Lotta e società negli Stati Uniti d’America

Il cambiamento della società statunitense letto mediante la prospettiva del conflitto. Un conflitto inteso come un fatto imprescindibile nello sviluppo della società. Una lotta tra differenti gruppi e interessi che sfida l’equilibrio dello status quo e che, per questa ragione, è spesso mistificata e strumentalizzata.
scritto da GUGLIELMO RUSSO WALTI
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La lotta è il motore della storia e ne stimola il cambiamento sociale. Nel corso della storia dell’umanità, gruppi di persone si sono organizzate in movimenti, lottando per migliorare la società in cui vivevano. A questi sforzi hanno resistito le classi egemoni che normalmente controllano delle istituzioni, affinché si potesse mantenere lo status quo che garantiva il loro privilegio. Da questa atavica sfida nasce il concetto di lotta, che può manifestarsi in forme pacifiche e a volte in maniera violenta, sempre con la fervida speranza di poter cambiare la società. È interessante quindi studiare minuziosamente il cambiamento della società mediante la prospettiva del conflitto. Un conflitto inteso come un fatto imprescindibile nello sviluppo della società. Una lotta tra differenti gruppi e interessi che sfida l’equilibrio dello status quo e che, per questa ragione, è spesso mistificata e strumentalizzata. 

Proteste non troppo utopiche

Fridays for future, Women’s march, Me too, Global Pride e le recentissime manifestazioni di Black Lives Matter (BLM) hanno rianimato il dibattito sulla capacità da parte dei movimenti sociali di agevolare il progresso. Gli obiettivi delle manifestazioni non sono facili da raggiungere. Fermare il riscaldamento globale o ottenere finalmente l’uguaglianza di genere e razziale sembrano ancora chimere. Tuttavia, la storia ci insegna il contrario. Basti pensare alle lotte per l’abolizione della schiavitù, o a quelle per il suffragio femminile e per il diritto dei lavoratori di formare sindacati. In Occidente tali battaglie, che all’epoca sembravano utopiche, ora sono realtà e le diamo per scontate. Le idee radicali di una generazione sono diventate il senso comune della generazione successiva.

Historia magistra vitae

Possiamo quindi considerare le proteste odierne che sono partite dagli States come mezzo per produrre cambiamento sociale? Per comprendere il presente è necessario conoscere il passato. Effettivamente, la storia è piena di lotte sociali. Nella storia statunitense in particolare, i momenti spartiacque sono spesso segnati dalla dialettica tra oppressori e oppressi. La lotta è nel DNA statunitense. Una lotta perpetrata per mantenere la condizione sociale delle classi egemoni. Effettivamente, il modello di società made in USA è nato dalle violenze perpetrate contro le popolazioni autoctone durante il periodo coloniale. È cresciuto grazie a un’economia di persone schiavizzate. È maturato con l’abolizione della schiavitù durante la Guerra civile americana, e si è appassito fin dalla fine della Ricostruzione, con linciaggi e leggi segregazioniste ieri e il sistema di mass incarceration e police brutality oggi. Le odierne tensioni etniche e sociali sono all’origine della storia statunitense e rendono il Paese un perfetto esempio di società in lotta perenne. 

Looters vs Protesters 

Nella moderna società statunitense, la necessità di una lotta nasce dal rapporto squilibrato tra la marginalizzazione nera e la supremazia bianca. La violenza per i bianchi è un mezzo di controllo sociale. Come classe egemone, essi detengono il potere e sono consapevoli di poterlo utilizzare impunemente: per questo il suprematismo bianco si è sempre avvalso della violenza in maniera sistemica. La violenza è stata fondamentale nel produrre e riprodurre le disuguaglianze razziali nella società statunitense. Infatti, per quanto riguarda le minoranze, negli States è diffusa la propensione a privilegiare la performance di nonviolenza e negare l’utilità dell’uso strategico del conflitto come grande acceleratore di emancipazione. Per i neri, la conflittualità è stata spesso l’unico modo per farsi sentire, a causa di secoli di violenza suprematista bianca legittimata dallo Stato e dalla società civile, le cui eredità sono tutt’oggi visibili. È innegabile che la lotta, spesso violenta, sia sempre stata centrale per lo sviluppo storico-culturale degli Stati Uniti. Ad esempio, la violenza dei coloni a dispetto delle popolazioni indigene è stata determinante per la creazione dello Stato statunitense. Lo è stata anche nella Guerra d’indipendenza come in quella di secessione che ha portato all’abolizione della schiavitù. Tuttavia, storicamente si è sminuito, arrivando anche a essere condannato, l’uso di metodi conflittuali da parte dei leader afroamericani abolizionisti, cosa che non è stata fatta per i padri fondatori bianchi, cristiani e anglosassoni un secolo prima. Anche dopo la fine della Guerra di secessione, la violenza ha sempre avuto due facce: una bianca legittimata, di protesters, e una nera criminalizzata, di looters. Basta pensare alle innumerevoli violenze che hanno caratterizzato le differenti tappe dello sviluppo sociale statunitense. 

