Un piano di contrasto al cambiamento climatico

La città vuole candidarsi a sede europea o mondiale degli studi sul climate change. Ma quali pratiche di sostenibilità può esibire?
scritto da MARIO SANTI
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Stiamo per eleggere il nuovo Consiglio comunale ed è il caso di chiedersi come la nuova amministrazione potrà attivare politiche di sostenibilità sul nostro territorio. Senza affrontare in questa sede i grandi temi che necessitano di decisioni concertate con altri attori, istituzionali o economici (dal MoSE al crocierismo, al governo della Laguna) vorrei aprire una discussione su opportunità che stanno direttamente in mano al Comune (e alle sua aziende). 

Mi sembra che nella discussione pre-elettorale stia trovando poco spazio la necessità di assumere la questione climatica come pilastro centrale della pianificazione strategica. Questa infatti può consentire alla città di riprendersi dopo i terribili colpi dell’aqua granda 2.0 e del lockdown.

Non so chi può ancora pensare che tutto possa ripartire come prima e più di prima.

La monocultura turistica si è rivelata un gigante dai piedi di argilla, crollato rovinosamente sotto i colpi di una crisi che appare non congiunturale, ma strutturale. Il turismo che serve è più dolce e meno impattante, capace non solo di rubare un selfie, ma di scambiare qualcosa con la bellissima città che lo ospita. 

Venezia non può più essere una quinta turistica, ma deve tornare città, capace di rinnovare, come tante volte in passato, i suoi abitanti e legarli a una economia diversificata, offrendo residenza, lavoro e relazioni. 

In questo quadro è importante avere dei servizi che consentano ai cittadini una vita sostenibile con un buon livello di vivibilità urbana, sia nella parte d’acqua sia in quella di terraferma, facendo i conti con i problemi posti dal cambiamento climatico. 

Il Comune ha dato pochi e incerti segnali di volersi mettere nella direzione della “dichiarazione dello stato di emergenza climatica” (anche a livello locale), di volersi dotare di un “piano clima” capace di analizzare la situazione e definire obiettivi, azioni, strumenti e indicatori da monitorare.

Serve un deciso, sostanziale cambio di passo.

Le azioni di contrasto al cambiamento climatico sono di due tipi:

  • di mitigazione, che cercano di contenere il cambiamento climatico, diminuendo le emissioni climalteranti (vedi poi, ad esempio: infrastruttura verde, piano di ottimizzazione energetica degli edifici e della mobilità);
  • di contenimento, che mettono il territorio in condizioni di far fronte agli effetti ormai in atto del cambiamento climatico. Una politica di gestione circolare dei rifiuti si inserisce in questo solco del “contenimento”. La paralisi di produzione e trasporti imposta dalla pandemia si è rivelata una misura di contenimento estremamente efficace: la sua brutalità ci aveva riportato a uno stato di “relativa rigenerazione” dell’ecosistema lagunare (acqua e aria pulite, pesci e uccelli che non eravamo più abituati a vedere nei canali). Sarebbe stato bene varare allora misure di mitigazione per mantenere i livelli di pulizia e bellezza raggiunti senza dover aspettare un nuovo luttuoso evento estremo per consentire alla natura di riconquistarli. 

La nuova amministrazione rinnoverà indirizzi e amministratori delle sue aziende partecipate, che per le loro competenze possono giocare un ruolo importante su molti terreni legati al cambiamento climatico. 

Infatti Veritas si occupa di gestione del verde pubblico, dei rifiuti, di acqua e di forniture energetiche, l’Actv di mobilità. 

A ognuna di esse l’amministrazione comunale deve richiedere radicali inversioni di tendenza e il raggiungimento di precisi obiettivi di sostenibilità.

Per farlo è auspicabile scelga amministratori qualificati (andando al di là della spartizione dei posti tra le forze politiche), che ne giudichi l’operato sul raggiungimento di quegli obiettivi, se necessario sostituendoli. Serve infine, anzi forse in primis, un radicale rinnovamento della struttura tecnica e direzionale delle società. 

