La Venezia di Brugnaro. Confessioni (e proposte) di un foresto

Il sindaco rieletto ha paura dei veneziani, soprattutto dei foresti-veneziani, quelli che ancora s’incontrano come dei partigiani, che accorrono in caso di continue emergenze ambientali e sociali, che stanno col fiato sul collo all'amministrazione, che organizzano eventi culturali internazionali.
scritto da MICHELE SAVORGNANO
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Mi trovo nella particolare condizione di veneziano-foresto-campagnolo, situazione scomoda in questo particolare momento. Vale la pena che io spenda qualche riga per descrivere la mia personale storia, perché mi dà la possibilità di fare luce su alcune tematiche che reputo fondamentali per comprendere la schizofrenia del momento.

Ho diverse cose in comune con il nostro attuale sindaco, mio padre era un friulano emigrato a Spinea (paese del nostro sindaco) e lavorava come suo padre alla Montedison (e in fabbrica ci è morto, a trent’anni, dopo dieci anni a respirare sostanze tossiche). All’età di due anni mia madre mi ha riportato in Friuli, e ho passato tutta la mia infanzia e adolescenza nella Bassa Friulana, in quella che mia nonna materna chiamava “le tò int, il tuo popolo”; sono quindi un friulano che ha deciso spontaneamente di venire a studiare a Venezia e poi fermarsi per tutta la sua maturità, costruendosi una famiglia, una professione, una rete di amicizie.

Venezia non è una città facile, non vieni accolto con facilità, per tutta la vita rimarrai foresto (e nel mio caso anche campagnolo) ma automaticamente i tuoi figli, per “ius soli” saranno accettati come veneziani; sta a te diventare veneziano, lottare per farti accettare, stringere relazione forte con tutti gli altri foresti che hanno deciso come te di vivere e amare Venezia e piano piano entrare in quella rete ibrida di veneziani-foresti e autoctoni-aperti che formano la comunità resistente della Venezia d’acqua. È una comunità che dialoga con il mondo, che s’arricchisce anno dopo anno di nuovi arrivi sorprendenti, che portano nuova linfa a un luogo ricchissimo di associazioni e di occasioni.

È una comunità che ricalca la storia di questa città assurda, costruita su pali che stanno marcendo e con un destino segnato dall’innalzamento degli oceani, che guarda a un passato di dalmati, ebrei, greci, armeni, furlani, bergamaschi, ciprioti, tedeschi, cadorini e a un futuro di francesi, senegalesi, bengalesi, cinesi, americani, inglesi, giapponesi, marocchini in una lista infinita di gente che si muove e che ha in comune la voglia di vivere in una città aperta, libera da conflitti.

Al momento questa comunità si sente aggredita, in pericolo, grida il suo messaggio al mondo, c’è qualcosa che per la prima volta in duemila anni di storia rischia di farla scomparire nella sua idea stessa di città, aperta, ospitale, multietnica.

I veneti hanno deciso che Venezia è e sarà la loro capitale. Per spiegare questo serve però analizzare il fenomeno Brugnaro, senza affrontare il fenomeno Zaia (ben più complesso ma comunque collegato).

Brugnaro racchiude in sé quello che è accaduto in Italia (e in molte parti del mondo) negli ultimi trent’anni; negli anni novanta la politica si libera dalle ideologie e sale al potere l’imprenditore di successo, che si porta dietro il leaderismo, il successismo, il ricchismo, il paraculismo, il menefreghismo e tutti gli altri ismi nefasti possibili.

In un’epoca come quella attuale, dove la paura è il leitmotiv, serve un leader rassicurante

mi occupo io di voi, vi do lavoro, sport, divertimento, tutto quello che vi serve, lasciate che dell’amministrazione del territorio mi occupi io, ho buoni amici fidati, imprenditori veneti capaci, li conosco tutti, sono io che fornisco loro la manodopera che manda avanti le loro aziende.

Ed è proprio questo il nocciolo della questione, se la politica non fa più politica, l’economia la sostituisce, la scalza completamente. L’imprenditore entra in campo e con grandi mezzi comunica che lui è la soluzione, perché lui crea lavoro e gli altri parlano e parlano ma non prendono la scopa in mano per fare le pulizie di casa. E come dargli torto? È la pura e semplice verità.

La sinistra italiana (ma questo si può riportare al resto del pianeta) non è in grado di proporre un’economia alternativa a quella attuale, di mercato, turbocapitalista, sfruttatrice della natura, e di conseguenza non può nemmeno immaginare una politica diversa, se non attraverso piccoli interventi che mitigano una competizione selvaggia che esclude ed emargina chi non ce la fa.

