Bielorussia. L’Europa, finalmente, si muove

scritto da ALBERTO GALIMBERTI
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A Minsk non conoscono tregua le oceaniche manifestazioni di protesta contro il regime, divampate all’indomani del voto (truccato) dello scorso 9 agosto, a dispetto della brutale repressione dispiegata da Alexander Lukashenko, ininterrottamente al potere da ventisei anni. L’ultimo dittatore d’Europa, “premiato” dall’ottanta per cento dei consensi, ha visto l’opposizione interna mobilitare larga parte dell’opinione pubblica e il parlamento europeo disconoscere l’esito delle elezioni presidenziali poiché “svolte in flagrante violazione degli standard richiesti”.

Bruxelles batte finalmente un colpo, chiedendo l’indizione di nuove elezioni sotto la supervisione internazionale e supportando i cittadini bielorussi nella battaglia condotta a favore della libertà e della democrazia, al di là di ogni timore e aspettativa.

La risoluzione adottata il 17 settembre conta infatti 574 sì, 37 no, 88 astensioni. L’intera compagine italiana di stanza in Europa, equivale a dire Partito democratico, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Fratelli d’Italia, ha espresso trasversalmente un voto favorevole al testo approvato, salvo la Lega Nord rifugiatasi nell’astensione.

Intanto la marcia verso la libertà del popolo bielorusso prosegue inesausta, per la sesta domenica consecutiva, nonostante la guida del movimento, un triunvirato al femminile, sia stata dispersa, per non dire “decapitata”.

Svetlana Thikhanovskaya, la candidata rivale (fermatesi al dieci per cento), moglie dell’influente blogger Sergei Tikhanovsky, in isolamento carcerario, aveva coraggiosamente raccolto dal marito il testimone della leadership.

Tuttavia, a urne chiuse, è stata prelevata e costretta a riparare a Vilnius, in apprensione per l’incolumità dei figli. 

Dalla capitale lituana, Thikhanovskaya tiene accesa la flebile speranza della rivoluzione, scandendo le tappe di una possibile transizione dalla dittatura alla democrazia:

Liberare i prigionieri politici, trascinare in tribunale i criminali dei reparti antisommossa, organizzare nuove, regolari elezioni. 

Finora, ha ricevuto la solidarietà delle principali cancellerie europee. Su tutte, merita una menzione, l’esplicita perorazione della causa bielorussa di Angela Merkel, al quarto mandato di cancelliere tedesco e da luglio alla guida della presidenza del Consiglio dell’Ue, il cui “cuore batte per i dimostranti”.

Sul versante politico e diplomatico italiano, si registra un tiepido attivismo, squarciato pubblicamente da un unico gesto degno di nota.

Laura Boldrini, già presidente della Camera, e la parlamentare del Pd Lia Quartapelle, si sono recate di persona in visita all’ambasciata italiana di Vilnius, per manifestare concretamente la vicinanza alla leader dell’opposizione.

A scrutinio concluso, Svetlana ha dovuto cercare protezione all’estero. Non è la sola.

Medesima sorte, la fuga in esilio forzato, è toccata alla seconda leader delle “fidanzate di Minsk”, Veronica Tsepkalo, altro volto noto della dissidenza, che ha raggiunto in Polonia il compagno Valery, ex-diplomatico inviso al despota bielorusso.

Mentre Maria Kolesnikova, l’ultima a capitolare, in data 7 settembre, è stata rapita in pieno giorno, sequestrata da un commando di agenti incappucciati, rimasta al centro per ore di una sparizione inquietante, infine arrestata al confine ucraino, in virtù della fasulla accusa, imbastita ad arte dal regime, “di tentato colpo di Stato”. 

La modalità del rapimento, nella sua metodica spietatezza, è tuttora reiterata nei confronti di molti civili: un van militare, le porte anteriori aperte, gli uomini dei servizi che letteralmente scaraventano all’interno manifestanti pacifici, scomparendo poi nel nulla.

