Un compleanno amaro per Venezia

La città dei dogi potrebbe davvero non sentire il peso degli anni se le politiche culturali perseguissero scelte lungimiranti, inclusive e innovative invece di fermarsi ai “riflettori” dei grandi eventi.
scritto da BARBARA COLLI
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Mille e seicento anni e non sentirli? Oppure il peso di così tante candeline grava sulle spalle della nostra città e di tutti coloro che la abitano e la amano? Secondo antiche cronache era il 25 marzo del 421 quando fu posta la prima pietra della chiesa di San Giacometo a Rivoalto ed è a questo giorno che viene, per tradizione, fatta risalire la nascita di Venezia. Una data leggendaria, ma che ai tempi sembra sia stata accolta con favore perché coincideva con il giorno consacrato all’annunciazione dell’angelo a Maria e, secondo una credenza greca, con quello della creazione del mondo. A seguito di ciò l’anno dei veneziani (in una formula comunemente accetta anche dagli storici) iniziava proprio dal 25 M.V. (more veneto), poi anticipato per comodità di calcolo e di scritture al primo marzo. Un uso che durò fino alla caduta della Repubblica.

Un compleanno importante dunque per Venezia. Importante sotto talmente tanti punti di vista che risulta quasi impossibile elencarli tutti. Importante soprattutto perché potrebbe e dovrebbe segnare una data spartiacque della sua storia contemporanea. Una cesura netta tra un prima che l’ha resa fragile, che l’ha snaturata e svenduta, e un dopo che invece le restituisca anzitutto la dignità di città. 

I problemi che l’affliggono non sono frutto amaro solo delle scelte, delle politiche e delle dinamiche effettuate, avviate e innestate in questi ultimi cinque anni, ma di certo queste ultime li hanno amplificati e resi talmente gravi da far affermare a molti che non c’è più tempo. O si interviene subito oppure il destino è segnato per sempre.

Drammatico calo dei residenti, turismo di massa senza regole e senza limiti (si calcolano circa trenta milioni di presenze all’anno, di cui circa l’ottanta per cento giornaliere, a fronte di poco meno di 52.000 residenti residui in città storica che a breve, se si proseguirà su questa strada, diverranno comparse e specie protetta), perdita di professioni qualificate e qualificanti a cui si contrappone solo una crescita esponenziale di lavoro precario, danni ambientali pesantissimi all’intero ecosistema lagunare e alla struttura stessa della città, crescita incontrollata degli affitti commerciali con conseguente chiusura di un enorme numero di attività a cui fa da contraltare il crollo degli alloggi disponibili per i privati in quanto convertiti in affittanze turistiche (sono circa settemila solo quelle disponibili su Airbnb), mobilità al tracollo, nuovi alberghi che spuntano come funghi anche in conseguenza della svendita del patrimonio pubblico e delle continue concessioni di cambi di destinazione d’uso anche per quello privato, totale assenza di politiche sociali lungimiranti, che vadano oltre inni alla repressione, e di politiche culturali che non si riducano ai “grandi eventi” (aspetto quest’ultimo su cui torneremo in seguito) hanno fatto di Venezia una città senz’anima, espulsiva e prossima a trasformarsi in un parco a tema in cui tutto è concesso a patto di pagare il biglietto.

Lo racconta con efficacia Francesco Erbani nel suo articolo A Venezia il turismo di massa monopolizza anche le elezioni, pubblicato su Internazionale, facendo notare inoltre come tutto ciò dilaghi anche in terraferma, dove le case vacanza sono comparse perfino a ridosso dell’area industriale di Marghera, mentre nella zona della stazione ferroviara di Mestre si è ormai di fronte ad una selva di nuovi hotel. Questo per dire che il fenomeno non rimane racchiuso nel confine delle acque, ma, come un blob, invade anche le terre.

Sono stati la drammatica alluvione dello scorso novembre e la pandemia esplosa a febbraio gli eventi detonanti di questa situazione al collasso, che era sotto gli occhi di tutti, ma rispetto alla quale si è continuato a spingere sull’acceleratore, frustando il cavallo perché proseguisse la sua folle corsa fino a quando non è stramazzato al suolo. Il risultato è stata una città prostrata dal crollo della monocultura turistica, l’industria pesante su cui si è puntato tutto con miopia e avidità. Un modello di città perseguito pervicacemente da quanti mancano di “un’Idea di Città”, minuscole e maiuscole comprese.

Ed ecco che, appena arrivano i primi timidi segni di ripresa, mentre alcuni cominciano seriamente ad interrogarsi sul futuro della città, invece di riflettere su una decisa e decisiva inversione di rotta, da parte del sindaco uscente arriva quella che sembra essere l’ennesima proposta di un “grande evento” di risonanza mondiale per festeggiare il prossimo compleanno di Venezia. Lancio di un logo e celebrazioni da far partire al più presto, in anticipo sul calendario e naturalmente durante la campagna elettorale. Infatti la sera dell’8 settembre 2020 Piazza San Marco, cuore di Venezia che da molti anni, fatti salvi alcuni rarissimi esempi di imprenditori illuminati, non batte più per i suoi cittadini, accoglie il concerto dell’orchestra e del coro del teatro La Fenice con cui si dà il via alle celebrazioni per i mille e seicento anni di Venezia.