Ma esiste una soluzione?

In Italia non potrà cambiare nulla se il principale partito democratico non ammette la sua progressiva collusione con un imprenditoria tossica, delle grandi opere, dello sfruttamento selvaggio, della competizione. E lo stesso vale per la politica locale.

Cosa si può veramente fare?

Chi la pensa diversamente non agisce diversamente, non lo riesce a fare perché è incastrato in un sistema talmente forte che non gli lascia scampo, io stesso, che mi considero un “lavoratore interstiziale” mi ritrovo spesso a dormire male per tasse, bollette, impegni stressanti.

È possibile svincolarsi da questo sistema?

Non credo del tutto (anche se ho visto dei sadhu dormire in una grotta a cinquemila metri) ma possiamo alleggerire il nostro fardello, iniziando un percorso “a piedi nudi sulla terra”.

Come si può intervenire? Qual è la via d’uscita?

Non esiste una sola via ma potremmo prendere come modello una semplice operazione: 1+1 non fa 2. L’energia che scaturisce dall’incontro di più persone è di gran lunga superiore a quella di tanti singoli isolati. Questo sistema capitalista e verticistico, il suo obiettivo è isolare le persone, non farle incontrare, non farle discutere e pensare ad una soluzione diversa. Qui di seguito cercherò di immaginare una possibile strategia vincente, che parte dall’economia per passare ad una politica attiva e produttiva.

Brugnaro ha paura dei veneziani, soprattutto dei foresti-veneziani, quelli che ancora s’incontrano come dei partigiani, che accorrono in caso di continue emergenze ambientali e sociali, che stanno col fiato sul collo all’amministrazione, che organizzano eventi culturali internazionali, che mantengono fili indissolubili con la stampa internazionale, che tengono accesi i fari su una città e una laguna che altrimenti sarebbero ormai perdute.

Perché Brugnaro ha paura di Venezia, o meglio, della sua comunità?

Essendo i veneziani da secoli un melting pot non si riconoscono in quanto popolo ma in quanto cittadini (liberi a prescindere da colore di pelle, sesso o ceto sociale), in sostanza non hanno PAURA della diversità proprio perché la diversità è stata la linfa che ha tenuto in vita la città stessa nel tempo.

Brugnaro teme la comunità veneziana proprio perché fa leva sulle paure della gente, sottolinea le differenze fra “grebani campagnoli” e “veneziani snob” (che comunque esistono in abbondanza e spesso votano Brugnaro). Il Veneto, la Lega, i movimenti indipendentisti hanno fatto di questa paura della diversità la leva per chiudere con l’altro, trovando pretesti e simboli proprio in quella religione cristiana che Ivan Illich con l’esempio della parabola del buon samaritano descrive come il primo esempio di accettazione e riconoscimento dell’altro in quanto essere umano e non come appartenente ad una tribù.

Come arginare la minaccia e passare al contrattacco?

C’è solo un modo per combattere il virus di un’economia malata, iniettare i giusti anticorpi.

Tra questi foresti-veneziani e autoctoni-aperti ci sono le risorse umane per voltare pagina, ma bisogna unire le forze e stendere un progetto di comunità dal basso che cambia la città, senza il bisogno di questa amministrazione ottusa e prevaricatrice.

È necessario che tutti i piccoli e grandi progetti di chi ha voglia di fare confluiscano in un unico contenitore, che i soggetti che vogliono fare “altraeconomia” si trovino insieme, per progettare e per poi proporre i progetti finanziabili agli stessi cittadini (locali e internazionali), piccoli progetti che creano occupazione sana, che sviluppano percorsi virtuosi, circolari, dove i lavoratori si sentono tutelati da un’organizzazione più grande, che racchiude tutti, che toglie quella paura che è entrata dentro tutti noi e che se non stiamo attenti ci farà morire in qualche letto di ospedale, senza un parente che ci venga a salutare nel nostro ultimo viaggio. Tutti quei nuovi lavoratori (anche quelli della Terraferma) non voteranno più per Brugnaro, perché si sentiranno parte di una comunità in movimento e non di una grande azienda piramidale.

I veneti vogliono Venezia in quanto simbolo ma non si rendono conto che avere una Venezia autonoma, libera, laboratorio di pratiche sociali, culturali ed economiche è fondamentale per quella rigenerazione della società che ha avuto il suo massimo splendore nella fase pre-industriale.

servizio fotografico di Andrea Merola

La Venezia di Brugnaro. Confessioni (e proposte) di un foresto ultima modifica: 2020-09-25T19:33:47+02:00 da MICHELE SAVORGNANO

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