La Cina sbagliata del compagno Pompeo

Mentre la maggior parte dei think tank internazionali, compresi quelli statunitensi, prevedono una Cina sempre più forte e stabile sotto la guida del Pcc, il segretario di stato lancia una crociata contro il “male globale” e incita, citando Mao, il popolo cinese a ribellarsi. Non succederà.
scritto da PIO D'EMILIA
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[TOKYO]

Lo “storico” discorso di Mike Pompeo dello scorso 23 luglio, quello nel quale il segretario di stato Usa ha messo in guardia il cosiddetto “mondo libero” (oddio, quanto tempo è che non sentivamo quest’espressione?) dalla minaccia globale cinese e ha invitato – citando addirittura un vecchio testo di Mao, come ci ha dottamente ricordato su Asia Times Francesco Sisci – il popolo cinese a “bombardare il quartier generale”, non rappresenta tanto un pericolo per l’attuale dirigenza della Cina, che mai come in questi ultimi anni gode di un consenso diffuso quanto obiettivamente giustificato, quanto per noi sudditi “occidentali” dell’impero americano (Giappone compreso). Per tutti i paesi cioè – e i loro spesso troppo giovani e/o non particolarmente preparati leader e dirigenti – che rischiano di condividere, senza avere gli strumenti (e forse senza nemmeno cercarli) per effettuare adeguate analisi e verifiche, una narrazione che non è solo arruffata nell’esposizione (e questo vabbè, ci sta, di questi tempi) quanto errata nei presupposti, nei fatti e soprattutto nelle prospettive.

Una delle tante “visioni”, delle tante “strategie” che un tempo coprivano decenni di storia ed erano frutto di lunghe e appassionate riunioni e confronti tra esperti (do you remember Kissinger?) e che oggi rischiano invece di nascere da una battuta raccolta per caso durante quello che John Bolton, nel suo inquietante libro, descrive come il caotico via vai di “passanti per caso” nei corridoi della Casa Bianca, una sorta di “struscio” dove ci s’incontra, ci si saluta, si chiacchiera, ma senza sapere bene chi si abbia di fronte, cosa faccia e sopratutto se mai lo si rincontrerà. Chissà, la dotta – ancorché un tantino forzata, quanto a contesto storico – citazione di Mao potrebbe essere nata proprio così, ci sia consentito dubitare che sia frutto delle letture personali di Pompeo.

Pensare – e chiamare il mondo a raccolta su questo presupposto – che il governo cinese sia lanciato verso la conquista del mondo, verso la realizzazione di una nuova e violenta egemonia (termine verso il quale storicamente il Pcc ha sempre combattuto una battaglia ideologica, basti pensare alla lunga diatriba con il Pcus) – mostra una sconcertante superficialità e una profonda incapacità di “leggere” la situazione interna cinese. Che la Cina stia tentando di “stiracchiarsi” ai suoi confini, creando (ma a volte anche subendo) varie tensioni alle sue frontiere, dall’India al Mar Cinese Meridionale, da Hong Kong alle isole Senkaku/Diaoyu/Diaoyutai, le isolette contese con il Giappone di cui fino a qualche anno fa non fregava nulla a nessuno) è sicuramente vero.

Così com’è vero che, a fronte della minaccia sempre più concreta del cosiddetto decoupling provocato dalle politiche commerciali degli Stati Uniti – e che rischia di avere effetti micidiali anche e soprattutto contro l’economia Usa –, Pechino stia rafforzando la sua rete di relazioni politiche ed economiche “asimmetriche”, sia all’interno della vasta iniziativa della “Belt&Road”, sia attraverso accordi bilaterali più o meno ufficiali (si pensi ai rapporti con vari paesi europei) che garantiscano comunque la sopravvivenza e la ripresa degli scambi. 

Ma questi sono diversivi. Cibo per i media, e per governanti senza scrupoli, pronti a cavalcare qualsiasi notizia, basta che giustifichi l’ennesimo raglio sui social. 

Roba per distrarre, appunto, il “mondo libero”, e poter continuare a lavorare in relativa tranquillità alla realizzazione del “sogno cinese”. Che non è quello di conquistare il mondo o comunque allargare le frontiere, ma è quello, lo stesso da secoli, di dar da mangiare a un miliardo e mezzo di persone. E di farle campare sempre meglio. È l’obiettivo che dovrebbe perseguire qualsiasi paese in via di sviluppo, e che il Pcc, pur tra mille e gravi errori ha portato avanti con indubbio successo e che gli sta garantendo l’attuale consenso, con buona pace del compagno Pompeo e delle sue provocazioni neo maoiste. Un consenso confermato da decine di studi, sondaggi, ricerche condotti da autorevoli istituzioni e think tank americani ed europei e che smentiscono clamorosamente l’affermazione pompeiana che il Pcc considera il popolo il suo maggior nemico e che tutta la sua azione è improntata a difendere il suo privilegio dalle legittime aspirazioni dei cittadini.

