Intorno a Bibi si coagula un fronte internazionale pro-Trump

A ridosso delle elezioni presidenziali i leader di Serbia e Kosovo trovano un’intesa a Washington col corollario del riconoscimento d’Israele.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Ormai in Medio Oriente è il tempo degli “storici accordi”. È stato presentato così quello siglato da Israele con gli Emirati Arabi Uniti, ed ecco la replica, con il duo Trump&Netanyahu, per lo “storico accordo” tra Israele e il Kosovo di reciproco riconoscimento con tutto ciò che ne consegue sul piano delle relazioni diplomatiche e altro ancora. Ma è vera gloria per Benjamin Netanyahu e per il suo mentore americano?

Yonatan Touval, analista senior di affari internazionali al Mitvim, l’Istituto israeliano per le politiche estere regionali la vede così, commentando la notizia per Haaretz:

L’annuncio che Israele e il Kosovo hanno accettato di stabilire relazioni diplomatiche è un gradito sviluppo per entrambe le nazioni. Ma, come spesso accade per la leadership di Israele, questo sviluppo non solo è atteso da tempo, ma è stato fatto per le ragioni sbagliate. Inoltre, inquadrarlo, come hanno fatto alti funzionari americani e israeliani, come l’ennesima vittoria per Israele all’interno del mondo arabo e musulmano, è un cinico giro di vite che costituisce niente di meno che un’illuminazione diplomatica. Da quando il Kosovo ha dichiarato la sua indipendenza dalla Serbia nel febbraio 2008, ha ottenuto un ampio riconoscimento internazionale. Tra coloro che l’’hanno riconosciuta ci sono stati gli Stati Uniti, il Canada, la Germania, il Regno Unito e la Francia. Purtroppo, e nonostante gli sforzi del Kosovo per conquistare Israele e stringere relazioni diplomatiche con esso, Israele si è rifiutato di farlo. Fino ad ora, cioè, il rifiuto di Israele di riconoscere il Kosovo derivava da una serie di ragioni, la maggior parte delle quali riflette una profonda ansia per un immaginario parallelismo tra il Kosovo e la Palestina, tra cui: La paura per la pericolosa precedenza della dichiarazione unilaterale di indipendenza: Gerusalemme considerava la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo come un pericoloso precedente, che avrebbe indebolito la sua causa in corso contro una mossa simile da parte dei palestinesi. Ansia per la secessione interna arabo-palestinese: Gerusalemme teme che il riconoscimento del Kosovo possa contribuire a stabilire un precedente universalmente applicabile per la secessione unilaterale, che potrebbe incoraggiare la minoranza arabo-palestinese interna di Israele – specialmente in Galilea – a secedere. (Naturalmente, su questo Israele non era solo. Altri Paesi che hanno negato il riconoscimento al Kosovo – in particolare, all’interno dell’Unione Europea, Spagna, Grecia, Cipro, Slovacchia e Romania – condividono tutti la stessa ansia).
Preoccupazione per la validità di una soluzione imposta a livello internazionale: Da quando l’indipendenza del Kosovo è stata imposta dall’esterno alla Serbia, Gerusalemme era preoccupata che la percezione del successo del Kosovo potesse rafforzare la volontà della comunità internazionale di cercare di imporre una soluzione al conflitto israelo-palestinese.

In cerca di medaglie da esibire in vista del voto del 3 novembre, Trump ha assicurato che il riconoscimento d’Israele da parte del Kosovo, così come l’annuncio che la Serbia intende spostare la sua ambasciata nello stato ebraico da Tel Aviv a Gerusalemme, vadano nella direzione auspicata dal “Peace to Prosperity”, il “Piano del secolo” messo a punto da The Donald con la partecipazione attiva del suo consigliere-genero Jared Kushner.

Ma cosa c’entra questo con la “pace in Medio Oriente”? parte da questo interrogativo la seconda parte della riflessione del professor Tauval.