Un’abolizione mai compiuta: il sistema Jim Crow

Fin dalla fine della schiavitù, alle minoranze è stata preclusa la possibilità di accumulare libertà, ricchezza, pari diritti. La Ricostruzione, finita nel 1877, ha infatti visto la nascita del sistema di leggi che prende il nome da una caricatura razzista dell’epoca. Jim Crow. Ufficialmente quelle leggi avrebbero dovuto regolare le relazioni tra neri e bianchi in un Sud ancorato idealmente alla schiavitù; in realtà le leggi Jim Corw si sono rivelate profondamente discriminatorie e segregazioniste. A causa di tali leggi, i primi trent’anni del Novecento sono stati spesso definiti come il “nadir” delle relazioni razziali in termini di violenze. In un clima di tensioni socioeconomiche, il terrore e i linciaggi sono stati utilizzati per far rispettare sia queste leggi formali che una serie di regole di condotta non scritte volte ad affermare la dominazione bianca. L’apice dell’odio razziale è stato raggiunto nel 1921 a Tulsa, Oklahoma, quando il prosperoso quartiere a maggioranza nera denominato “Black Wall Street” fu bombardato e raso al suolo da manifestanti bianchi. 

Persino negli anni successivi, in un’epoca di riforme sociali importanti come quella del New Deal negli anni Trenta, le minoranze afroamericane sono rimaste tagliate fuori. Ad esempio, attraverso la pratica del redlining, interi quartieri con alte proporzioni di minoranze, venivano spesso privati dell’accesso di servizi finanziari, oltre che a servizi di assistenza sanitaria o di semplice commercio al dettaglio. Anche la segregazione residenziale è stata imposta tramite metodi violenti, spesso con attentati e agguati. 

Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, famosa per aver rifiutato nel 1955 di cedere il posto su un autobus a un bianco, dando così origine al boicottaggio dei bus a Montgomery, in un ritratto di Anika [@aestheticalliq1]

La lotta dei movimenti sociali di ieri

Il clima di oppressione segregazionista è resistito più o meno stabilmente fino al Dopoguerra, ma è solo in seguito che le minoranze statunitensi hanno cominciato a godere di una parvenza di parità di trattamento. Grazie alla lotta dei movimenti per i diritti civili e ai loro carismatici leader, la minoranza afroamericana ha finalmente raggiunto risultati tangibili. Il Civil Rights Act del 1964 e il Voting Rights Act dell’anno seguente hanno contribuito a eliminare molte forme di discriminazione razziale a livello federale ponendo fine agli scempi delle leggi Jim Crow. Anche la lotta dei movimenti per i diritti civili però è stata spesso criminalizzata. Il movimento per i diritti civili ha portato sugli schermi televisivi degli Stati Uniti immagini di corpi neri dilaniati dagli scontri con le forze dell’ordine, attaccati da cani delle loro unità cinofile o assassinati dal Ku Klux Klan. All’epoca questo creò disappunto tra le comunità bianche statunitensi, che etichettarono leader afroamericani come Martin Luther King e Malcolm X o le Black Panthers come dei terroristi aggressivi che guidavano movimenti insensati e controproducenti. Il supercapo cinquantennale dell’FBI J. Edgar Hoover arrivò addirittura a dipingerli come la minaccia più grande per la sicurezza interna del Paese. Tuttavia, a soffrire le maggiori violenze furono gli stessi leader dei movimenti, quasi tutti incarcerati o brutalmente assassinati, alcuni anche in maniera eclatante, come il poco più che ventenne Fred Hampton per mano degli agenti dell’FBI, nel sonno. Alle accuse infamanti, simili a quelle che annebbiano i media oggi, l’autore del discorso “I have a dream” rispose mentre era ancora detenuto in Alabama in seguito a una protesta pacifica. Egli scrisse che, nella lotta contro l’ingiustizia razziale, la drammatizzazione degli eventi è determinante per non far passare la questione razziale inosservata. In altre parole, la lotta violenta non accade ai manifestanti, essa è inevitabilmente generata da una società profondamente ingiusta. Il conflitto è stato cruciale per il successo del movimento per i diritti civili degli anni Sessanta. 

