Se niente importa più, nemmeno il pallone

Secondo una ricerca i giovani seguono meno il calcio, un settore cruciale del nostro stare insieme. È il frutto della rivoluzione telematica dei primi vent’anni del Duemila che ha diviso, isolato e trasformato la società in tante monadi in guerra fra loro.
scritto da ROBERTO BERTONI
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L’indagine commissionata dall’ECA, l’associazione dei club europei presieduta da Andrea Agnelli, intitolata “Fan of the future”, dovrebbe indurci a riflettere. È emerso, infatti, che soprattutto fra i ragazzi dai sedici ai ventiquattro anni l’interesse nei confronti dello sport più popolare stia nettamente scemando, al punto che in sette nazioni del mondo (non in Italia, per fortuna) il 29 per cento degli intervistati ha dichiarato “di avere di meglio da fare” che guardare una partita mentre il quaranta per cento ha detto “di non avere alcun interesse per il calcio” o, peggio ancora, di detestarlo.

Questione di gusti? Secolarizzazione anche della passione sportiva? Diciamo che il fatto che le nuove generazioni vivano il tifo in maniera meno viscerale e si appassionino a più di un club, anche straniero, è da considerarsi un fatto positivo, una bella novità di questi tempi globali. Io stesso tifo Juventus ma mi appassionano ugualmente il Barcellona, il Liverpool, il Bayern Monaco e tante altre grandi d’Europa e del mondo: è una visione ampia, un allargamento dei confini mentali che può far solo un gran bene, specie in una fase storica drammaticamente segnata da recrudescenze nazionaliste e sovranismi arrembanti.

C’è, tuttavia, anche un enorme aspetto negativo nella percezione che i giovani e i giovanissimi hanno dello sport e del calcio in particolare. Va dato loro atto di aver centrato il bersaglio quando hanno chiesto complessivamente ai calciatori di fare la propria parte, di schierarsi e di impegnarsi attivamente nelle battaglie che riguardano l’intera comunità, a cominciare da quella climatica e per la giustizia sociale. Andrebbe, però, detto loro che molti giocatori si impegnano eccome: in qualità di ambasciatori Unicef, in iniziative di beneficenza, a sostegno dei propri villaggi, dei più deboli e di chi ha avuto assai meno fortuna di loro. Non tutti, certo, ma la percentuale in media è sicuramente cresciuta: oggi, soprattutto ad alti livelli, il numero di atleti consapevoli del mondo in cui vivono e delle difficoltà che il pianeta sta attraversando è nettamente superiore rispetto al passato.

Il problema di una generazione esigua, prigioniera del mondo virtuale dei social e dei videogiochi, senza luoghi d’aggregazione, priva d’esempi, modelli e punti di riferimento, invece, è spaventoso. E se nemmeno uno sport popolare e aggregante come il calcio riesce a smuovere i ragazzi, a indurli a fare squadra, a unirsi e a uscire dalla barbarie individualista che ha caratterizzato l’ultimo quarantennio, vien da pensare che la situazione sia assai più grave di quanto non immaginassimo. Perché va bene che le nuove generazioni compulsino gli smartphone, va bene che vogliano essere sempre e comunque protagoniste, interagendo con i propri idoli, ma il fatto che preferiscano rivedere sul cellulare o sul tablet le azioni salienti e le carrellate di gol e di giocate di pregio piuttosto che seguire i novanta minuti della sfida, lascia intendere quanto sia scomparsa l’idea che per arrivare a essere Ronaldo non basti saper calciare bene le punizioni o i rigori ma serva, al contrario, un’applicazione costante, una passione enorme e la capacità di lottare per l’intera gara, senza mai risparmiarsi.

È arrivato il momento di prendere atto che, mentre la rivoluzione industriale di fine Ottocento-inizio Novecento ebbe il merito di unire i singoli, favorendo la nascita di partiti, sindacati e società di calcio, la rivoluzione telematica dei primi vent’anni del Duemila ha diviso, isolato e trasformato la società in tante monadi in guerra fra loro. Il che si riverbera, ovviamente, anche sullo sport, ossia su un settore cruciale del nostro stare insieme, essendo soprattutto il calcio uno specchio fedele dello spirito del tempo. Se niente importa più e la capacità di aggregazione non esiste nemmeno in ambiti che una volta ne erano l’emblema, spiace dirlo, ma anche questioni assai più significative, ad esempio la lotta contro i cambiamenti climatici, rimarranno battaglie solitarie e perdenti, non esistendo più gli spazi collettivi in cui portare le proprie istanze e sentirsi comunità.

Le conseguenze di questo individualismo sfrenato, sapientemente indotto da quattro decenni di thatcherismo arrembante, sono sotto gli occhi di tutti.

Se niente importa più, nemmeno il pallone ultima modifica: 2020-09-14T12:32:35+02:00 da ROBERTO BERTONI

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