Turchia-Grecia. La posta in gioco

Nell’imminenza del Consiglio Europeo straordinario facciamo il punto sulle rivendicazioni avanzate da Ankara nei confronti di Atene. L’obiettivo di Erdoğan non è avere accesso alle riserve energetiche del fondo marino ma solo e unicamente quello di espandere l’area sotto la sovranità turca.
scritto da DIMITRI DELIOLANES
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[ATENE]

Nell’imminenza del Consiglio Europeo straordinario dedicato al problema della Turchia forse è utile fare il punto sulle rivendicazioni avanzate dalla Turchia contro la Grecia. Come si vedrà, si tratta di rivendicazioni unilaterali e quasi sempre prive di qualsiasi sostegno legale. Si scoprirà anche che, al contrario della convinzione ampiamente diffusa in Italia, non sempre l’obiettivo di Ankara è avere accesso alle riserve energetiche del fondo marino. Molte delle rivendicazioni hanno solo e unicamente il fine di espandere l’area sotto la sovranità di Ankara.

Il governo turco ha formulato per la prima volta le sue rivendicazioni nell’Egeo nel 1973, quando ad Atene comandava la famigerata giunta dei colonnelli. Era il periodo dell’embargo deciso dall’Opec e tutti i paesi occidentali cercavano nuove riserve. Nell’Egeo settentrionale, nei pressi dell’isola di Thassos,  era stato scoperto un giacimento che aveva suscitato grandi aspettative per tutto l’arcipelago.

La scoperta offrì l’occasione alla Turchia, già impegnata con la Grecia in un difficile braccio di ferro su Cipro, di aprire un secondo fronte nell’Egeo. L’argomento che Ankara avanzò in quella occasione era che la Grecia non poteva esplorare la piattaforma continentale delle isole per il semplice fatto che le isole non dispongono di piattafroma continentale.  

Con la firma della Convenzione dell’Onu sul diritto del mare (Unlos) nel 1982, il problema della piattaforma continentale è stato in gran parte coperto dalla cosiddetta  Zona economica esclusiva, che è definita in base alla linea mediana tra le coste dei due paesi confinanti. Ma la Turchia non ha aderito a tale Convenzione e non si ritiene vincolata da essa.

La Unclos dava anche il diritto a ogni paese di estendere unilateralmente le sue acque territoriali fino a dodici miglia, cosa che hanno prontamente fatto tutti i paesi del mondo, Italia compresa. La risposta della Turchia era una mozione approvata in Parlamento nel 1995. Diceva che l’estensione delle acque territoriali delle isole greche dell’Egeo dalle attuali sei alle dodici miglia costituiva per Ankara casus belli, cioè ragione sufficiente per dichiarare guerra.

A prima vista l’argomento di Ankara sembra convincente: estendendo le acque territoriali  l’Egeo si trasformerebbe in un “mare greco” in cui la navigazione internazionale sarebbe impossibile. Atene risponde che in nessun paese del mondo si sono verificati problemi alla navigazione a causa delle dodici miglia e riporta il caso degli Stretti di Hormuz, dove le acque territoriali dell’Iran e dell’Oman si incontrano, senza impedire il passaggio perfino alle flotte militari, come impone l’Unclos.

La nave di rilevamento turca Oruç Reis

Del tutto fondato invece è l’argomento sempre sbandierato da Ankara di disporre una linea costiera molto significativa. In effetti, il Trattato sul diritto del mare ne tiene conto e nella teorica definizione dell’ipotetica Zona economica esclusiva dei due paesi nell’Egeo anche l’estensione delle coste dell’Asia Minore dovrebbe contare. Come vedremo però, la Turchia non usa l’argomento della linea costiera per ragioni giuridiche ma come pretesto per operazioni militari. 

Oggi la Turchia sostiene di muoversi in maniera difensiva, cercando di respingere i tentativi greci di “strangolarla. La verità è che dopo l’invasione a Cipro nell’estate del 1974 e l’occupazione di un terzo dell’isola, Ankara ha compreso che poteva minacciare e anche usare il mezzo militare per imporsi in maniera sostanzialmente impunita. Il Consiglio di sicurezza certamente condannò l’invasione a Cipro e ancora più duramente condannò, qualche anno dopo, la proclamazione dello stato fantoccio turco-cipriota. Ma, come spesso succede, le condanne dell’organismo internazionale sono rimaste sulla carta. 

Il risultato è stato che già nella seconda metà degli anni Settanta, Ankara s’è sentita libera  di portare avanti una politica tendente ad estendere passo dopo passo il suo controllo su almeno la metà dell’Egeo. Indicativo il fatto che nell’autunno del 1974, quando l’occupazione del nord di Cipro s’era oramai consolidata, la Turchia ha sollevato dal nulla il problema del controllo dei voli civili diretti verso le coste dell’Asia Minore. Fino a quel momento, su decisione dell’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO), il controllo apparteneva al Fir (Flight Information Region) di Atene. 