Il Comune deve ripensare il governo delle proprie aziende in modo tale da farvi pesare le istanze verdi di popolazione e associazioni. Rendere cioè sostenibile e partecipata la gestione delle aziende ex municipalizzate.

Con questa premessa è possibile fermarsi, con questo contributo e con quello che seguirà, su alcuni elementi da fare entrare negli indirizzi che il Comune darà alla proprie aziende e che possono essere tra gli assi portanti di un piano clima capace di operatività.

Parliamo allora di: 

  • Infrastruttura verde 
  • Ottimizzazione energetica
  • Gestione dei rifiuti
  • Necessità di una radicale discontinuità gestionale per Veritas (modello Forlì) 

Dei primi due elementi ho già parlato in un precedente contributo su ytali, dedicato alle “Proposte per una ripartenza green nel post pandemia”

Le riprendo per declinarle qui in termini di azione che il Comune può progettare, magari affidandone alle sue aziende la gestione.

L’Orto botanico di San Giobbe è tra gli spazi verdi da recuperare per mitigare l’azione del riscaldamento globale

1Definire e gestire un’infrastruttura “verde” per attenuare gli effetti negativi del cambiamento climatico. In capo agli uffici urbanistici e ambiente del Comune sta la definizione di un “fascia verde”, articolata e capace di legare e intrecciare il territorio. Va costruita in collaborazione con Veritas che può esserne il braccio operativo (in quanto gestore del verde pubblico) e deve abbracciare tutte la parti del territorio comunale, d’acqua e di terra. 

La messa a sistema della fascia formata dalle aree boscate, dai parchi esistenti e dai nuovi parchi (come il Marzenego), di tutto ciò che va sotto il nome di “verde pubblico” dalle preziose aree di gronda alle aree agricole periurbane, raccordate tra loro da corridoi verdi e viali alberati, porta a definire una cintura verde come infrastruttura ambientale del territori: una nuova infrastruttura davvero strategica per il benessere dei cittadini e il contrasto al cambiamento climatico.

Infatti, essa ha diverse funzioni: 

  • assorbe CO2;
  • contrasta l’inquinamento dell’aria;
  • migliora il microclima e la vivibilità degli spazi pubblici;
  • favorisce comportamenti di vita attiva e il mantenimento in buona salute;
  • riduce le ondate di calore e la necessità di condizionamento estivo. 

Si può rifarsi alla normativa sugli standard urbanistici, anche forzandola come scelta politica in nome delle sostenibilità. Il DM 1444/68 assegna la dotazione minima di standard pari a 9 mq di “spazi pubblici attrezzati a parco e per il gioco e lo sport” ad abitante. Si tratta di una quantità che proprio in quanto minima può essere aumentata dai comuni virtuosi.

Se vogliamo respirare meglio, rinfrescarci d’estate, contenere l’inquinamento (minimizzando la sua capacità di veicolare virus), dobbiamo avere sempre più verde pubblico: parchi urbani e agrari, orti urbani, alberi lungo i viali e nelle piazze, campi sportivi e aree gioco, ecc. 

E coordinarlo con quello privato. 

Va creata una cultura del “verde di vicinato”, attraverso la quale integrare gli spazi verdi pubblici con quelli privati, che possono avere un ruolo sussidiario di mitigazione ambientale. 

Proprio per sviluppare questo concetto e diffonderlo come pratica di rigenerazione ambientale e mitigazione climatica è importante che dietro ai progetti ci siano le persone, le comunità che si prendono cura del loro territorio per salvaguardare salute e benessere pubblico.

Ripropongo come punto di partenza una prima rete di base relativa a situazioni da me più conosciute, ma assolutamente da ampliare, relativa al Comune di Venezia. 

La base da cui partire è costituita dall’articolato tessuto del “bosco di Mestre”, la grande opera pubblica ambientale avviata da Gaetano Zorzetto, mettendo insieme le aree boscate esistenti della terraferma e sviluppandole. 

