Amos Luzzatto. Il bene comune

Uno dei maggiori esponenti dell’ebraismo italiano. Non è più con noi. È stato un maestro, una guida, un politico e soprattutto un intellettuale, di sinistra, un uomo del pensiero a tutto tondo.
scritto da PAOLO NAVARRO DINA
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Sono giorni tristi. È il periodo tra il Capodanno ebraico, Rosh ha Shanà, e il Digiuno dell’espiazione, Yom Kippur che gli ebrei chiamano i dieci giorni penitenziali. Un periodo di sobrietà, di preghiera, di raccoglimento e di studio che riassume, giorno dopo giorno, ora dopo ora, il percorso della vita. Di ogni vita. Da poco Amos Luzzatto, uno dei maggiori esponenti dell’ebraismo italiano non è più con noi. È stato un maestro, una guida, un politico e soprattutto un intellettuale, di sinistra, un uomo del pensiero a tutto tondo. In questi giorni ho avuto l’occasione di avere tra le mani una preziosa quanto singolare fotografia. In questa immagine Amos si trattiene a chiacchierare in un locale della Chiesa luterana di Venezia insieme all’allora cardinale Marco Cè e al pastore luterano Fridjof Roch.

In un locale della Chiesa luterana di Venezia, Amos Luzzatto con l’allora cardinale Marco Cè e il pastore Fridjof Roch

Un’immagine semplice, discreta, presa da distante per non interrompere quell’attimo fuggente, ma che appare solenne e semplice. Amos Luzzatto, con una mano aperta verso il basso, in un gesto per lui usuale nel momento di una spiegazione, dall’altra Marco Cè lì vicino con il sorriso appena accennato. Con tutto il corpo proteso nell’ascolto di Amos. È una foto, una delle tante, che hanno contraddistinto la vita di Amos Luzzatto: la volontà di dialogare, di costruire ponti, di lottare e di polemizzare contro tutti quelli che negavano un’evidenza. Lui voleva e si ostinava a costruire il bene comune. Voleva creare con le basi di una sana cultura e di una identità forte un percorso comune, capace di lanciare segnali di convivenza, di reciproco rispetto e in sostanza di libertà.

Questa foto è solo un momento, un “attimo” nel lungo cammino compiuto da Amos Luzzatto nel corso della sua vita. È uno dei suoi “percorsi”, perché ogni identità ha molte sfaccettature. Non voglio dilungarmi sulla sua biografia che, al momento della sua scomparsa, è stata ampiamente raccontata. Pur essendo nato a Roma nel 1928, Amos è stato un “cittadino del mondo”. Prima Palestina, sotto il mandato britannico, poi il ritorno in Italia, la scelta di vivere a Venezia dove trova amore e lavoro, qui fa crescere i suoi figli, poi in giro per la Penisola, soprattutto ad Asti, per poi tornare a Venezia.

Una vita piena, ricca di soddisfazioni, di sconfitte, di impegno politico (con il Psiup, poi con il Pci), sempre legato alla sinistra, ma sempre rigorosamente attento a mantenere l’equilibrio, in bilico (ed è stata la sua maggiore bravura) tra l’impegno politico e sociale e quello della religione intesa come continua ricerca, fede, stimolo, rinascita spirituale, consapevolezza e capacità, lontano da ogni tipo di formalismo e di fondamentalismo. E se da un lato l’impegno del dialogo è sempre servito a favorire il contatto, a mettersi in relazione con il prossimo – basti pensare ai numerosi incontri sull’ecumenismo in Italia, alle frequentazioni nel monastero di Camaldoli, culla del dialogo reciproco, e all’estero in Israele o nella Mitteleuropa alla quale era intimamente legato – Luzzatto si è profondamente battuto, non solo nel mondo ebraico, affinché non prevalessero forme di intolleranza.

I funerali di Amos Luzzatto, nel campo del Ghetto, 10 settembre 2020

Amos è stato così un grande tessitore di rapporti, collettore di idee e soprattutto un uomo capace di sviluppare emozioni. E tra le tante cose rimaste un po’ sottotraccia, vorrei ricordare la nascita di un circolo culturale ebraico (e non solo) attivo sul finire degli anni Ottanta a Venezia che vide Amos tra i maggiori ispiratori. Un sodalizio che, con la sua benevolenza e la volontà di dare un messaggio chiaro aveva deciso – insieme a molti altri – di chiamare “Gruppo Achad Ha-am”, dove le parole ebraiche stanno a indicare “uno del popolo”, idealmente legato allo pseudonimo scelto da Asher Ginsberg, un fine letterato e saggista ebreo di metà Ottocento, teorico del cosiddetto “sionismo spirituale” che criticava da un lato l’assorbimento dell’ebraismo nella cultura occidentale, dall’altro il sionismo politico di Theodor Herzl.

Il sionismo di Achad Ha-Am, insomma, era tutto nella volontà di far risorgere la vita culturale ebraica e di farla fiorire. Ed è qui che s’innesta, si consolida, si sviluppa non solo l’azione intrapresa da questo circolo culturale veneziano fin dalla fine degli anni Ottanta, che ha riunito e riunisce ebrei e non ebrei, ma si fortifica e trova ulteriori conferme il pensiero di Amos Luzzatto.

