Brugnaro al capolinea

Mettiamo sotto la lente l’operato del sindaco di Venezia, in questi cinque anni, partendo da alcune delle promesse elettorali fatte nel 2015 quando, sconosciuto come politico ma conosciutissimo come abile imprenditore, è sceso in campo con una campagna elettorale imponente e costosissima.
scritto da ENZO BON
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Finire il lavoro incominciato cinque anni fa. È stato questo, come riportano oggi i quotidiani locali, il leitmotiv al termine della campagna elettorale 2020 del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, in corsa per il secondo mandato. Domenica e lunedì, oltre duecentocinquemila aventi diritto al voto, che abitano a Venezia, nelle isole, a Mestre, a Marghera, o nelle frazioni della terraferma veneziana, dovranno esprimersi valutando l’operato del primo cittadino uscente e dando a questa frase, pronunciata durante il comizio finale in Piazza Ferretto, il valore di una minaccia o di una promessa.

Domenica e lunedì dunque, nel segreto dell’urna, chi sarà convinto che il lavoro svolto da Brugnaro sia stato valido e che quindi debba essere finito, apporrà la croce sul suo nome; chi, al contrario, considera una iattura l’eventuale secondo mandato, troverà altri candidati verso i quali esprimere la sua preferenza. 

Al di là delle scelte personali degli elettori, tutte da rispettare, vorremmo analizzare brevemente, ma il più oggettivamente possibile, l’operato del sindaco di Venezia in questi cinque anni, partendo da alcune delle promesse elettorali fatte nel 2015 quando, sconosciuto come politico ma conosciutissimo come abile imprenditore, è sceso in campo con una campagna elettorale imponente e costosissima.

Partiamo dunque dalla residenzialità, piaga del Comune ma, soprattutto di Venezia, che negli ultimi anni ha pianto un calo di residenti da esodo biblico. Trentamila nuovi residenti: era questo il numero magico tirato fuori dal cilindro dell’allora candidato sindaco, che aveva promesso il ritorno alla grande anche di chi, obtorto collo, aveva deciso che nel territorio comunale non c’era più spazio per lui e la sua famiglia. I numeri reali, ahimè, danno un altro computo: in cinque anni, al 31 dicembre 2019 (su dati del Comune), i residenti erano 259.297, con un calo netto di oltre cinquemila unità dalla data di insediamento di Brugnaro.

Altro punto cruciale delle promesse elettorali: la sicurezza.

Uno dei primi impegni – si leggeva sul sito brugnarosindaco.it dell’epoca, perché adesso quelle pagine sono sparite e per trovarle bisogna ricercarle su archive.org – è stato quello di garantire la sicurezza in ogni parte della città e il decoro di piazze strade e giardini pubblici dove non si devono più vedere spacciatori, abusivi, mendicanti molesti, accattoni.

Non servono molti commenti: le cronache, anche di questi giorni, dimostrano il contrario, con negozi chiusi nel centro storico di Mestre e spacciatori che ormai hanno postazioni fisse, anche e soprattutto nei parchi pubblici. E non basta, purtroppo, il lavoro pur strenue fatto dalla Polizia locale, con i sequestri quasi quotidiani di droga o la grande enfasi per la nuova unità cinofila, che Brugnaro sembra apprezzare più degli agenti umani. L’aver azzerato anni di esperienze degli operatori di strada, che ogni notte, fin dal 1997, erano presenti sul territorio per dare aiuto effettivo ai consumatori di sostanze stupefacenti ma anche ai cittadini, puntando invece solo sulla repressione, ha innescato una amplificazione del fenomeno droga che è sotto gli occhi di tutti. Né basta armare il corpo della Polizia locale con mitragliette Skorpion, taser (ora vietati dal legislatore), quad, droni, telecamere intelligenti, smart control room e altre amenità del genere, che servono, crediamo, a mettere solo un po’ di fumo negli occhi dei cittadini, ma non a risolvere le criticità.

Nel luglio del 2015, pochi giorni dopo il suo insediamento, Brugnaro dava vita a un’altra delle sue promesse elettorali: la partecipazione. Dovevano essere delle assemblee pubbliche, fatte in diversi posti del vasto territorio comunale, che davano ai cittadini la possibilità di dialogare con il sindaco e la giunta, in una sorta di partecipazione democratica dal basso al fine di ottimizzare l’amministrazione della città. Di questi “tavoli di consultazione”, come vennero allora chiamati, ne furono fatti una ventina, o forse qualcuno in più. Poi il nulla, anzi: poiché le Municipalità davano segni di irrequietezza (erano infatti tutte, tranne una, politicamente avverse al sindaco), Brugnaro trovò utile, non potendo eliminarle “col napalm” in quanto organi eletti, azzerarne le deleghe, dando di fatto alle stesse solo compiti di mera rappresentatività, ma senza nessuna possibilità di decisione. Emblematico il Consiglio comunale del 25 febbraio 2016, (per vederlo, clicca qui) quando Brugnaro, dallo scranno più alto di Ca’ Farsetti, si scaglia contro uno dei presidenti additandolo come “antipatico, fasullo e falso, col sorriso sornione…” tra i sorrisini e i commenti divertiti della presidente del Consiglio e di vari assessori. È poi di questi giorni il pervicace mancato confronto del candidato sindaco Brugnaro con gli altri competitor, se non con uno, dando però come condizione che vi fosse solo lui e che il confronto fosse trasmesso da una televisione privata, anch’essa scelta da Brugnaro.