Per la città d’acqua i luoghi dell’infrastruttura verde possono essere segnalati tra le situazioni che sono già o possono trasformarsi in proposte e progetti. Ecco alcuni esempi:

  • gli orti urbani: ad esempio a San Giacomo e a Santa Marta;
  • i parchi e i giardini pubblici (già tali e che potrebbero diventare a uso pubblico): Papadopoli; l’area Italgas (da bonificare) a Santa Marta; l’ex orto botanico a San Giobbe; i parchi di villa Groggia e Savorgnan; i Giardinetti reali a San Marco; l’area ex Gasometri; i Giardini e l’area della Biennale; la pineta di Sant’Elena; 
  • il Parco della Favorita al Lido e gli spazi verdi dell’isola e delle isole; 
  • l’isola di Poveglia e la comunità dei poveglianti.

Ad essi vanno aggiunti i luoghi della terraferma che hanno questa vocazione, anche senza necessariamente essere compresi nel Bosco di Mestre: 

  • i parchi storici di Mestre: da Piraghetto a Bissuola e quelli più piccoli;
  • l’istituendo Parco del Marzenego;
  • il Parco di San Giuliano e le altre aree verdi della terraferma, con la prospettiva di destinare a verde una parte dell’area dell’ex ospedale Umberto I;
  • i forti del campo trincerato di Mestre.

A ciò vanno aggiunti i campi sportivi e le aree verdi per il gioco e lo sport nella due città d’acqua e di terra. E tutto il verde che si potrebbe trovare, lanciando e valorizzando il concetto di “verde di vicinato”.

2Ottimizzare gli usi energetici. Ecco un terreno sul quale il Comune può “dare l’esempio” e promuovere la diffusione di pratiche virtuose. Perché se è importante passare a fonti energetiche rinnovabili, la prima e più importante misura di mitigazione è puntare al cosiddetto efficientamento, a partire dall’ottimizzazione energetica del parco edilizio (pubblico e privato) e dei trasporti (a partire da quelli pubblici locali).

In generale si può parlare di efficientamento energetico quando gli impianti sono progettati e gestiti in modo tale da consentire uno sfruttamento più razionale dell’energia. Vanno eliminati gli sprechi dovuti al funzionamento e alla gestione non ottimale di sistemi semplici (quali motori, caldaie, elettrodomestici) e complessi (edifici in cui viviamo o lavoriamo, industrie, mezzi di trasporto). 

Queste azioni hanno due presupposti, uno tecnico e uno umano. Da una parte si utilizzano le migliori tecnologie e tecniche disponibili sul mercato, dall’altra il comportamento degli utilizzatori deve essere consapevole e responsabile verso gli usi energetici. Un continuo monitoraggio dei consumi consente di verificare l’ottenimento dei risultati. 

3Efficientare il patrimonio edilizio pubblico. L’ottimizzazione degli usi energetici va in primo luogo applicata agli edifici comunali e delle strutture che il Comune governa (aziende partecipate, scuole elementari, ecc.) e successivamente proposto a popolazione e aziende perché intervengano sulle case e sugli edifici che ospitano le attività economiche.

Ciò può avvenire favorendo l’accesso alle facilitazioni fiscali governative e/o favorendo la diffusione di Esco. Le Esco – Energy Service Company – sono società in grado di fornire tutti i servizi tecnici, commerciali e finanziari necessari per realizzare un intervento di efficienza energetica, assumendosi l’onere dell’investimento e il rischio di un mancato risparmio, a fronte della stipula di un contratto in cui siano stabiliti i propri utili. Come allude l’acronimo (che le definisce aziende per il risparmio energetico), si impegnano a progettare e mettere in atto interventi per razionalizzare gli usi energetici. 

In modo tale da ricavare, rispetto alla situazione degli usi energetici precedenti, un risparmio sia ambientale – i cui benefici vanno a favore di tutti – sia economico – i cui benefici si dividono tra il committente e l’azienda, che ne ricava così il suo utile di impresa.