L’amore tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti era una trovata pubblicitaria provocatoria, non un affare di pace – rimarca l’analista israeliano -. Altri motivi sono i calcoli strategici nei confronti della Russia (l’antico mecenate della Serbia, che si è fortemente opposto all’indipendenza del Kosovo) e la pura e semplice islamofobia. Come ha affermato Aryeh Eldad, l’ex membro di destra della Knesset, poco dopo la dichiarazione del Kosovo del 2008, “La bandiera del Kosovo è quella della proliferazione islamica e fonte di grave preoccupazione per l’Europa”. Il fatto che il governo di Netanyahu abbia ora deciso di essere pronto a riconoscere il Kosovo è dovuto, in primo luogo, alle pressioni americane (il desiderio della Casa Bianca di vantare un’altra vittoria diplomatica, insieme all’annuncio che la Serbia avrebbe trasferito la sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme). Ma la decisione di Israele di cedere alle pressioni americane riflette anche il fatto che le tradizionali ragioni che le hanno impedito di riconoscere il Kosovo fino ad ora hanno perso la loro forza. Dopotutto, la posizione dei palestinesi sulla scena mondiale è ad uno dei punti più bassi da cinquant’anni a questa parte. Di conseguenza, non sono in grado di dichiarare la loro indipendenza, e anche se lo facessero – come hanno minacciato di fare in risposta all’annessione israeliana – la loro azione probabilmente non otterrebbe il sostegno universale. Allo stesso tempo, i sentimenti secessionisti tra la popolazione arabo-palestinese di Israele sembrano sempre più spesso non avere una vera e propria influenza sul terreno. Infatti, come dimostra il tumulto creato dalla clausola del piano di Trump “Peace to Prosperity” che consentirebbe il trasferimento di aree all’interno del cosiddetto Triangolo al futuro Stato della Palestina, la popolazione arabo-palestinese di Israele è più concentrata a godere della piena uguaglianza all’interno di Israele che a staccarsi da esso. Infine, la preoccupazione per una soluzione internazionale del conflitto israelo-palestinese si è notevolmente dissipata negli ultimi anni. Il mondo soffre di un’acuta stanchezza mediorientale, e nessuna minaccia di questo tipo sembra imminente sia sotto il presidente Trump (il cui piano per la soluzione del conflitto secolare si è rivelato essere veementemente anti-palestinese) sia sotto il contendente democratico, Joe Biden, se dovesse vincere le elezioni di novembre. Non solo la decisione di Israele di riconoscere il Kosovo arriva con dodici anni di ritardo, ma sembra anche motivata da ragioni sbagliate. La preoccupazione per il parallelismo percepito con la Palestina ha tradito un’ansia israeliana piuttosto che una politica lucida – una politica, inoltre, che gli stessi serbi hanno abilmente alimentato proclamando pubblicamente che “il Kosovo è la nostra Gerusalemme”. Questo e altro ancora, contrariamente alle dichiarazioni del consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Robert O’Brien, del primo ministro Benjamin Netanyahu, dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele David Friedman e dell’ambasciatore delle Nazioni Unite Gilad Erdan, la svolta tra Israele e il Kosovo non può essere contenuta nel più ampio sforzo di portare la pace tra Israele e il mondo musulmano. In questo modo, è un cinismo che mette in luce il fatto che è Israele che si è rifiutato di riconoscere il Kosovo in tutti questi anni, non il Kosovo che si è rifiutato di riconoscere Israele. Salutare questo accordo come “un altro grande giorno per la pace in Medio Oriente”, come ha fatto il presidente Trump, ne denigra il significato storico e geografico e mina lo spirito stesso che l’accordo di Israele di riconoscere il Kosovo dovrebbe, finalmente, inaugurare. 

Ma Netanyahu non è di questo avviso. La Serbia – primo stato del Continente europeo a farlo – sposterà dal luglio 2021 la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. E lo farà anche il Kosovo, paese balcanico a maggioranza musulmana, che avvierà relazioni con Israele. Un doppio risultato subito esaltato da Netanyahu che ha ringraziato al telefono il capo della Casa Bianca per questa nuova mossa che s’aggiunge ai successi diplomatici con gli Emirati e all’apertura ad Israele dei cieli di Arabia Saudita e Bahrein.

Un altro risultato – ha detto Netanyahu rendendo omaggio al presidente serbo Aleksandar Vučić e al primo ministro kosovaro Avdullah Hoti – negli sforzi di allargare le relazioni diplomatiche di Israele e riconoscere Gerusalemme capitale di Israele.

Questo [la Serbia] è il primo paese europeo ad aprire un’ambasciata a Gerusalemme. […] Il Kosovo sarà il primo Stato a maggioranza musulmana ad aprire un’ambasciata a Gerusalemme. 

