Napoli. Una città senza rettore e senza sinistra

MICHELE MEZZA
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Una giornata da non dimenticare per Napoli il 17 settembre. In quelle ore s’è ratificata la modificazione genetica finale della lunga tradizione della sinistra partenopea. La contemporaneità della notizia degli impresentabili nelle liste del candidato governatore De Luca, ben cinque sui tredici segnalati nazionalmente, di cui altri quattro, sempre in Campania, nelle liste del suo oppositore Caldoro, con il clamoroso risultato della non elezione del candidato rettore della Federico II, professor Lorito, sponsorizzato fortemente dal fronte più orientato al centro sinistra, e personalmente dall’attuale ministro, e rettore uscente, Gaetano Manfredi, chiude il cerchio di gesso che sta soffocando il Pd nella città.

Sopratutto questo secondo dato segna un cambio di scena davvero drastico.

Per la prima volta negli ultimi lustri, il candidato rettore della più antica università pubblica europea non è plebiscitariamente espresso dalla sinistra. Ma c’è di più: a fronte di un presidio completo degli snodi gestionali del settore universitario, sia a livello regionale che nazionale, con il ministro dell’Università che sarà il vero dispensatore della quota degli ingenti investimenti che dal Recovery Fund andranno alla ricerca e alle infrastrutture universitarie, a Napoli si assiste ad una mobilitazione molecolare, che porta ben il 97 per cento del corpo elettorale, quasi seimila docenti, al voto per bloccare il candidato accreditato delle migliori entrature per strappare fondi e risorse. L’incredibile dato finale, 2562 voti per il professor Luigi Califano, appoggiato dalle componenti più vicine al centro destra, potente ordinario di medicina, contro 2561, solo un voto in meno su più di cinquecento voti espressi, raccolti da Matteo Lorito, direttore di dipartimento di Agraria, mostra come la divisione corra lungo l’intero fronte accademico, senza nessuna area che risulti immune dalla contrapposizione.

La Federico II è indubbiamente l’apparato più poderoso che opera nell’area campana e a Napoli in particolare, con un coinvolgimento, fra docenti, studenti, amministrativi e collaboratori, di circa 250mila persone. Ma soprattutto con una rappresentatività massima delle reti professionali e dei servizi avanzati – pensiamo appunto alla sanità, alle attività legali, ingegneristiche, umanistiche, di formazione alla ricerca, con propaggini che toccano l’intera Campania, e connettono le aree più significative di Napoli, dalla zona collinare ai quartieri del centro storico fino ai nuovi insediamenti del centro direzionale o della mitica Bagnoli: una vera regione nella regione, e forse la vera città della città.

Uno spaccato strategico per poter mantenere una rappresentatività adeguata ai tempi. Se non si riesce a parlare a questi mondi non si può minimamente pensare di candidarsi al governo del territorio. Solo De Magistris, l’attuale sindaco, ha potuto vincere due elezioni, nell’indifferenza totale del sistema universitario, che, alla luce dell’attuale risultato, possiamo dire abbia usato proprio l’irruenza distruttiva dell’ex magistrato per frantumare ogni legame con le precedenti egemonie della cerchia legata al Pd. Oggi chi ha voluto rompere il ghiaccio con De Magistris si candida direttamente al governo della metropoli, sapendo di poter trovare una facile convivenza con il trasversalismo della leadership regionale di de Luca, che certo non piangerà sullo smacco subito da Gaetano Manfredi, uno dei possibili candidati a Sindaco a Napoli, che poteva fargli ombra. 

Il nuovo fonte che sembra entrare oggi in campo è un grumo consistente di interessi professionali e accademici legati all’intermediazione di risorse pubbliche, ma anche ormai proteso ad un intreccio autonomo con il sistema finanziario e imprenditoriale, di cui i punti di eccellenza della Federico II, pensiamo al polo di san Giovanni con la Apple Academy, fino a ieri feudo di Manfredi, o il segmento genetico. Un insieme di docenti, professionisti, neo imprenditori di start up, ricercatori che, senza tutele politiche o controlli istituzionali, sta avendo buon gioco a mettersi in proprio come diretta controparte del governo nella gestione dei fondi europei. La fragilità assoluta del centrosinistra, ormai in tutto soppiantato dalla supplenza della famiglia De Luca, e l’evanescenza di un centrodestra eclettico che si muove mese per mese in base all’ultimo provvedimento amico, permette questa emancipazione del grumo accademico e assiste impotente ai giochi universitari. 

Ma il vero segnale che c’interessa di raccogliere ora è che per la prima volta il residuo delle ambizioni culturali della sinistra napoletana, che aveva trovato come interprete il giovane segretario Marco Sarracino, scopre la sua completa estraneità rispetto a questa dimensione della modernità napoletana. La città da tempo sta crescendo come contenitore di ricerca avanzata. Il Covid-19 ha messo in vetrina punti di assoluta qualità della medicina di precisione partenopea con le esperienze del Cotugno e del Pascale. Lo stesso sta accadendo nell’intreccio fra digitale e ingegneria, con livelli di abilitazione professionale molto apprezzati dalle aziende internazionali, come le presenze di Apple, Cisco, Accenture dimostrano. Ma tutto questo cresce quasi spontaneamente, inseguendo le opportunità del momento.

Pensiamo alla scuola di perfezionamento sul 5G, nata appunto nel polo di San Giovanni del tutto scollegata dalle esperienze di negoziazione sociale che in città amministrazione locale e sindacati stanno elaborando, oppure ai processi di convergenza fra linguaggi, sociologia e calcolo che sembrano avulsi da una strategia territoriale. L’Università sembra priva di una vera bussola strategica che non sia l’affannosa ricerca di fondi d’ogni tipo e per ogni attività. La politica non trova né linguaggi né argomenti per interloquire con questo mondo se non la solita e logora promessa di singole carriere. La rottura del tetto di cristallo che il voto di ieri ha prodotto apre a questo punto uno scenario nuovo: come dare identità e funzione a questa massa di intelligenza e di potenziale produzione avanzata in una città che dopo la chiusure delle cattedrali industriali – dalla siderurgia di Bagnoli all’Alfa Sud – e il consumarsi della distribuzione a pioggia di spesa pubblica deve trovare una nuova vocazione?

Da ieri nessuno può considerarsi in prima fila per poter dare una risposta. Ma qualcuno sta crescendo per poter fare nuove domande.

Napoli. Una città senza rettore e senza sinistra ultima modifica: 2020-09-18T15:18:40+02:00 da MICHELE MEZZA

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