Fregata turca

È successo quindi che un bel giorno Istanbul ha iniziato a pretendere dai piloti che stavano attraversando le Cicladi di ignorare Atene e di entrare in comunicazione con lei. Per consolidare questa pretesa, caccia con la mezzaluna cominciarono quasi ogni giorno a violare sistematicamente  prima il Fir di Atene e poi anche lo spazio aereo. Nel marzo di quest’anno, in concomitanza con l’operazione profughi sul confine di Evros, i caccia turchi hanno sorvolato per la prima volta  anche la terraferma per qualche centinaio di chilometri, a bassa quota per rendersi più visibili.

L’area di controllo aereo Fir solitamente coincide anche con l’aerea di competenza Sar (Search and Rescue), che pure è stata contestata dalla Turchia. Secondo Ankara, visto che il Fir di Istanbul oramai “controllava” la metà dell’Egeo, anche l’area Sar “era di competenza turca”. All’improvviso isole importanti con decine di migliaia di abitanti, come Lesbo, Chios e Rodi si sarebbero trovate all’interno dell’area di controllo aereo e navale della Turchia. 

Secondo Ankara, però, dall’area Sar deve essere escluso tutto il Dodecaneso, in quanto “area smilitarizzata”. In effetti, il Trattato di Parigi del 1947, con cui l’Italia cedette la sovranità delle “dodici isole” alla Grecia, prevede che l’area sia smilitarizzata. La Grecia ha rispettato questa regola fino al 1974. Da allora ha iniziato a fortificare le isole e a spostare ingenti forze militari, invocando il diritto alla difesa di fronte a un vicino aggressivo. Atene però ritiene che la Turchia non abbia voce in merito, visto che non è tra i firmatari del Trattato.   

La controversia riguardo all’area Sar provocò nel 1996 l’incidente può grave finora tra i due paesi. È avvenuto nelle isolette disabitate di Imia (Kardak in turco), quando una nave turca in avaria rifiutò l’assistenza greca e chiese quella turca. Non si arrivò allo scontro solo grazie all’intervento americano.

Aerei militari greci

Dal quell’incidente nacque la teoria turca delle “zone grigie” nell’Egeo. In altre parole, isole o isolette la cui appartenenza sarebbe “incerta” in quanto non sarebbero comprese nei trattati di definizione dei confini. Nel caso di Imia il confine con la Turchia fu definito dall’Italia nel 1932, quando era ancora in possesso del Dodecanneso. L’indomani dell’incidente, la Farnesina consegnò ai diplomatici turchi coppia del trattato, in cui Kardak era esplicitamente nominata come appartenente all’Italia e non alla Turchia. Ankara rispose imbarazzata che quel trattato non era stato depositato alla Società delle nazioni quindi la sua validità era contestabile, anche a distanza di più di mezzo secolo.

Da allora la teoria delle “zone grigie” ha avuto un grande sviluppo. Man mano che passavano i mesi e gli anni, i governanti turchi scoprivano sempre nuove isole, alcune abitate, ma anche rocce e scogli “non esplicitamente nominati” nei trattati la cui appartenenza “deve essere concordata”. Tra le isole senza identità anche Gavdos, un’isola abitata, a sud di Creta. Inutilmente i diplomatici greci ma anche quelli italiani hanno più volte spiegato ai loro colleghi turchi che i trattati sono molto chiari ed espliciti e non c’è alcuna ombra di “grigio”.

La risposta di Ankara è stata di aumentare il carico: da qualche anno non si tratta più di “zone grigie” ma di “territorio turco illegalmente occupato dai greci”. È importante sottolineare che questa brillante scoperta non è di Erdoğan ma dell’opposizione kemalista che fa a gara con il Sultano su chi la spara più grossa.

Nelle ultime settimane il capo dei Lupi grigi, Devlet Bahçeli, vice presidente del governo, si è scagliato più volte contro l’Italia per aver ceduto il Dodecaneso alla Grecia e non al “legittimo proprietario” che è la Turchia. Prima di lui però era stato lo stesso Erdoğan a dichiarare esplicitamente che a lui il trattato di Losanna, con cui furono definiti i confini tra la Grecia e la Turchia, gli sta stretto. I suoi “confini del cuore”, ha spiegato, vanno dai Balcani fino all’Asia centrale, ai confini con lo Xingyang cinese.      

In ogni caso, l’Unclos prevede che in questi casi si faccia ricorso alla Corte Internazionale dell’Aja. Ma, come abbiamo anticipato, la Turchia non vuole la mediazione internazionale ma una soluzione bilaterale, ovviamente sotto la minaccia delle cannoniere turche. 

In effetti, Ankara ha più volte accusato Atene di non volere risolvere le “controversie” attraverso negoziati. È un accusa che nasconde il fatto che vi è grande divergenza sul contenuto delle improbabili trattative bilaterali o dell’eventuale ricorso all’Aja. Tutti i governi greci riconoscono che l’unica questione in sospeso riguarda la piattaforma continentale e la conseguente Zona economica esclusiva che deve essere definita tra i due paesi vicini. La Turchia invece vuole un negoziato su tutta la carne da lei messa al fuoco, perfino sulla questione della sovranità delle isole dell’Egeo. È evidente che non solo Atene ma nessun governo al mondo accetterebbe negoziati su questi argomenti.   

Turchia-Grecia. La posta in gioco ultima modifica: 2020-09-18T19:24:04+02:00 da DIMITRI DELIOLANES

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