Venezia: primum habitare

Per affrontare seriamente la crisi delle città europee – di cui Venezia è caso emblematico - bisogna partire dalla città intendendola prima di tutto come spazio dell’abitare, e solo in riferimento a ciò reimpostare soluzioni dei problemi delle sue attività settoriali.
ALBERTO MADRICARDO
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“La pandemia ha cambiato anche il turismo” scrive Carlo Ratti sul Corriere della sera del 7 agosto scorso. E il Guardian del 5 agosto intervista diversi amministratori delle città più visitate, citando l’assessore di Barcellona Xavier Marcé, il quale afferma: “Non voglio altri turisti, voglio visitatori”. Il tema del mutamento della natura del turismo – non solo come conseguenza della pandemia, ma anche per la sua insostenibilità nelle modalità sfrenate con cui si è sviluppato – sembra condiviso da tutti gli intervistati. Tra questi c’è anche l’assessore di Venezia Paola Mar, che dice: “diversi proprietari di case che prima affittavano ai vacanzieri hanno accettato di affittare d’ora in poi solo a studenti universitari”.

Ma sostituire una monocultura con un’altra – in questo caso quella universitaria – sarebbe una buona soluzione?

Il turismo e l’università sono realtà irrinunciabili per una città come Venezia, vanno tutelati e sviluppati, ma in una logica che abbia come fine primario la città, il suo equilibrio d’insieme. Sembra che la città come tale, come realtà vitale complessa, sia fuori dell’attenzione primaria di questi soggetti, che pure se ne occupano per professione o scelta politica. Mantengono approcci settoriali, che guardano via via parti senza affrontare la questione complessiva del destino della città storica europea oggi.

Queste sono state e sono ancora uno straordinario fenomeno sociale e culturale che non ha paragoni nel mondo. Oggi queste città sono in crisi esistenziale. Se vogliono vivere nel XXI secolo devono darsi visioni e forme di autogoverno locale in grado di consentire loro di mantenere una loro vitalità in un tempo dai caratteri inediti e difficili.

La città storica europea è il luogo in cui l’umano si è storicamente sviluppato in tutta la sua complessità. Come tale essa va pensata e rivitalizzata: essa, nel suo spazio limitato, offre la possibilità di focalizzare problemi e di individuare soluzioni che, su un’altra scala, possono essere applicate al mondo intero. Tra questi il problema forse più urgente è quello del governo del rapporto tra vicino e lontano, tra qui e altrove, nel senso di riuscire a trarre i vantaggi dalla globalizzazione, subendone il meno possibile i suoi connessi svantaggi.

Per la città questo vuol dire dosare la presenza esterna al suo ambiente e alla sua civitas in modo che non sia distruttiva, ma benefica e rivitalizzante per il suo tessuto civile, economico, sociale e culturale.

La città storica europea deve saper dosare una gamma di presenze esterne più o meno temporanee, ma su una base di residenzialità che deve essere solidamente permanente. Questo zoccolo duro di cittadinanza residenziale stabile è il presupposto e la condizione di ogni strategia di innesto e diversificazione: una città senza più residenti non è più una città, ma un sito archeologico o un villaggio turistico, un campus universitario, o altro simile.

Oggi la pandemia ha messo il turismo in ginocchio ed ecco allora prese di posizione che per lo più pongono il loro focus su di esso: parlano della crisi del turismo nelle città storiche, fanno proposte su come adeguarlo a questi tempi, e solo in relazione a questo parlano delle città. Prendendo talvolta grosse cantonate.

“Già da diversi anni – scrive Ratti nel succitato articolo del Corriere – migliaia di veneziani sono in fuga dal centro storico alla ricerca di quelle opportunità che un’economia locale dominata dal turismo non è più in grado di offrire”. I veneziani “in fuga”? E dove? A Mestre, a Marghera, nell’entroterra veneziano? A pochi chilometri dalla città ci sarebbero nuove opportunità di lavoro? Se così fosse si sarebbe attivato un flusso di pendolari verso la terraferma come era negli anni Cinquanta da Venezia verso le industrie di Marghera. Ma questo pendolarismo da Venezia alla terraferma non c’è.

C’è invece un forte pendolarismo in senso inverso, dalla terraferma a Venezia, di persone che non lavorano solo nel turismo, ma anche negli uffici, nelle scuole ecc. Il che dimostra che non le opportunità di lavoro – almeno quelle reperibili a poca distanza – provocano lo spostamento di popolazione, ma la mancanza di alloggi, dovuta alla conversione, iniziata grosso modo a partire dagli anni Ottanta, del mercato immobiliare locale a una nuova domanda legata al turismo, cresciuta nel tempo fino ad assorbirlo tutto. A Venezia – in modo analogo ma forse più estremo delle altre città storiche europee – si è così creata una situazione di monocultura. 