L’intento non fu solo quello di studiare, di analizzare le sfaccettature di un ebraismo in dinamica relazione con la realtà circostante, ma anche di avere consapevolezza del proprio ruolo nella società rafforzando la cultura e l’identità ebraica nella Diaspora e nei rapporti con Israele. Il concetto era semplice, ma impegnativo: consolidare la propria cultura personale e di gruppo per essere in grado di reggere il confronto: nell’ecumenismo, nella politica e nella ricerca di un rapporto illuminato con la società. Insomma, un modo per costruire e costruirsi anche per legittima difesa. Da tutti: dai supponenti, dai contestatori, dai modernizzatori, dai detrattori e financo dagli amici.

L’esperienza del Circolo Achad Ha-am di Venezia fu questo: il tentativo di invitare tutti a studiare, di avvicinarsi all’ebraismo per chi ne era lontano o estraneo. Un modo per raccontare se stessi, in gruppo o singolarmente partendo dall’esegesi dei testi, nel tentativo di riannodare i fili con il passato; nella sfida poi rivelatasi piena di ostacoli (e in qualche caso anche tristemente fallita) di puntare ad un dialogo con quella sinistra, fin troppo spesso schierata contro Israele e in fin dei conti contro gli ebrei. Furono battaglie epiche in anni difficili (non che adesso siano migliori intendiamoci) ma da allora – anche grazie a Amos Luzzatto – sono stati fatti passi da gigante nel rapporto tra ebrei, Israele e sinistra. O almeno centrosinistra. E proprio questo “bilanciamento”, questa sobrietà tra studio e ricerca, tra politica e azione, ha permesso ad Amos Luzzatto di essere il presidente capace di portare un ex fascista come Gianfranco Fini in Israele. Non è servita esclusivamente la politica (certo non sono così ingenuo da non capirlo) ma solo il bagaglio culturale, la capacità intellettuale di Amos Luzzatto (anche di fronte alle perplessità del mondo ebraico), hanno permesso un atto come quello di Gianfranco Fini a Yad Vashem. E non deve essere stato facile per lui. Quanto deve essere stata sofferta ogni decisione! 

Ma il destino – lui ebreo di sinistra – ha giocato per lui: accompagnare l’allora esponente più importante della destra italiana a fare il grande passo di mettere piede in Israele, condurlo a Yad Vashem, testimonianza di “ciò che è stato”. E come non ricordare che fu proprio il circolo Achad Ha-am a presentare a Venezia un giovane e allora promettente scrittore israeliano alla sua opera prima. Quell’intellettuale era David Grossman che da poco aveva pubblicato Vedi alla voce, amore, ma che allora come oggi, anche toccato poi da un profondo lutto personale, era impegnato sul fronte della pace tra israeliani e mondo arabo.

Quell’occasione, aperta alla città, fu un successo di pubblico incredibile e ricordo ancora come Amos fosse felice come un ragazzino per i consensi ricevuti e per il tentativo andato a buon fine di sottolineare come ci fosse un’altra Israele e un altro ebraismo capace di dialogare nella pace e per la pace. Una linea che lui mantenne lasciando sempre aperto un canale di contatto con tutti coloro che, sulle questioni mediorientali e sulla vicenda israelo-palestinese intendessero ragionare senza preconcetti e preclusioni di sorta.

Insomma, Amos Luzzatto era capace di atti coraggiosi, capace di stringere la mano anche a chi la pensava (e fortemente) diversamente da lui. Ma con fierezza, fermo nelle sue posizioni. Tutto ciò è stata la sua saggezza, ma anche la sua solitudine.

E per chiudere mi è tornato in mano in questi giorni un prezioso libretto scritto da Amos Luzzatto nel 2008 dal titolo Libertà edito dalla Editrice Missionaria Italiana (ma guarda un po’ a proposito di dialogo…) nel quale l’autore dice:

Lo Stato di Israele che è determinante per la conservazione e il potenziamento della cultura e della consapevolezza ebraica anche fuori dal suoi confini, anche in Italia, non è nella maggioranza dei suoi cittadini uno “Stato occidentale”, ma un Paese nel quale la componente orientale sta prevalendo e soprattutto un Paese che deve vedere il proprio futuro all’interno del Medio Oriente pacificato, progredito e liberaldemocratico. La guerra prolungata con i suoi vicini deve essere considerata, malgrado le sue dimensioni temporali, come una sfortunata contingenza, non come una vocazione permanente.

Parole a dir poco profetiche. Basti pensare agli ultimi accordi di pace tra Israele, Bahrein e Emirati Arabi. In prospettiva, nel segno di Amos Luzzatto c’è da augurarsi che la parola “shalom” trovi altre sponde, altri alfieri e altri saggi. Come Amos Luzzatto.

Amos Luzzatto. Il bene comune ultima modifica: 2020-09-22T21:04:30+02:00 da PAOLO NAVARRO DINA

1 commento

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Rose Hyland 23 Settembre 2020 a 7:28

Grazie a Paolo Navarro Dina per uno scritto che stringe il cuore per allargarlo verso l’infinito…

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