L’agguato teso alla Kolesnikova è stato ripreso dal giornalista e deputato Filippo Sensi. Intervenendo in un emiciclo tristemente desolato e desolante, ancora semivuoto a ridosso della ripresa settembrina, ha detto:

La Bielorussia, a dispetto dell’attrazione di Mosca, è Europa. Lì, Maria Kolesnikova, in carcere, dopo aver rifiutato l’esilio forzato dal suo Paese, ha denunciato le parole usate dai sequestratori: “Mi hanno minacciata, dicendo che mi avrebbero portata fuori dal Paese viva o a pezzi”. A 133 km da Vilnius, 470 da Riga, 540 da Varsavia. Dove le manifestazioni pacifiche sono soffocate con la violenza, gli oppositori del regime costretti all’esilio o in carcere. “Viva o a pezzi”, Presidente, non è solo la minaccia destinata a questa donna. “Viva o a pezzi” è la dignità dell’Europa, che della questione bielorussa uscirà così: viva o a pezzi. “Viva”, se saprà far valere le ragioni della democrazia e della libertà. “A pezzi”, se sceglierà il silenzio, la paura, l’ignavia.

Svetlana, Veronica e Maria sono le icone di una rivoluzione ancora in fasce. 

I palesi brogli elettorali; le arbitrarie incarcerazioni degli oppositori politici, eseguite senza processo; le detenzioni illegali; le torture sui manifestanti; le vessazioni sui detenuti al fine di estorcere confessioni; la recrudescenza della violenza e il bavaglio ai media indipendenti; per tacere delle decine di vittime: hanno scatenato la prima, torrenziale manifestazione di piazza nella storia bielorussa.

Catene umane, punteggiate da molte donne vestite di bianco, e sconfinati cortei sono sfilati e continuano a sfilare per le strade di Minsk, tenendo testa a blindati e polizia al di là di qualsiasi timore. 

I manifestanti hanno scandito slogan contro il “tiranno” e inalberato il vessillo biancorosso, la bandiera della Bielorussia indipendente, prima che Lukashenko restaurasse quella sovietica rosso verde, peritandosi di espungere surrettiziamente croce e martello.

Le manifestazioni si sono arrestate solo a ridosso di cordoni di agenti e fili spinati stesi a difesa del Palazzo presidenziale, simulacro di un potere svuotato di legittimità e fondato sul terrore.

Eluse censura e propaganda, valicati i confini, corrono e rimbalzano sul web filmati, video e immagini eloquenti della rivoluzione in atto. 

Sono postati dai cittadini riversati lungo le arterie principali della capitale: riprese panoramiche dall’alto della fiumana umana piuttosto che squarci catturati nei vicoli.  

Isoliamo, tra i molti, lo scatto iconico del fotorepoter Yauhen Yerchak: ritrae il coraggio di un drappello di donne bielorusse, immortalate mentre sono “allacciate” in un cerchio umano compatto, cinto dall’assedio da parte di cinque uomini in divisa e a volto coperto. 

Quasi a ribadire che sono loro, le donne, le principali artifici della protesta. Una rivoluzione rosa, se fosse obbligatorio indicare un colore e ritagliare un titolo, sul modello del passato. 

Qualora, invece, si cercasse una valida fonte giornalistica sul campo, dalla quale attingere informazioni veritiere sull’evoluzione e i molteplici sviluppi della crisi in atto, allora si potrebbe seguire, via social, la reporter Hanna Liubakova.  

Dal canto suo, Lukashenko, irriducibile satrapo sovietico, alla testa dell’unica dittatura comunista sopravvissuta al crollo del Muro di Berlino e alla dissoluzione dell’Urss, disperando di perdere il trono, governa con il pugno di ferro.

Dalle colonne de il Foglio, agli albori della deflagrazione della protesta, Anna Zafesova, navigata “sovietologa” snocciolava, sferzante, consigli di lettura del Manuale del perfetto dittatore, demolendo la scombiccherata reazione di Lukashenko opposta alle prime avvisaglie di insurrezione popolare, rimarcandone gli errori più marchiani e suggerendo la meno ignominiosa delle uscite di scena, la ritirata:

Imprigionare la propria concorrente alle elezioni per farle registrare un video in cui legge con voce tremante un testo di resa da un foglietto, per poi buttarla fuori dal paese, senza nemmeno permetterle di cambiarsi. Oppure ammassare le centinaia di arrestati, con i parenti dei bastonati dall’altra parte del muro. Definire i dimostranti “disoccupati criminali”. Permettere ai poliziotti di aprire il fuoco contro le finestre delle case. Mostrare alla tv di Stato ragazzi con i volti tumefatti di botte spacciandoli per pericolosi sovversivi.