Al di là della scelta del giorno, che fa pensare immediatamente al badogliano armistizio, e ferma restando l’indiscutibile eccellenza musicale di un tempio della lirica già risorto più volte dalle sue ceneri, alcune riflessioni di opportunità, metodo, merito e scelta dei tempi dovrebbero sorgere spontanee. La prima che mi viene in mente, espressa anche da Gianfranco Bettin in un tweet, è: se iniziamo a festeggiare il compleanno sei mesi prima faremo anche un Redentore a metà ottobre o un Carnevale che, come nei secoli della Serenissima, inizia a fine dicembre? Magari per recuperare il disastro comunicativo ed economico generato lo scorso luglio sempre dal sindaco uscente che prima lancia l’ennesimo “grande evento” e poi è costretto ad annullarlo per le evidenti, già in precedenza, impossibilità di gestire flussi enormi di persone stante l’emergenza sanitaria in essere.

Oppure per far dimenticare il rischio corso da tutti, cittadini e ospiti, a febbraio scorso quando, per non fermare coriandoli, frittelle e, in veneziano, soprattutto “schei” (termine che gli piace molto, viste anche le recenti affermazioni ornitologiche sui dipendenti comunali), ha aspettato fin oltre il limite per annullare i festeggiamenti.

Abbiamo visto in questi anni la banalizzazione, la qualità inesistente e la scarsissima sicurezza di queste manifestazioni realizzate ad uso e consumo turistico, ed oggi anche politico (è recentissima anche la polemica sugli spot elettorali, ancora del sindaco uscente, trasmessi durante la Regata Storica di domenica scorsa), che non coinvolgono il tessuto sociale e culturale del territorio ed estromettono, una volta di più, i cittadini dalla vita stessa della loro città. E non bastano un po’ di posti riservati ad un concerto, seppur di grande qualità.

Il Concerto del Teatro La Fenice in Piazza San Marco

Si tratta a mio parere di una tipologia di “eventi” di cui non solo non abbiamo bisogno ma che anzi, per tutte le evidenze proprio di questi ultimi cinque anni, risultano altamente dannosi. L’ha spiegato molto bene Giuseppe Saccà, storico veneziano candidato per la prima volta al Consiglio comunale nelle liste del Partito democratico, che in un articolo dal titolo “Un logo per fare cultura? Non basta”, pubblicato alcuni giorni fa su Il Sestante News, suggerisce di investire proprio nei mille e seicento anni di Venezia per intraprendere passi importanti nell’organizzazione e nella gestione degli eventi culturali e avanza una proposta che rimette davvero al centro Venezia, con la sua storia e la sua più intrinseca natura, lanciando uno sguardo innovativo e inclusivo rispetto alla produzione culturale a Venezia e di Venezia, che, vale la pena sottolinearlo, non ha avuto in questi cinque anni di amministrazione fucsia un assessore dedicato! E a quanto si legge nei giornali di oggi continuerà a non averlo in caso di riconferma dell’amministrazione Brugnaro, il quale ha dichiarato l’intenzione di mantenere la delega alla cultura.

Per contro, con sguardo davvero attento alla cultura, Saccà si chiede invece perché non utilizzare questo importante compleanno per rilanciare l’intera laguna e in generale la cultura dell’acqua, ricordando che, tradizione a parte, la nostra città, per come la conosciamo oggi, è nata proprio tra le isole. Senza arrivare alla leggendaria Metamauco, inghiottita dai flutti come Atlantide, ma magari ricordando alcune di quelle scomparse assieme ai loro nomi favolosi come Ammiana, Ammianella, Costanziaco, Centranica, San Leonardo di Fossamala e San Marco di Boccalama, perché non sfogliare l’Isolario seicentesco di padre Vincenzo Coronelli o la raccolta di incisioni settecentesche di Antonio Visentini per rendersi conto della ricchezza vera che la nostra laguna offre? 

Tanto per dare qualche numero possiamo ricordare che attualmente le isole sono una settantina. Alcune abbandonate o in pericolo di sopravvivenza come la Madonna del Monte, l’ex ossario di Sant’Ariano, in cui vi sono anche resti di dogi, la Cura, San Secondo, Santo Spirito, San Giorgio in Alga, Sant’Angelo delle Polveri e la forse più nota Poveglia. Salita all’onore delle cronache qualche anno fa, oltre che per i fantasmi che la infestano come raccontano numerosi siti di tour operator, soprattutto perché oggetto di contesa tra il Demanio, una combattiva associazione di cittadini e, ancora lui, Luigi Brugnaro, allora in veste solo di imprenditore intenzionato ad acquistarla. O ancora come quelle che ospitavano batterie militari, come Podo e Fisolo, e i quattro ottagoni.

Perché non partire dalla lunga storia di questi luoghi e dal ruolo che potrebbero ricoprire nell’intero sistema lagunare e cittadino? Perché non estendere poi lo sguardo anche alle isole più conosciute, ma non per questo meno bisognose di seri progetti di rilancio e riqualificazione, non necessariamente legati solo al turismo? Perché non decidere di invitare a questa festa gli amici e le persone care invece di lasciare i cittadini, il capitale sociale e quello culturale esistenti ancora una volta ai margini? Perché non tentare, come proposto da Saccà, una via diversa che davvero sia un dono alla nostra città per il suo genetliaco? 

Insomma Venezia potrebbe davvero non sentire il peso degli anni se le politiche, culturali e non, con cui viene governata fossero messe a sistema, perseguendo scelte lungimiranti, inclusive e innovative che invece di fermarsi ai riflettori vadano a costruire nuove fondamenta per il futuro. 

Nel frattempo, e in attesa di capire cosa succederà nelle urne il 20 e 21 settembre, credo che la nostra città abbia davvero bisogno di tutti i nostri auguri! 

L’isola di Poveglia è una delle molte isole della Laguna che lotta per la sopravvivenza
Un compleanno amaro per Venezia ultima modifica: 2020-09-12T10:52:35+02:00 da BARBARA COLLI

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