Come tutte le monoculture, quella turistica produce equilibri fragili e instabili. Sul versante esterno, è particolarmente esposta alle oscillazioni anche piccole della congiuntura internazionale ed è scarsamente resiliente. Su quello interno, a fronte dell’arricchimento di un numero esiguo d’investitori speculatori per lo più internazionali che si spartiscono la parte più grossa dell’affare e lasciano ai locali qualche briciola, essa alimenta lo sfruttamento sfrenato delle risorse urbane, causa l’impoverimento del territorio, degrado civile e culturale del tessuto sociale locale. Secondo studi compiuti a Barcellona, la monocultura turistica ha effetti complessivamente non positivi sul mercato del lavoro locale, provocando, oltre alla sparizione di posti di lavoro nei settori tradizionali, la dequalificazione della mano d’opera, la sua precarizzazione e l’abbassamento medio delle retribuzioni salariali.

Il turismo speculativo non governato ha fatto da alcuni decenni a questa parte lievitare il costo degli immobili e scomparire il mercato dell’affitto residenziale in molte città storiche europee, ha spinto con forza eccezionale l’esodo da esse dei suoi abitanti, spazzati via. In conseguenza, ha fatto sparire gran parte delle attività locali rivolte alla cittadinanza, che sono per lo più meno remunerative ma più solide, più radicate nel contesto locale e più resistenti alle crisi. Ora, l’arresto più o meno transitorio della grande giostra turistica, lascia il vuoto. Così, si può dire, il turismo selvaggio è catastrofico in ogni caso: se c’è, perché c’è, se non c’è – come ora – perché non c’è.

Il suo effetto più gravido di conseguenze è che mette in moto sfrenate dinamiche speculative nel settore immobiliare. Queste sconvolgono gli equilibri del mercato, mettono fuori gioco la domanda locale, espellono chi vorrebbe abitare stabilmente la città: indeboliscono quello zoccolo di residenza stabile che costituisce la base vitale delle città e il nucleo forte della loro civitas.

La città europea, prodotta da una lunga e straordinaria stratificazione storica, con i suoi paesaggi ambientali e umani attrae oggi chi dispone delle risorse economiche necessarie per uscire saltuariamente dallo “spazio piatto” prodotto dalla mondializzazione. Il fascino principale che emana dalle città storiche deriva dal fatto che il loro spazio è stato plasmato da una vita vissuta concretamente nella vicinanza, sviluppata organicamente.

A differenza di oggi, linguaggi, esperienze, pratiche diverse, attività economiche, culturali, di pensiero, di ricerca e arte, di politica, mezzi e fini, si “toccavano” e si intrecciavano nel medesimo spazio. Si influenzavano e si con-fondevano perciò fin dal loro originarsi. Per questo la città storica, mentre scomponeva la complessa varietà della vita, anche la ricomponeva imprevedibilmente, in originali costellazioni, come uno straordinario caleidoscopio sempre fatto girare.

Oggi la città storica, anche se fisicamente mantiene l’impronta del suo sviluppo organico nelle sue forme fisiche, non è più il luogo in cui i mezzi e fini, lavoro manuale, arte e pensiero coesistono e si intrecciano: è stata assoggettata alla generale specializzazione funzionale degli spazi. Lo svolgersi di un organico ciclo della vita vi è diventato sempre più difficile o impossibile. Ridotta a vetrina, oggetto di fruizione e bene da consumare (nel suo cliché ma anche fisicamente, nelle sue pietre), la città storica europea nell’organizzazione del sistema della mondializzazione è stata destinata solo o prevalentemente all’evasione: dei ricchi, o anche, temporaneamente, di masse che, nell’attraversarla frettolosamente, non ne comprendono la natura, pure avvertendo più o meno chiaramente che un “abitare” diverso dalla loro esperienza si attuava in essa.

Ora ci si preoccupa sui giornali di come adeguare l’industria turistica alla nuova situazione creata dalla pandemia. Ma per cambiare il turismo, bisogna cambiare la città.

Visitare e abitare esprimono entrambi un’idea di ripetizione, di persistenza (visitare è verbo frequentativo di videre, habitare di habere). I “visitatori” che dovrebbero sostituire i turisti, entrando in rapporto con la civitas e avendo in essa un ruolo di stimolo e di arricchimento, come auspicato da amministratori locali, esperti e giornalisti, richiedono un’altra organizzazione della città e della sua vita, che faccia ritornare centrale in essa la sua civitas.