Era ed è un mantra, per il candidato sindaco Brugnaro, il bilancio comunale. Partiva, nel 2015, dicendo che aveva trovato ottocento milioni di debiti guardando “dentro i cassetti di Ca’ Farsetti”, che il Comune era pressoché prossimo al default e che non vi sarebbero stati neppure i soldi per pagare i dipendenti; ripete la stessa cosa anche oggi. Peccato che il primo cittadino dimenticasse e dimentichi che il bilancio che lui aveva in mano allora, era stato approvato dal commissario governativo Vittorio Zappalorto, integerrimo dirigente dello Stato e ora prefetto di Venezia, coadiuvato da quattro sub-commissari, e non da Orsoni; e che quindi non era opera del famigerato centrosinistra; e che inoltre il documento contabile era perfettamente a pareggio e in linea con il patto di stabilità, prevedendo peraltro delle entrate di benefici pubblici che questa amministrazione ha preferito posticipare ad anni successivi o addirittura annullare. E i famosi ottocento milioni di debito, sbandierati ad ogni intervista, erano mutui contratti dal Comune e dalla galassia delle sue società partecipate a fronte degli investimenti utili per il buon funzionamento dei servizi e per il rinnovo degli impianti. Mutui che, ovviamente, nel tempo si riducono, a prescindere dall’abilità del sindaco.

Per il turismo Brugnaro aveva nel 2015 grandi idee quali la regolazione dei flussi, gli eventi in bassa stagione, il turismo emozionale, il trasformare i turisti in “amici di Venezia”: tutto con lo scopo di rendere compatibile con la vita quotidiana dei cittadini la risorsa irrinunciabile e più importante della città. A distanza di cinque anni, sappiamo come è andata a finire: imbarazzanti tentativi di tornelli messi e tolti tanto per dare un po’ di visibilità alla cosa; invivibilità assoluta della città, massacrata da un turismo sempre più povero sia per censo che per cultura; costruzione di nuovi alberghi ovunque; nessun intervento sulla residenzialità, con conseguente costante perdita di abitanti soprattutto nella città antica. E per la cultura, della quale il sindaco ha mantenuto la delega, gli obiettivi erano, tra gli altri, la realizzazione di grandi eventi a livello mondiale per promuovere la manifattura industriale e artigianale della cultura locale; il mettere in rete un programma annuale di tutti gli eventi; l’offerta di spazi alle professioni creative che si muovono tra arte, innovazione, cultura e turismo; la creazione di un Hub-Lab di cultura e arte. Cosa è stato fatto? Fin qui le promesse elettorali. Al di là delle nostre conclusioni, ognuno giudichi in coscienza se e come sono state rispettate. 

Ci sono, poi, i temi irrisolti del sindaco di Venezia, ora candidato sindaco, Brugnaro: il potenziale conflitto di interessi, ora forse anestetizzato ma non risolto dal blind-trust di parte delle sue società: i Pili (con Porta di Venezia), la Scuola Grande della Misericordia, la scuola del vetro Abate Zanetti, per ricordarne alcune. E poi il carattere imprenditoriale e spigoloso, che non è certo incline alla mediazione quanto piuttosto alla decisione d’imperio se non allo scontro (e ne sanno qualcosa i dipendenti comunali). E infine il dipingersi quale candidato civico e sempre filogovernativo, fuori dagli schemi di partito “né di destra né di sinistra”, se non poi puntare al collegamento con liste marcatamente di destra: la Lega, che questa volta non sopporterà di essere messa da parte ma che pretenderà posti chiave in giunta e capacità decisionali ben maggiori di quelle che aveva nella passata consigliatura, dove era considerata a guisa di menestrello di corte; Fratelli d’Italia, con l’abbraccio mortale che tempo addietro Brugnaro sottoscrisse con la Meloni; Forza Italia, per quello che vi rimane di questo schieramento politico.

Decidere dunque se “finire il lavoro che ci rimane da fare”, come ha detto il candidato sindaco Brugnaro ieri sia una minaccia o una promessa, spetta agli elettori del Comune di Venezia, ai quali, sottolineando l’importanza fondamentale di partecipare alla consultazione elettorale, auguriamo buon voto.


Servizio fotografico di Andrea Merola

Brugnaro al capolinea ultima modifica: 2020-09-19T18:10:17+02:00 da ENZO BON

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