La criminalizzazione della lotta moderna

Ancora oggi vi è un’ingiusta aspettativa che la classe egemone possa usare la violenza per “difendere la libertà”, mentre le minoranze, tra le quali possiamo elencare gli afroamericani ma anche i manifestanti LGBTQIA+ e le donne appartenenti ai movimenti femministi dovrebbero essere sempre composti e non violenti. Basti pensare alla condanna strumentale delle proteste attuali, spesso mistificate dai mass media e categorizzate dall’opinione pubblica come “violente”, “vilipendiose” e “saccheggiatrici”. Sminuire il significato della lotta con aggettivi degradanti ci allontana però dall’analisi dello scopo della lotta nel cambiamento della società. Il ritiro dall’impegno in una complessa comprensione degli scopi politici della lotta limita la capacità di comprendere il passato e analizzare obiettivamente il presente. Questo è necessario per comprendere le proteste delle minoranze che ciclicamente scoppiano dopo decenni di violenze e oppressione, come pare sembra essere il caso oggi.

Cosa combattono i movimenti sociali oggi? 

Oggi, noi siamo dei nani sulle spalle dei giganti. Abbiamo l’esempio delle precedenti generazioni di grandi riformatori, radicali e idealisti che hanno sfidato lo status quo del loro tempo, cambiando il volto degli Stati Uniti e del mondo intero, organizzando movimenti che hanno lottato, diffondendo idee progressiste e spronando il sistema ad agire. Grazie all’efficacia dei movimenti sociali, molte suggestioni utopiche, come quelle elencate precedentemente, si sono trasformate da idee marginali al pensiero mainstream, dalla sfera delle polemiche a quella politica. Ancora oggi però nella società statunitense persistono discriminazione e disumanizzazione delle minoranze. Quei diritti concessi dall’abolizione della schiavitù, inizialmente smorzati con l’ipocrita concetto del “separate but equal” dell’epoca Jim Crow e realmente riconosciuti solo con le vittorie degli anni Sessanta, non sono mai stati rispettati pienamente nel Paese. Le forme di controllo egemone oggi sono forse più sottili delle indicibili violenze della schiavitù e dell’era dei linciaggi, ma esistono nel subconscio culturale di una società che in parte è implicitamente razzista e sono evidenti quando si pensa alla brutalità delle forze dell’ordine e agli incarceramenti di massa. Questi problemi spiegano perché i movimenti sociali siano, oggi come ieri, e saranno domani, cruciali nell’organizzazione del dissenso, che attraverso l’uso strategico della violenza e del pacifismo provano a lottare per il miglioramento della società. Nel XIX secolo i movimenti abolizionisti capirono che la schiavitù era violenza. Nel XX secolo, gli attivisti dei movimenti per i diritti civili capirono che i linciaggi e le leggi segregazioniste Jim Crow erano violenza. Nel XXI secolo, gli attivisti dei movimenti BLM hanno capito che la continua oppressione della polizia e dell’istituzione carceraria è violenza. 

Black Lives Matter: un movimento in lotta 

Negli ultimi decenni le conseguenze della scarsità di finanziamenti nelle scuole pubbliche, di pratiche di accesso al credito discriminatorie, di targetizzazione sproporzionata da parte delle forze dell’ordine, di una rete di sicurezza sociale ridotta e di condanne più severe in materia di giustizia e la persistente disuguaglianza occupazionale e salariale e di mass disenfranchisement continuano ad alimentare il senso di ingiustizia già provato dagli afroamericani. Ancora oggi il “germe schiavista” sembrerebbe sopravvissuto nei secoli, sotto forma di pregiudizio. Questa premessa giustifica la forte diffusione che BLM sta ottenendo ormai dal 2013. Negli ultimi mesi il movimento si è riorganizzato con migliaia di persone che hanno alzato il pugno per protestare contro la police brutality, ma anche per chiedere importanti riforme sociali. 

