Pd. Ha ragione Macaluso

La direzione piddina sceglie il Sì al referendum temendo le incognite elettorali. Il dirigente storico del Pci affonda il bisturi mentre si pensa al dopo Zingaretti.
scritto da ALDO GARZIA
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La pratica referendum è stata evasa dalla Direzione Pd in poche ore. Discussione un po’ prevedibile dopo la relazione del segretario Nicola Zingaretti che ufficializzava la scelta a favore del Sì al taglio dei parlamentari. Un primo pomeriggio di lunedì largamente scontato. Perfino nella scelta di separare il voto sulla relazione del segretario da quello sull’indicazione di voto referendario per circoscrivere il dissenso. Tutto serviva a confermare la lealtà al governo e l’indicazione di voto che ristringe il patto con il premier Giuseppe Conte oltre che con i partner 5 Stelle alla vigilia di importanti elezioni regionali. L’ordine del giorno sul referendum ha ottenuto 188 voti favorevoli, 18 contrari (tra cui Cuperlo, Damiano, Zanda, Nannicini, Laura Boldrini), otto astenuti mentre undici non hanno partecipato al voto (Orfini e i “giovani turchi”). Ha prevalso – come ormai avviene spesso – la linea del rinvio ad altra occasione per un chiarimento di lungo periodo.

Il giorno dopo molti sono scontenti ma tutti si rendono conto che la realpolitik imponeva questa linea del meno peggio riscaldata dalle parole di Zingaretti su una nuova fase di riforme di cui il taglio dei parlamentari sarebbe solo l’inizio. Chi non si accontenta e dice quello che pensa è Emanuele Macaluso, forte della sua esperienza (96 anni, in segreteria del Pci ai tempi di Togliatti) e del suo ruolo di saggio battitore libero della sinistra. In una conversazione con il Foglio di martedì, Macaluso come al solito non ha peli sulla lingua:

Il Pd è un animale strano, non ha una struttura territorialmente diffusa, non seleziona classe dirigente. È, al più, un partito-movimento, un’organizzazione inedita in Occidente.

L’ex senatore punta l’indice contro la tecnica del rinvio e l’unico rapporto con i 5 Stelle, auspica un congresso chiarificatore. Ha parole dure su Goffredo Bettini, playmaker della segreteria Zingaretti:

Adesso, quando parla lui, sembra l’oracolo di Delfi… è stato un amministratore romano, ora è diventato capo ideologo. Beh, mi viene un po’ da ridere.

Infine, segnala che tra i cinquantenni spiccano in positivo le personalità dell’ex guardasigilli Andrea Orlando e dell’attuale ministro Vincenzo Amendola (Affari europei). 

All’interno del Pd danno invece in crescita il ruolo di Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna, tra i pochi che ha battuto il centrodestra ai voti, dialogante con l’area dubbiosa del rapporto con i 5 Stelle e con i renziani usciti dal Pd o restati dentro. A lui guardano in molti come salvatore della ditta, in caso di disastro elettorale. Zingaretti, che ha scontentano la “destra” e la “sinistra” del partito con la sua leadership, è dato scricchiolante nel ruolo di segretario.

Più tranquillo appare un altro osservatore esterno, Massimo Cacciari:

Le elezioni regionali non avranno conseguenze sul governo, né sul Pd. Se la Toscana conferma la maggioranza di centrosinistra, le altre regioni sono sostanzialmente indifferenti.

Visto dal di dentro, però, il partito resta diviso e confuso sulle prospettive guardando con preoccupazione alle scadenze elettorali del 20 e 21 settembre. Ha fatto per esempio sensazione una dichiarazione di Zingaretti: “Al governo ci stiamo finché fa cose utili”, accompagnata da un affondo per chiedere a Conte e ai grillini di non perdere l’occasione di usare i soldi del Recovery fund.

La convinzione largamente diffusa tra i piddini è che si possa comunque traccheggiare fino all’elezione del presidente della Repubblica a inizio 2022. Dopo il voto settembrino, in caso di vittoria dei Sì, ci sarà infatti da ridisegnare i collegi elettorali oltre che mettere mano a una nuova legge elettorale (problema che si pone pure in caso del prevalere dei No). Zingaretti ha fatto proprio, a tale proposito, il progetto di Luciano Violante di “bicameralismo differenziato” annunciando mesi di intenso lavoro parlamentare. Pd e 5 Stelle proveranno infatti a incardinare un ampio progetto di riforma costituzionale per arrivare all’estate 2021, quando scatterebbe il “semestre bianco” che precede l’elezione dell’inquilino del Quirinale. 

Quest’ultima prospettiva si scontra con due incognite: la portata di una sconfitta elettorale settembrina, l’eventuale “seconda ondata” drammatica del Covid-19 che farebbe riemergere l’ipotesi di un governo tecnico. Come dice un antico detto, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. 

DIREZIONE PD, 7 settembre 2020
Voto su Relazione Zingaretti: componenti 219; 213 favorevoli; un astenuto; sei non hanno partecipato al voto.
Voto su Referendum: 188 favorevoli; tredici contrari; otto astenuti; undici non hanno partecipato al voto.

Pd. Ha ragione Macaluso ultima modifica: 2020-09-08T18:05:50+02:00 da ALDO GARZIA

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