Lukashenko, tuttavia, è ben lungi dal rassegnarsi al tramonto: orchestra la regia della repressione, schiera l’esercito, sguinzaglia i servizi segreti. 

Calpesta i diritti umani. 

Manipola l’informazione di Stato, megafono della propaganda, fabbricatrice di menzogne.

Tuona minacce. 

Paventa la guerra civile. 

Incarcera la dissidenza. 

Imbavaglia la stampa internazionale.

Veste i panni militari.

Censura la verità. 

Evoca l’ingerenza del nemico “Occidentale”, agitando lo spettro dell’invasione armata, lo stridio dei cingolati dei carri armati al confine, in virtù di un sodalizio mai sopito con Putin.

Arresti di massa, imposizione della censura, proclamazione velata dello stato d’assedio: sgomenta la disinvoltura e la radicalità del suo dispotismo.

La campagna di arresti e purghe ha falcidiato i membri del neonato Consiglio di coordinamento dell’opposizione, eccettuata Svetlana Aleksievič, Nobel per la letteratura, che ha denunciato il clima di intimidazione fomentato dal regime.

Gli ambasciatori dell’Ue sono prontamente accorsi a recare il proprio sostegno, radunandosi intorno alla scrittrice, per un’altra foto destinata a rimanere scolpita nella memoria collettiva. Un gesto dall’elevato coefficiente emotivo e simbolico, a rimarcare come le parole siano lo scudo da apporre alle armi, la cultura la spada con cui vincere la violenza.

La battaglia campale in corso da oltre un mese svela la ferma volontà del popolo bielorusso di affrancarsi dalla dittatura, disarcionare il despota, rovesciare la tirannia, transitare alla democrazia: deviare la Storia, che no, non è finita. 

Le peripezie della libertà persistono rinnovate.

Parlamenti liberi, elezioni regolari, stampa indipendente, corti giudiziarie autonome, pluralismo partitico e culturale innervano la democrazia di stampo liberale che, in torto ai suoi feroci detrattori, continua a vivere e a irradiare emulazione tanto da giustificare la messa a repentaglio della vita o l’esilio, pur di vederla affermata.

Non per nulla, “la rivolta di Minsk”, ha asserito il filosofo e scrittore Bernard-Henry Lévy a metà fra la cronaca e il vaticinio, 

è l’ultima scossa di assestamento di quel terremoto che fu la caduta del Muro di Berlino. 

L’avvenire della Bielorussia è un’incognita, rimane appeso a un filo.

Far tacere le armi, archiviare una truce dittatura, avviare negoziati per fluire nell’alveo di una democrazia avanzata è un cammino impervio e irto di ostacoli.

Spingersi addirittura oltre, immaginando di ridisegnare la mappa dell’Europa, muovendo le pedine giuste sullo scacchiere internazionale potrebbe suonare utopistico come proposito, figurarsi come traguardo geopolitico. Eppure. Eppure la storia dell’umanità è prodiga e capace di “miracoli” analoghi. 

Libertà e democrazia, Stato di diritto e il riconoscimento della dignità di ogni vita umana sono il retaggio più prezioso della civiltà occidentale. 

Per staccare una felice intuizione dal sociologo e saggista Giuliano Da Empoli, presidente del think tank Volta, questi valori e questi ideali, cuciti nel tessuto di una narrazione collettiva, dovrebbero incarnare il soft power europeo, rivaleggiando con l’egemonia delle narrazioni nazional-populiste.

Sono più avvincenti, potenti, autentici rispetto a quest’ultime.

La comunità internazionale così come l’opinione pubblica tengano desti il pensiero e lo sguardo, evitando di calare il sipario su diritti e libertà.

Non scenda una coltre complice di oblio e silenzio.

Non ora, quando soffia il vento del cambiamento, riluce la speranza di un popolo impegnato a chiudere la pagina nera del passato e aprire quella bianca del futuro.

Una pagina tutta da scrivere, nel segno della verità e per mano dei senza potere, perché, come insegna l’insuperato Václav Havel,

tutti coloro che vivono nella menzogna ad ogni momento possono essere folgorati dalla forza della verità.

Bielorussia. L’Europa, finalmente, si muove ultima modifica: 2020-09-19T18:49:34+02:00 da ALBERTO GALIMBERTI

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