Come si diceva, partire con gli interventi da scuole e aziende o edifici pubblici fa sì che la domanda creata da un piano comunale di ottimizzazione energetica del patrimonio edilizio crei un’offerta disponibile poi anche per gli interventi dei privati, che sono comunque incentivati dalle facilitazioni governative di carattere fiscale.

Anche in questo caso il Comune potrà indirizzare la gestione della sua azienda che si occupa di energia (ancora Veritas) oltre (e forse prima) che verso la produzione verso la capacità di efficientamento degli usi energetici. Non molto si è fatto dopo una prima messa a fuoco del problema, avvenuta nel 2013 con il Piano di azione per l’energia sostenibile delle città di Venezia.

Allora si può chiedere a Veritas di avviare un progetto di auto-formazione e formazione all’efficientamento, dando a questo percorso il compito di realizzare sul campo l’ottimizzazione energetica degli edifici pubblici cittadini (prima i propri, poi quelli del Comune, delle scuole, della aziende pubbliche). 

Si tratta di un’azione di sostenibilità a tutto campo (da quello energetico ambientale a quello lavorativo occupazionale) in grado di coinvolgere il territorio e di qualificare il ruolo di un’azienda pubblica. 

4Efficientare i trasporti pubblici. Un discorso analogo vale per il governo di Actv. L’amministrazione comunale può chiedere a sé stessa e agli altri Comuni consorziati se non sia giunto il momento di porsi l’obiettivo, accanto a quello di assicurare la mobilità pubblica (su acqua e su gomma) nel territorio servito, anche quello di “ambientalizzare” il parco mezzi e contenere il suo impatto ambientale.

Non basta fare un gran battage alla sporadica introduzione di un mezzo a metano, serve un progetto con il quale definire tempi e modi dell’ambientalizzazione degli interi parchi mezzi, sia stradale che acqueo, attraverso precisi e temporalizzati interventi: 

  • sulla motorizzazione;
  • sui carburanti (da diesel-benzina a GPL, da metano a elettrico-idrogeno);
  • di adeguamento delle reti distributive sul territorio; 
  • in generale di miglioramento dell’impatto ambientale dei mezzi.

Contemporaneamente, il Comune può incoraggiare e potenziare tutte le forme di gestione collettiva o comunitaria del trasporto privato, rafforzando la rete di car-sharing e collaborando con aziende e singoli gruppi di privati per la diffusone del car-pooling.

Va infine diffusa la cultura della de-motorizzazione dei trasporti.

Da un lato, incoraggiando (e rendendo possibile attraverso un’adeguata infrastrutturazione e dando spazio alla politiche di accompagnamento) l’uso di bicicletta, bici a pedalata assistita e monopattini elettrici, dall’altro investendo sulla mobilità pedonale. 

Importanti al riguardo le forme di “pedibus”, come quelle dei bambini che vanno a scuola formando un serpentone che passa per le loro case, accompagnato da adulti e facilitato nei punti critici dai “nonni vigili”.

Ma altrettanto importante è lavorare alla cosiddetta “città dei quindici minuti”. Vale a dire un’organizzazione urbana e della mobilità che consenta il raggiungimento dei servizi di base e delle principali funzioni culturali e relazionali in quindici minuti a piedi o in bicicletta. 

È evidente che questo comporta per la città di terra anche una serie di interventi sul ridisegno delle strade per renderle più “adatte” a pedoni e ciclisti e agli automobilisti di passaggio. Il principio è: entra in auto in città solo chi in auto se ne è allontanato. 

La mobilità interna avviene solo attraverso la rete di trasporto pubblico o con mezzi privati de-motorizzati. 

Uno degli autobus elettrici di Actv
Un piano di contrasto al cambiamento climatico ultima modifica: 2020-09-11T13:02:33+02:00 da MARIO SANTI

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