Poesia e inconscio

Il poeta ha un continuo, spesso inconsapevole, contatto col proprio inconscio e scrive cose che hanno un significato palese, nascondendone altre che saranno i critici e i lettori a dover rivelare.
MARIO GAZZERI
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Vent’anni fa moriva il poeta Attilio Bertolucci (1911-2000), forse l’ultimo di quella variegata scuola intimista-impressionista che, a partire da Giovanni Pascoli, si era poi articolata per i decenni successivi anche nell’opera dei “crepuscolari” Guido Gozzano e Sergio Corazzini e in alcune poesie dello stesso Gabriele D’Annunzio. Già allora il “dire poetico” non era sempre di facile decifrazione se si tiene conto della natura di novità, anche nel campo linguistico-lessicale, che ogni poeta introduce con la sua opera nella storia stessa della nostra lingua.

Attivissimi per lunghi decenni, due autori come Attilio Bertolucci e Mario Luzi (quest’ultimo più volte candidato al Nobel) mantennero in parte gli aspetti di intimismo e impressionismo lirico del periodo precedente, seguendo tuttavia un diverso registro semantico e ignorando la lezione ermetica di Giuseppe Ungaretti e – ma solo in parte – di Eugenio Montale, che rimase isolata come un diamante “solitario” nello sviluppo della poesia italiana.

Nella sua opera forse più importante, “La camera da letto”, per la quale scelse l’insolita forma del poema autobiografico in prosa, come anche nelle raccolte di poesie (vedasi in particolare “Verso le sorgenti del Cinghio”), Bertolucci sembra interpretare la realtà attraverso una decifrazione personale dei ricordi dove le colline del parmense sono il mondo e la famiglia il centro di questo mondo di bucolica storicità. Poemetti come “La capanna indiana” (1951) vibrano di profondi echi pascoliani.

Così Mario Luzi, forse più tragico, con sfumature che rimandano alla Grecia classica (“A che pagina della storia, a che limite della sofferenza, / mi chiedo bruscamente, mi chiedo / di quel suo ancora un poco / e di nuovo mi vedrete…”). Versi, questi ultimi, tratti dalla raccolta “Al fuoco della controversia” dove, a momenti, Luzi anticipa un linguaggio forse oscuro alla ragione ma di una occulta potenza evocativa che troverà in Giovanni Giudici e in Giorgio Caproni, i due grandi esponenti del passaggio al più attuale concetto di indagine poetica.

In alto a sinistra Attilio Bertolucci, a destra Giorgio Caproni. In basso a sinistra Mario Luzi, a destra Giovanni Giudici

Se la poesia, infatti, può essere intesa come una ricerca delle chiavi nascoste e della dimensione segreta della vita, Giudici e Caproni sono stati gli interpreti, a volte inconsapevoli, delle illogiche ragioni dell’inconscio divenute, negli ultimi venti anni, una costante del versificare contemporaneo. A ben vedere, nella letteratura italiana del secolo scorso, furono almeno due gli interpreti di questa chiave di lettura dell’esistenza, ma nessuno dei due era un poeta. Parliamo, ovviamente, di Luigi Pirandello e di Italo Svevo, che traduce elementi della rivoluzione freudiana in molte pagine de “La coscienza di Zeno”.  

Per meglio esemplificare questo ragionamento, ci serviremo di una frase detta dallo stesso Caproni durante una conferenza tenuta in un piccolo teatro romano nel lontano 1982:

Io ho scoperto nelle mie poesie e nei miei versi cose alle quali proprio, assolutamente, credevo di non pensare, suggeritemi, viceversa, dall’interprete, dal critico, e tutte cose giuste.

Questa ci sembra la dimostrazione migliore di come il poeta abbia un continuo, spesso inconsapevole, contatto col proprio inconscio. Scrive cioè spesso sotto una segreta “dettatura” che origina dagli strati più profondi della mente o, se preferiamo, dell’anima. Poeti che, insomma, scrivono cose che hanno un significato palese nascondendone altre che saranno i critici e i lettori a dover rivelare. Questo vale per tutti i poeti naturalmente, ma è più frequente tra i contemporanei e tra i giovani versificatori del nuovo millennio che usano un linguaggio espressivo più libero dalle “imposizioni” della logica, della ragione, delle regole anche grammaticali.

Sono gli esponenti di quelle nuove tendenze che provano a seguire gli incerti sentieri della nostra terza dimensione, quella in cui alberga il simbolismo onirico di tutti noi. Per cui Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga, Cesare Viviani, Aldo Nove, Silvia Bre, Mariangela Gualtieri e le tante altre voci nuove della nostra nuova poesia vanno letti e studiati dopo aver capito il percorso del rinnovamento poetico degli ultimi decenni. Il che implica una conoscenza di Giudici, di Caproni ma anche di Sandro Penna e delle sue poesie colorate da un immenso, infantile stupore. Un buon viatico per chi intende liberarsi delle sovrastrutture della logica e della ragione e immergersi nella poesia con la verginità di un sogno.

Poesia e inconscio ultima modifica: 2020-08-24T10:26:46+02:00 da MARIO GAZZERI
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