La targa commemorativa in memoria del soggiorno di Johann Wolfgang von Goethe in riva del Carbon.

Visitatore di Venezia, per esempio, poteva essere Goethe, che vi soggiornò in un tempo in cui la città, pure in decadenza politica, era molto abitata, straordinariamente aperta e vivace. Egli, definendola “repubblica dei castori”, coglieva il singolare modo di abitare, tra terra e acqua, dei veneziani. Vi soggiornò abbastanza per comprendere quasi del tutto la lingua del teatro veneziano e perfino i motti che si lanciavano l’un l’altro i gondolieri, incrociandosi, dalle poppe delle loro gondole. 

Non si può essere visitatori di città svuotate di vita, come non ci possono essere visitatori di Disneyland: solo frettolosi fruitori, famelici consumatori di cliché, cui tutto può essere somministrato, perché la loro stessa vita si svolge nell’astrattezza degli spazi funzionali in cui abitualmente vivono.

Se – come anch’io ritengo – vogliamo accogliere dei veri visitatori dobbiamo avere una città vera, con una varietà e complessità di vita in grado di attrarli e integrarli nel suo tessuto sociale, civile, culturale, nelle sue peculiari modalità di abitare e di con-vivere.

Una città storica vitale oggi dovrebbe essere capace di rifuggire i cliché mummificanti e di rigenerare sempre di nuovo la sua immagine offrendo un suo originale “spettacolo della vita”. Ciò che davvero interessa e incanta il visitatore. Non si deve dimenticare che – com’è stato detto – lo spettacolo più grande per l’uomo è l’uomo.

Perché ciò sia possibile, è necessario rovesciare la logica che ha ispirato fin qui il sistema della globalizzazione: la tendenza alla funzionalizzazione, specializzazione, subordinazione reciproca dei luoghi, per cui ogni parte del sistema è resa fragile tanto più quanto dipende dalle altre.

La civiltà moderna ha realizzato un insieme di dipendenze e di alienazioni quale mai in passato, lo ha allargato fino a comprendere praticamente l’intero spazio terrestre, ma concentrato sul proprio quantitativo, divorante sviluppo. Ora è chiaro che questo sistema è entrato in una fase critica gravissima e sta mostrando la sua insopportabilità non solo ambientale, ma anche umana.

Il turismo a Venezia, anche più che in molte altre città, è stato gestito per decenni prevalentemente con criteri di rapina. I veneziani, almeno gran parte di loro, sono stati espulsi, come e più degli altri abitanti delle città storiche europee, per la loro impossibilità di competere con le loro risorse con speculatori e grossi investitori sul mercato immobiliare. Si è lasciato che la città venisse spopolata, deprivata della sua principale ricchezza: la vita dei suoi cittadini e la varietà delle loro relazioni sociali.

Ora per affrontare seriamente la crisi delle città europee – di cui Venezia è caso emblematico – bisogna partire dalla città intendendola prima di tutto come spazio dell’abitare, e solo in riferimento a ciò reimpostare soluzioni dei problemi delle sue attività settoriali.

In questo periodo segnato dalla pandemia, viene particolarmente in luce la vocazione catastrofica del sistema mondiale delle dipendenze. I luoghi che hanno subito di più la conversione alla monocultura (in particolare quella turistica, ma non solo) rischiano di essere i meno resilienti. Città come Venezia, Barcellona, Praga, Lisbona, ecc. sono più colpite, mentre molto meno lo sono i territori che hanno realizzato da tempo strategie di diversificazione interna.

A questo sistema delle dipendenze è necessario si sostituisca un sistema delle indipendenze: ogni luogo deve mettersi in grado di riequilibrarsi partendo da sé, per offrire agli altri il suo originale contributo, tratto dalla propria situazione, alla soluzione dei problemi comuni del mondo.

John A. Case, canale veneziano, acquerello

Ma il punto di partenza non può essere che il ripopolamento della città. È la condizione preliminare perché si riformi la civitas, il principio di continuità che rende possibile continui, originali innesti di progetti, esperienze e energie vitali. Solo a questa condizione la città storica europea – e Venezia, per la complessità dei suoi problemi, in modo speciale – può essere spazio privilegiato di sperimentazione del nuovo di cui abbiamo bisogno.

