Il poeta Pasolini secondo il poeta Tolentino Mendonça

“Il magnifico corteo sulle macerie” di Francisco de Almeida Dias ci offre una lettura complessa e avvincente dell’opera del più interessante e originale cultore lusitano del grande autore italiano.
scritto da RICCARDO CRISTIANO
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versione portoghese

Il magnifico corteo sulle macerie di Francisco de Almeida Dias ci offre una lettura dell’opera poetica di José Tolentino Mendonça. L’autore spiega subito la valenza dell’opera:

La riflessione sulla vita e sull’opera di Tolentino hanno reso evidente che, oltre ad essere un confessato debitore della lezione pasoliniana, lui stesso è diventato negli anni un vero diffusore della figura e dell’opera di Pier Pasolini in Portogallo – anche sotto pseudonimo! Tolentino è, infatti, il Francisco che firma l’introduzione della più recente edizione portoghese dei pasoliniani “Escritos corsários, cartas luteranas” (Assírio & Alvim, 2006). In questo viaggio nell’universo paso-tolentiniano un terzo nome affiorava, come se volesse introdursi nella lettura, come se fosse carente la definizione della personalità artistica e dell’umanità poetica di Tolentino “pasoliniana” tout court, di forte assonanza epigonale. La terza figura di dimensione universale, che sembrava mediare le linee di forza comuni tra le opere dei due poeti, era chiaramente quella di San Paolo. Il messaggio paolino trovava perfetta aderenza sia nella vita, ideologia e opera di Pasolini, sia in quelle di Tolentino e, d’un tratto, tutto lo studio sembrava sintetizzarsi nel versetto della lettera ai Romani: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente” (Rom 12, 2). 

Qui c’è il punto più rilevante per il pensiero religioso, per la spiritualità di ognuno e soprattutto per ogni ecclesiologia. La grande provocazione pasoliniana, come vedremo, non potrà mai essere recepita pienamente dall’interno di una qualsiasi Chiesa, ma nessuna Chiesa può evitare di farci i conti, fino in fondo. “Non conformatevi…” questa è la sfida paolina che Pasolini traduce in sfida tra parola scritta, che per forza chiede conformità, e parola orale, che in quanto tale mai conforma. Ora, essendo Tolentino Mendonça cardinale di Santa Romana Chiesa, è chiaro che il libro contiene una valenza ecclesiale e spirituale enorme. Non può essere colta conformandosi, ma rinnovandosi. Ecco la grande sfida che divide, non tra culture, ma dentro ogni cultura. E di questo va dato atto in primis al genio di Pasolini e al coraggio indiscutibile di chi lo studia. 

José Tolentino Mendonça in un’illustrazione di Marta Nunes CCA (@martanunesilustra)

Dunque che libro è un libro come questo? Un libro su Tolentino Mendonça? O un libro su Pasolini? Ovviamente è un libro sui due? Cioè un libro su come il più provocatorio tra i cattolici sia capito, vissuto, amato, interpretato da un (allora) prete (oggi cardinale)? Affascinante…

Sono molte le pagine sorprendenti in questo libro, com’è logico sia, visto che si parla di un grande visionario capace di superare i suoi posteri per almeno qualche decennio quale è stato Pier Paolo Pasolini e con lui del suo studioso e appassionato cultore, il cardinale portoghese. Tra tutte queste pagine sorprendenti vorrei evidenziarne solo una che tutti possiamo capire, o provare a comprendere.

Paolo VI in occasione di un’udienza di nativi americani a Castel Gandolfo

Il volume si sofferma a lungo sull’opera di Pasolini che avrebbe dovuto diventare un film su San Paolo, figura che richiama il suo interesse, affascinandolo enormemente. San Paolo diviene così un grande a cavallo tra dimensione di Santo, la preferita da Pasolini, e dimensione di prete, da lui temuta; cioè San Paolo è scissione e incontro di parola orale e parola scritta, di spiritualità e istituzione. Pasolini temeva sopra ogni altra cosa il conformismo, e quindi sapeva che anche l’anticonformismo poteva diventare conformista. Di qui il suo timore per l’istituzione, il “prete”, la parola scritta, e la sua passione per la spiritualità sempre nuova, il “santo”, la parola orale, ancorata al suo contesto, al momento. Il suo film su Paolo avrebbe dovuto portare l’apostolo delle genti nelle città del nuovo mondo, fino a New York. Dunque ricostruendo questo passaggio tutto paolino di Pasolini il libro si sofferma su tante pagine decisive, folgoranti.