Per carità, uno è libero di sostenere qualsiasi, ancorché fantasiosa, teoria: e se uno fa il politico non è neanche tenuto a fornire dei dati che la sostengano. Basta la parola, come si dice. E qualcuno che ci creda. Ma poi basta andare a spulciare uno qualsiasi dei più recenti studi sull’argomento, tipo quello appena pubblicato dall’Ash Center for Democratic Governance and Innovation dell’Università di Harvard, dal titolo Understanding CCP Resilience, Surveying Chinese Public Opinion Through Time per scoprire che il consenso popolare, come si diceva, è in continuo aumento e sfiora oramai il novanta per cento e che i cittadini riconoscono al governo di aver provocato “costanti e sensibili miglioramenti nel livello di vita”. Uno dei dati più significativi è l’aumento dei salari, che in Cina negli ultimi dieci anni sono mediamente triplicati, a fronte di un aumento di circa il cinque per cento negli Usa e del 2,5 per cento in Giappone.

Essendo appena uscito, il sopracitato studio affronta anche l’emergenza virus, raccogliendo anche in questo caso l’ampio consenso degli intervistati, che pur accusando le autorità di ritardi e errori iniziali, ne riconoscono la capacità di aver saputo gestirne bene i successivi sviluppi. Il che è difficilmente negabile, visti alcuni numeri: 4700 morti in Cina (su un miliardo e mezzo di persone), quasi centocinquantamila negli Usa (su 330 milioni di abitanti). Pur volendo fare – e va certamente fatta – la tara ai dati ufficiali cinesi, soprattutto su quelli relativi alla fase iniziale della pandemia, pur decuplicando i dati dei contagi e dei decessi, proviamo a immaginare quale sarebbe stato il bilancio di contagi e decessi se Pechino avesse gestito l’emergenza Covid-19 con la stessa efficacia degli Usa. 

Intendiamoci, sia in questo studio sia in altri – come quello ancor più recente pubblicato dalla Rand Corporation, citato qui dal South China Morning Post e nel quale s’invitano gli Stati Uniti a prepararsi ad affrontare una Cina sempre più forte e sempre più saldamente guidata dal Partito comunista – non mancano critiche e perplessità nei confronti di vari temi come la corruzione, l’ambiente, i diritti umani. Ma a meno che i risultati non siano stati grossolanamente taroccati, non sembra che siano i temi dominanti. I cinesi, con buona pace di Pompeo, hanno altre priorità. Possiamo certamente non condividerle, possiamo stimolare il confronto, ma non possiamo continuare a raccontare una Cina che non c’è, facendo finta che quella che c’è non ci sia o, peggio ancora, che ci sia ma sia “sbagliata”.

Persino i dati di volta in volta annunciati dall’amministrazione Usa, a supporto degli anatemi di Trump contro la presunta aggressione economica cinese, la perdita dei posti di lavoro, il fallimento delle imprese, gli ingiusti profitti non sembrano essere sempre corretti. Secondo l’ultimo Brooking Institute Report on US-China Economic Relationship, ad esempio, è vero che il commercio con la Cina ha provocato la perdita, negli anni, di oltre un milione di posti di lavoro (soprattutto nel settore manifatturiero a basso costo) ma ne ha anche creati quasi il doppio nel settore dei servizi, capitali e finanziari. Un saldo accettabile, si direbbe.

Per fortuna che di questa situazione, molto diversa da quella oramai quotidianamente narrata da Pompeo e dai suoi occasionali quanto improbabili suggeritori neomaoisti, il cosiddetto “mondo libero” sembra essere più consapevole di quanto sembri, o di quanto voglia o possa far credere all’annaspante alleato. Che l’Europa abbia preso le sue distanze è cosa nota. Meno noto è che anche il Giappone, strenuo alleato strategico-militare degli Usa, sulle politiche commerciali e finanziarie è molto meno disposto a seguire Washington e per ora non sembra voler inasprire la situazione, mettendo a rischio l’interscambio con quello che oramai da molti anni è il primo partner commerciale di Tokyo. 

La Cina sbagliata del compagno Pompeo ultima modifica: 2020-08-03T18:08:52+02:00 da PIO D'EMILIA

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