Per la politica, lo spazio della città è molto più concreto di quello del sistema statale nazionale. Diviene un luogo in cui attori politici non formali possono partecipare alla scena politica molto più facilmente di quella nazionale. Al livello nazionale deve essere gestita per mezzo dei sistemi formali esistenti che si tratti del sistema politico elettorale o di quello giudiziario (…). Gli attori politici non formali sono resi invisibili nello spazio della politica nazionale. Nella città ha luogo una serie molto più ampia di attività politiche – occupazione di case, dimostrazioni contro la brutalità poliziesca (…). Molto di tutto questo diviene visibile nelle strade. Gran parte della politica urbana è concreta, rappresentata da persone invece che dipendere da mastodontici apparati mediatici (Sassen 2020). 

Per questo bisogna superare l’idea aristotelica dello spazio come “vuoto da riempire” e accedere all’idea della città come spazio che si riplasma dalle nostre azioni e relazioni. C’è da affermare il diritto alla città, come Henry Lefebvre preconizzava fin dagli anni settanta del secolo scorso: la città come spazio concreto, il qui da cui si comincia.

La città storica europea non può essere più considerata solo strumentalmente, come “mezzo”, risorsa, “gallina dalle uova d’oro” da sfruttare fino a che è possibile, ma fine in sé, spazio delle attività di cittadinanza e di sperimentazione di quei modi nuovi e consapevoli dell’abitare di cui abbiamo assoluto bisogno per affrontare le diverse crisi – sanitaria, climatica, economica, sociale – che incombono sempre più sul mondo. Più che elaborare progetti per la città c’è soprattutto da farli nascere e crescere dalla città, dalla sua rinforzata e rinfrancata civitas.

Il primo passo da compiere a Venezia è metter freno alla rendita speculativa immobiliare legata al turismo. In questo quadro possono assumere senso altre iniziative, a partire dalla valorizzazione dei settori di qualità, come ricerca, arte, artigianato e lo stesso turismo (a condizione che vi sia trasformazione del turista – come dice Ratti – in “viaggiatore posato”). Spazi abitativi e commerciali devono essere disponibili per coloro che desiderano abitare e lavorare a Venezia, ma ora non possono.

L’immissione di nuova popolazione in città può generare una nuova domanda di servizi, far riaprire negozi e altre attività stabili di vicinato. Tutto ciò avrà effetti benefici a cascata di rivitalizzazione del tessuto urbano e di cittadinanza.

Un intervento regolatore del mercato immobiliare è quanto avevamo proposto (invano) fin dal ’92 quando, impostando la campagna elettorale per la “Lista del ponte”, indicammo nella speculazione immobiliare indotta dalla pressione turistica la causa prima del degrado di Venezia, di cui già allora si potevano cogliere i segni inequivocabili.

Se avessimo seguito il principio e sviluppato le proposte di allora, non avremmo forse una Venezia ridotta al lumicino come quella di oggi. Una città che avrebbe potuto far da battistrada alla soluzione dei problemi epocali delle città storiche europee. E non essere un modello negativo, come purtroppo è per il mondo. Si sarebbe operato per mettere il turismo al servizio della città, e non – come è avvenuto – la città al servizio del turismo. Avremmo incontrato difficoltà e resistenze, ma avremmo fatto crescere una nuova classe dirigente che non avrebbe lasciato che i problemi marcissero oltre ogni limite.

Abbiamo perso trent’anni, debilitato il territorio (asservito esso stesso in larga parte, Mestre in primis, alla monocultura speculativa), impoverito e disgregato il nostro tessuto sociale, economico e civile, logorato il nostro capitale d’immagine nel mondo (facendo degradare in conseguenza la stessa qualità del nostro turismo), a principale vantaggio di pochi speculatori sempre più esterni ed estranei alla città.

Ci hanno portato a questo una classe dirigente locale e una politica chiuse e provinciali, eticamente e culturalmente depresse, succubi o complici, incapaci di governare il territorio con un minimo di lungimiranza.

La vera causa della crisi di oggi è qui: la mancanza prolungata nei decenni di una classe dirigente cittadina attrezzata a portare Venezia veramente nel XXI secolo. Solo ora la pandemia ci sta costringendo ad aprire gli occhi sulle sfide complesse di questo tempo. Questa nuova classe dirigente deve nascere da una civitas rigenerata, non residuale. Siamo ancora ben lontani dall’avere l’una e l’altra, ma la chiara consapevolezza dell’enormità dello scempio avvenuto e della posta in gioco anche per le future generazioni, può costituire la molla per attuare questo compito.

Venezia: primum habitare ultima modifica: 2020-08-14T18:36:46+02:00 da ALBERTO MADRICARDO

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