Quella che enucleo è centrale nella passione pasoliniana per Paolo, per il linguaggio eterno e concreto, quindi per il trasumanar e organizzar. Come si può “trasumanar” e organizzare? Nel nostro linguaggio, come organizzare una logica “non mondana”? È questo l’elemento di attrazione per Paolo, l’apostolo delle genti, che rese decisiva la fede, possibile a tutti. Il cambiamento di segno è qui, nella decisione di Paolo di predicare ai gentili. E questo non poteva sfuggire nella sua rivoluzionarietà a Pasolini. Dunque la pagina che vorrei presentare, la singola pagina di questo lavoro importantissimo: è segnata dal giorno in cui Paolo VI indossò il copricapo dei pellirosse.

Questo dettaglio oggi dice assai poco a un lettore disattento, ma anche Francesco, quando cominciava il sinodo per l’Amazzonia, l’ha fatto. Ha indossato il copricapo con penne colorate come fece Paolo VI, ma il gesto del papa odierno non è stato salutato con formale simpatia come quello di Paolo VI. No, c’è stato un “apriti cielo”, per criticare Bergoglio si sono mossi i famosi cardinaloni. La loro critica è stata talmente semplice da far apparire sconveniente ricordarla: erano i giorni in cui un “buon cattolico”, depositario di parole scritte, gettò nel Tevere la statua della Pachamama, la Madre Terra, che era ospitata nella chiesa Transpontina. Serve altro per dire che critica fosse? Era la voce della cristianità normativa, quella per cui la cristianità è occidentale, romana, e che quindi nel suo stile e nel suo abito vuole imporsi a tutto il mondo, a tutti i popoli, a tutte le periferie. Quella critica è il trionfo dell’istituzionale sullo spirituale, l’esatto contrario della visione del visionario Pasolini, che ama lo spirituale e non si piega a nessun conformismo. Purtroppo Pasolini non c’era quando il gesto di Paolo VI è stato ripetuto da Francesco. Ma in quel lontano 1974 lui scrisse sul Corriere della Sera:

Forse qualche lettore è stato colpito da una fotografia di Papa Paolo VI con in testa una corona di penne Sioux, circondato da un gruppetto di Pellerossa in costumi tradizionali: un quadretto folcloristico estremamente imbarazzante quanto più l’atmosfera appariva familiare e bonaria. Non so cosa abbia ispirato Paolo VI a mettersi in testa quella corona di penne e a posare per il fotografo. Ma: non esiste incoerenza. Anzi, nel caso di questa fotografia di Paolo VI, si può parlare di atteggiamento particolarmente coerente con l’ideologia, consapevole o inconsapevole, che guida gli atti e i gesti umani, facendone “destino” o “storia”. Nella fattispecie, “destino” di Paolo VI e “storia” della Chiesa. Negli stessi giorni in cui Paolo VI si è fatto fare quella fotografia su cui “il tacere è bello” (ma non per ipocrisia, bensì per rispetto umano), egli ha infatti pronunciato un discorso che io non esiterei, con la solennità dovuta, a dichiarare storico. E non mi riferisco alla storia recente, o, meno ancora, all’attualità. Tanto è vero che quel discorso di Paolo VI non ha fatto nemmeno notizia, come si dice: ne ho letto nei giornali dei resoconti laconici ed evasivi, relegati in fondo alla pagina. Dicendo che il recente discorsetto di Paolo VI è storico, intendo riferirmi all’intero corso della storia della Chiesa cattolica, cioè della storia umana (eurocentrica e culturocentrica, almeno). Paolo VI ha ammesso infatti esplicitamente che la Chiesa è stata superata dal mondo; che il ruolo della Chiesa è divenuto di colpo incerto e superfluo; che il Potere reale non ha più bisogno della Chiesa, e l’abbandona quindi a se stessa; che i problemi sociali vengono risolti all’interno di una società in cui la Chiesa non ha più prestigio; che non esiste più il problema dei “poveri”, cioè il problema principe della Chiesa ecc. ecc. Ho riassunto i concetti di Paolo VI con parole mie: cioè con parole che uso già da molto tempo per dire queste cose. Ma il senso del discorso di Paolo VI è proprio questo che ho qui riassunto: ed anche le parole non sono poi in conclusione molto diverse.

Ma dunque di chi scriveva Pasolini nel 1974: di Paolo VI e la Chiesa o di Francesco e la Chiesa? Vedeva quel che accadeva o quel che sta accadendo più di cinquant’anni dopo? Per rispondere dobbiamo tornare al volume di cui stiamo parlando, dove Pasolini viene citato così:

In una prospettiva radicale, forse utopistica, o, è il caso di dirlo, millenaristica, è chiaro dunque ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa. Essa dovrebbe passare all’opposizione. E, per passare all’opposizione, dovrebbe prima di tutto negare se stessa. Dovrebbe passare all’opposizione contro un potere che l’ha così cinicamente abbandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore. Dovrebbe negare se stessa, per riconquistare i fedeli (o coloro che hanno un “nuovo” bisogno di fede) che proprio per quello che essa è l’hanno abbandonata. Riprendendo una lotta che è peraltro nelle sue tradizioni (la lotta del Papato contro l’Impero), ma non per la conquista del potere, la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha avuto senso l’affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità umana in merce di scambio). 

