Luciano Valentinotti, un uomo, un pittore, una vita

In ricordo dell’artista, morto lo scorso lunedì 14 settembre a Città del Messico.
FRANCO AVICOLLI
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Per essere artisti ci vogliono due requisiti: uno sguardo capace di stupore e un cuore aperto all’inquietudine. Luciano ha questo sguardo e questo cuore. La sua, è l’arte capace di dipingere anche nella tragedia la forza della vita, forza della speranza che non si piega alla violenza e all’ingiustizia che non smette di credere che l’uomo possa essere di ogni uomo fratello.

Sono le parole pronunciate da don Luigi Ciotti nel marzo del 2013. Luciano Valentinotti gli aveva regalato la sua opera La voce che rompe il silenzio e il fondatore di Libera aveva deciso di collocare il grande mural all’ingresso della sua nuova creatura, la Certosa di Avigliana, dove oggi si trova. 

Il mural è costituito da diciassette pannelli che riportano alla vicenda tragica di Felicitas Martínez Sánchez e Teresa Bautista Merino, due giovanissime giornaliste uccise perché conducevano La voz que rompe el silencio (La voce che rompe il silenzio), un programma radiofonico con cui si raccontava l’esperienza di una comunità mixteca di Oaxaca usando non la protesta sguaiata, ma la garbatezza della verità detta nella loro lingua triqui.

Il “Passaggio delle Monache” che introduce nella Certosa di Avigliana

Valentinotti trasforma quell’evento luttuoso in un atto di vita. Il primo pannello ne è appunto un annuncio proposto con un popolo in festa; ed è ancora la vita a ritornare nell’epilogo, dopo la vicenda luttuosa della violenza omicida: il popolo offeso si riunisce e fa volare i suoi aquiloni colorati nel cielo del sole blu come fossero un rinnovato messaggio di speranza. Ed è proprio e insistentemente la vita a trionfare sulla cieca e brutale violenza, che oscura e ammutolisce.

Il mural scandisce scenograficamente una storia tragica portandola oltre la crudezza degli elementi che la costituiscono, dando volti riconoscibili al terrore, alla dignità, alla vita sempre in lotta con la morte, al gioco, alla festa, alla luce nelle sue tonalità, ai riti, alla violenza e a tutto ciò di cui è pervasa ognuna delle tappe rappresentate.

Il racconto diventa così epopea, non più e non soltanto della comunità che è protagonista dell’evento nel bene e nel male, ma di tutta l’umanità che subisce angherie e soprusi, che appunto nel mural riesce a essere la voce che rompe il silenzio di tutti coloro ai quali la violenza vuole togliere la voce.

È un’opera matura dove l’artista mostra di aver raggiunto la pienezza esaltante della poesia, dove la vita e il suo senso si ritrovano unite in una grande sequenza espressiva.

Luciano Valentinotti, Luigi Ciotti, Franco Avicolli

Luciano Valentinotti può essere definito un italiano nomade per obbligo e non per desiderio, per scelta di vita. Nasce a Fiume, vive a Milano e diventa pittore in Messico. Soffre sulla propria pelle i disastri drammatici della guerra e le sue conseguenze sociali, terribili per tutti, ma ancor più per coloro che hanno perduto la loro Itaca e sono obbligati a vivere il loro tempo a venire come una categoria del non ritorno a casa. Tra i deboli, gli esiliati occupano un posto speciale perché vivono nel vuoto dei vincoli e dei sogni interrotti. 

L’artista si esprime in lingua messicana, uno strumento che lo ricongiunge al tempo della perdita diventato presente con il dolore degli altri. La sua è una lingua fatta di colori, di accostamenti formali, di forme pure che sembrano uscire dall’animo ingenuo del bambino che si ritrova nel presente con domande e sogni di un passato interrotto. 

Nella sua opera l’umanità esibisce mani enormi che riportano all’evidenza decisiva di chi è impegnato nei lavori umili, cammina con i piedi nudi che sono segno del limite, ma anche della maggiore esposizione al dolore, alla sofferenza e di una più naturale vicinanza con la terra. 

Il Messico suggerisce a Valentinotti una storia che gli appartiene, forse riesce addirittura a proporgli una prospettiva liberatoria. Lo ha raccontato in un percorso non proprio lineare, ma coerente, come se fosse fatto di un presente immobilmente disperato, immerso nell’allucinazione del colore denso e intenso. Ogni suo quadro, ogni tela, è un brano di un Messico umano dove splende un sole che non è sempre giallo, ma anche nero o rosso o di un altro colore, una luce che è essa stessa una lingua. Ma per quanto tragica, drammatica o dolorosa possa essere la verità rappresentata, non mancano mai i giochi dei bambini, gli aquiloni che ondeggiano nello spazio o un varco che annuncia un tempo a venire. 

La sua opera introduce nelle profondità di un paese, il Messico, che costringe a cercare una propria lingua per rintracciare il senso degli accadimenti, per ritrovare in essi la luce che porta oltre la loro forma fenomenica.  

Il male che Valentinotti racconta non è una semplice categoria della morale, ma una condizione della vita, il segno contundente delle differenze sociali, il modo più adeguato per potere toccare le differenze e renderle visibili. In tal senso è emblematico L’inferno, un mural dove peccatori e torturatori si ritrovano finalmente nel loro ambiente naturale e possono quindi essere quello che sono da sempre, senza finzioni. L’inferno diventa così il luogo che nega la vita, dove diventa visibile la pochezza dei potenti e delle loro violenze ridicole per la loro totale mancanza di grazia, un luogo dove appare l’inutile realtà di quelle vite cresciute sul dolore di altri o nella negazione della vita come percorso virtuoso che esalta l’umano. 

Il mondo di Valentinotti è abitato da una fissità figurativa che sembra voglia riportare a una qualche eternità della condizione umana; la costruzione degli equilibri formali non ricorre alla plasticità del morbido e neppure alla leggerezza del movimento. È un artificio che conduce alla materialità essenziale della pietra o del tronco di un albero, un linguaggio che propone in forma istintiva la metafora della vita: un farsi che non si discosta poi tanto da quanto accade in un processo in cui ogni “diventare” è tutt’altro che semplice. 

Luciano Valentinotti è morto lo scorso lunedì 14 settembre a Città del Messico. La famiglia ha seppellito le sue ceneri nel giardino di casa. 

Luciano Valentinotti, un uomo, un pittore, una vita ultima modifica: 2020-09-18T13:32:49+02:00 da FRANCO AVICOLLI

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