BLM è moderno e nonviolento e sembra beneficiare della necessaria urgenza del tema e di una grande partecipazione, condicio sine qua non di ogni movimento che aspira a cambiare la società. Come il movimento per i diritti civili, tuttavia, anche BLM viene spesso percepito dalla critica contemporanea come aggressivo, tendente all’annientamento dei propri obiettivi perché violentemente distruttivo. Ai critici spaventa anche l’aspetto di leadership decentralizzata di BLM, che non segue il tipico modello gerarchico dei movimenti di sessanta anni fa, ed è per questo meno attaccabile. Al contrario, BLM può contare su nuove tecnologie come i social media, che permettono un approccio d’insorgenza bottom-up, coinvolgendo tante persone comuni in poco tempo, senza dare punti di riferimento attaccabili. Un altro punto potenzialmente di forza di BLM è la sua intersezionalità, che tende ad avvicinare più vittime di discriminazione, non solo di razza, ma anche di classi sociali e di sesso, incorporando in parte attivisti di movimenti LGBTQIA+, Occupy Wall Street e quelli femministi, senza perdere di vista però il motivo e gli obiettivi che si vogliono ottenere. 

È cruciale che il movimento resti ben organizzato e che le proteste abbiano sempre il fine esclusivo di abolire ogni forma di discriminazione, senza sfociare in altri contesti. Su questo punto si infiltrano le attuali critiche, che ambiscono a sovra-rappresentare a livello mediatico, approfittandosene, l’aggressività di alcuni teppisti e saccheggiatori, delegittimando un intero movimento. Se BLM riuscirà a incorporare le diverse minoranze, cercando di scrollarsi di dosso l’immagine violenta e distruttrice che alcuni detrattori vogliono attribuirgli vista la tendenza alla criminalizzazione delle proteste delle minoranze, forse potrà essere il movimento che avrà portato più cambiamento nella società statunitense. 

La mappa mostra come oltre il 90 per cento delle proteste dall’uccisione di George Floyd in poi siano state pacifiche, ma sempre più contrastate dalla violenza delle forze dell’ordine, da milizie e da contromanifestazioni ostili [da Armed Conflict Location & Event Data Project @ACLEDINFO]

Cosa si vince? 

Le prospettive di successo di BLM ci sono, vista l’enorme crescita di popolarità del movimento. Alcuni sostengono però che l’accettazione senza risultati tangibili (come ad esempio la cooptazione di qualche attivista) è un tipo di fallimento. Sicuramente, le lotte cicliche che BLM conduce da quasi un decennio stanno riuscendo dove sessant’anni di post-Civil rights era hanno fallito, ovvero nel portare avanti in maniera concreta alcune istanze politiche delle comunità afroamericane. Infatti, BLM ha dimostrato di poter sopravvivere nel tempo e di fungere da catalizzatore per la rigenerazione di più movimenti. Un “risultato tangibile”, come l’appoggio di forze politiche vicine agli ideali, l’emanazione di leggi a favore della causa o di spese pubbliche aggiuntive sembra oggi più che mai raggiungibile. Il vero obiettivo, quello di istigare un cambiamento culturale nella società, sembra però ancora lontano dall’essere raggiunto, ma come abbiamo costatato nell’analisi storica, assolutamente ottenibile, anche solo nel tempo racchiuso in una generazione. 

La società sarà sempre in lotta 

Una cosa è certa: fino a quando non sarà ribaltato il sistema dei pregiudizi che fanno del colore della pelle, della sessualità o della classe sociale un marchio di detrazione dell’individuo, saremo tutti in lotta. Il Minneapolis effect si è diffuso in tutto il mondo più velocemente di qualsiasi pandemia. La lotta esisterà fino a che ci saranno gli oppressi. Toccherà a noi, intesi come società, trovare al più presto un vaccino al virus dell’odio. Per George, e per tutte le persone vittime della discriminazione.

Lotta e società negli Stati Uniti d’America ultima modifica: 2020-09-12T11:16:37+02:00 da GUGLIELMO RUSSO WALTI

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