Troppo facile, troppo comodo, ricordare che Francesco ha scritto “questa economia uccide”. Scrivendolo ci ha fatto ricordare altre aggressioni contro l’uomo, tante altre aggressioni, da autentico non conformista però parla con parola orale, non scritta, e vede oggi questa economia, e che questa economia uccide. Dunque porta la Chiesa all’opposizione del potere consumista. Non la porta ad allearsi con altri poteri, non la porta a farsi amica di un’altra ideologia, sceglie il percorso della santità per stare a Pasolini, non quello clericale. L’opposizione, l’ostilità di Francesco per il clericalismo è nota, l’ha sottolineata tante volte. Non “a un clericalismo”, ma alla confisca della Chiesa che è tale perché la sua è, si potrebbe dire, “una Chiesa orale”, cioè Chiesa dei battezzati, tutti. Il tutto, dice Francesco, è superiore alla parte. È qui che il volume si fa sorprendente, pericoloso addirittura. Leggiamo le righe immediatamente successive la precedente citazione:

In tale contesto, che altro fare nella sceneggiatura del suo San Paolo se non delineare nella figura di un unico Paolo, il Paolo santo, quello della folgorazione damascena, e il Paolo ex-fariseo e fondatore della Chiesa cattolica?

Un’interruzione per dire che il Paolo di ogni racconto è quello che cade di cavallo, ma è l’altro quelli che s’indica.

Torniamo al testo:

Pasolini è chiarissimo a questo proposito, nella conversazione che intrattiene con Gideon Bachmann, qualche giorno prima del citato articolo del Corriere, il 13 settembre 1974:

Il film è una cosa violentissima contro la Chiesa e contro il Vaticano, perché faccio un san Paolo doppio, cioè schizofrenico, nettamente dissociato in due: uno è il santo (…) l’altro invece è il prete, ex-fariseo, che recupera le sue situazioni culturali precedenti e che sarà il fondatore della Chiesa. Come tale lo condanno; come mistico va bene, è un’esperienza mistica come altre, rispettabile, non la giudico, e invece lo condanno violentemente come fondatore della Chiesa, con tutti gli elementi negativi della Chiesa già pronti: la sessuofobia, l’antifemminismo, l’organizzazione, le collette, il trionfalismo, il moralismo. Insomma tutte le cose che hanno fatto il male della Chiesa sono già tutte in lui. (De Giusti 1979, pp. 156-157) 

Nel suo articolo su Paolo VI Pasolini afferma che in quel “discorsetto”, è stato sincero, per una volta si è liberato dalla mediazione con le ragioni diplomatiche della Segretaria di Stato per esprimere la sua visione libera, autentica. È quel che i papi devono fare, non possono non fare, a differenza di Pasolini. Ma già in quella mediazione con la “verità ufficiale” c’è il seme “santo”, spirituale, mistico, visionario. Non c’è stasi, ma spinta verso l’opposizione. Pasolini dunque vede quella dualità che appare propria della Chiesa cattolica, chiesa di Pietro ma anche dello scisso Paolo, Chiesa orale ma anche Chiesa scritta, almeno dal Concilio. 

Questa dualità Pasolini la riporta in Paolo, facendone l’elemento di forte fascino della sua personalità. E infatti il volume cita l’intuizione profonda della studiosa Giuliani, che afferma:

Delineata con chiarezza la pars destruens del testo, nel percorso a ritroso verso la fondazione della Chiesa come istituzione, futura complice e detentrice del potere temporale, denunciati ab ovo i momenti che hanno portato all’attualità deprecata da Pasolini e condannato senza attenuanti il momento dell’“organizzar”, è però possibile individuare una pars construens che Pasolini extratestualmente suggerisce tramite la figura del Santo e la sua “parola” più duratura: si tratta di quella individuabile nella carità, concetto chiave della meditazione pasoliniana sulla Chiesa e nello stesso tempo marca principale della predicazione paolina. (Giuliani 2009, p.122)

Questa carità è il cuore della questione posta da questo volume.


Il poeta Pasolini secondo il poeta Tolentino Mendonça ultima modifica: 2020-08-27T18:24:46+02:00 da RICCARDO CRISTIANO

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