Aleksandar Vučić, Donald Trump, Avdullah Hoti nello studio ovale, 5 settembre 2020

Primo paese europeo (la Serbia) e primo Stato, sempre europeo, a maggioranza musulmana (il Kosovo) che aprono allo Stato ebraico: per Netanyahu, che ha sempre tacciato l’Unione europea di essere filo palestinese a oltranza, è un’argomentazione da usare per dimostrare, anche con il contributo del suo amico Orbán, che l’Europa non è più compatta nella sua (presunta) ostilità verso Israele, e che ad essere uno degli apripista di questa “conversione” è uno Stato a maggioranza musulmana.

Un fatto è certo: i palestinesi sono sempre più presi nella morsa delle petromonarchie sunnite, che aprono a Israele sia per ragioni di affari, in particolare nel campo della tecnologia militare e della cyber sicurezza, sia in funzione anti-iraniana, e del “fronte balcanico” che lo “zar del Cremlino”, il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha mandato avanti per tastare il terreno di una ricontrattazione dei rapporti tra Mosca e Tel Aviv. 

La Palestina è diventata la vittima delle ambizioni elettorali di Trump.

Così Saeb Erekat, segretario generale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) ha commentato l’annuncio dal presidente americano della decisione della Serbia di spostare la sua ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. La squadra di Trump, ha affermato Erekat,

farà qualsiasi cosa per assicurare la sua rielezione, anche se dovesse distruggere la pace.

Affermazioni scontate, che riflettono una crisi drammatica di leadership, e di autonomia, nel campo palestinese, in un mondo che cambia a grande velocità e con crescente imprevedibilità. Basti ricordare le relazioni tra Serbia e Autorità palestinese, che sono sempre state ottime. L’allora Repubblica federale socialista di Jugoslavia fu tra i primi paesi a riconoscere l’Autorità palestinese nel 1988 e, dopo la disgregazione jugoslava, la Serbia ha continuato a conservare i rapporti sullo stesso piano, sempre schierata a favore della soluzione dei due stati. Nel frattempo l’Autorità palestinese s’è sempre rifiutata di riconoscere l’indipendenza del Kosovo.

Aleksandar Vučić al cospetto di Donald Trump, 5 settembre 2020

La contemporaneità delle vicende che vedono protagoniste sullo stesso scacchiere e dalla stessa parte due capitali finora in conflitto tra loro, Belgrado e Pristina, colpisce per la tempistica. Le loro decisioni non sono dettate da alcuna impellenza se non dall’approssimarsi del voto presidenziale americano. Il “regalo” a Bibi è soprattutto un assist a Trump. Che ha convocato alla Casa bianca il presidente serbo Aleksandar Vučić e il premier kosovaro Avdullah Hoti per la firma di un’intesa in vista della normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Pristina. Con il corollario della svolta nei confronti di Israele.

Stiamo assistendo alla costituzione di un fronte internazionale variegato che “tifa” per la rielezione del presidente repubblicano e che ha in Israele il punto d’incontro principale. Un fronte che va dai regimi sunniti ai Balcani, con l’evidente benestare di Vladimir Putin (sicuramente rispetto alla decisione presa da Belgrado). Il fronte già comprende il Brasile di Jair Bolsonaro, l’Ungheria di Orbán, l’Honduras, la Romania, la Moldova, il Togo e quattro piccoli Paesi del Pacifico, Paraguay, Guatemala, governi che hanno annunciato la volontà di spostare anche loro l’ambasciata a Gerusalemme dopo la decisione presa da Trump il 14 maggio del 2018.

Interessante capire se parte dell’elettorato ebraico troverà quest’operazione – la più importante della diplomazia trumpiana – una buona ragione per dargli il proprio voto e il proprio sostegno. Evidente che il grosso dell’elettorato ebraico è saldamente democratico e difficilmente potrebbe votare diversamente. Ma in un mondo in cui le fedeltà politiche sono caduche, anche quelle un tempo considerate molto solide, tutto è possibile, anche che una frazione non priva di peso del blocco elettorale ebraico possa cedere alle lusinghe del duo Bibi-Donald.


Copertina: il primo ministro del Kosovo Avdullah Hoti con il segretario di stato Mike Pompeo

Intorno a Bibi si coagula un fronte internazionale pro-Trump ultima modifica: 2020-09-07T15:42:08+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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