, alla genitorialità. Tre “emme” che si correlavano e che firmavano il raggiungimento dell’autonomia e dell’adultità. In particolare il matrimonio, il “fare famiglia”, era ritenuto una tappa biografica indiscutibile e naturale, tanto è vero che nell’età dell’oro della nuzialità (nel 1963 si raggiunse il picco dei matrimoni) celibato e nubilato raggiunsero livelli bassissimi.

Altri tempi. Oggi, dice il Rapporto, c’è il “surriscaldamento della famiglia” (family warming) che la fa evaporare o liquefare: gli aspetti più visibili sono l’invecchiamento, il calo del numero delle donne in età feconda (con conseguente denatalità), la diminuzione delle coppie con figli, la crescita delle famiglie monogenitoriali, il moltiplicarsi delle persone che vivono sole (ormai una famiglia su tre è single). Più in profondità è lo stesso genoma familiare a essere stravolto. Tale genoma è composto da quattro elementi: il dono reciproco, la reciprocità come regola, la sessualità e la (conseguente) generatività. Ora la cultura del dono è sopraffatta dall’utilitarismo, la reciprocità è indebolita dalla comunicazione virtuale che isola e connette, la sessualità si apre a molteplici identità di genere e la generatività umana viene “sorpassata” dalle tecnologie della riproduzione (forse fino all’utero artificiale).

In teoria le tappe psichiche del “fare famiglia” dovrebbero partire da un Io (l’esserci), passare a un Tu (l’esserci con) per giungere poi al Noi (esserci per), la dimensione ultima che apre alla generatività, alla creatività, all’oblatività. Solo che per costruire l’Io o il Noi – cioè delle identità equilibrate e solide – occorrono prospettive di lungo termine che sono negate e “corrose” dalla cultura del capitalismo flessibile e a breve termine, che certamente non riconosce come valori “lunghi” la fedeltà e la dedizione (rimane valido The corrosion of character di Richard Sennett, pur del 1998, in italiano per Feltrinelli).

Secondo una ricerca sociologica sui giovani (contenuta nel Rapporto) l’evaporazione della famiglia non si arresterà: per sei giovani su dieci “tutte le forme possibili di relazioni sono espressione di famiglia” (mentre un 9 per cento invece dice che niente è famiglia); meno della metà del campione (46 per cento) è certa di volere un figlio, segno che la generatività non è una priorità per i giovani adulti di oggi. Con quali ricadute per la demografia è fin troppo facile immaginarlo.

Insomma siamo già dentro a una “società post-familiare”, una società in cui tanti Io – per quanto narcisisti e insicuri – sperimentano con avidità le infinite libertà dei “possibili altrimenti” (esaltate dalle nuove tecnologie della comunicazione, in cui i social si sostituiscono al sociale) componendo, scomponendo e ricomponendo un variegato caleidoscopio di relazioni tutte definite sbrigativamente familiari. D’altronde come può una società “liquida” con amori pure “liquidi” reggere o accettare relazioni solide e ad alto consumo di tempo? Quelle relazioni che per Thomas Mann (Sul matrimonio, 1925) dovevano avere “una stabilità che sfida il tempo, e il carattere di tutto quello che è eternamente umano”.


Copertina: Foto di Sandy Millar su Unsplash

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Il “family warming” che fa evaporare la famiglia ultima modifica: 2020-07-31T18:51:23+02:00 da VITTORIO FILIPPI

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