Giuseppe De Nittis. I colori di un grande pittore europeo

Le scelte compiute per il nuovo allestimento del Museo De Nittis a Barletta.
scritto da RENATO MIRACCO
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Nomino come mia legataria universale la signorina Maria Prelat Nandot, domiciliata momentaneamente presso di me in via Descombes 3 Parigi. Tutto ciò che vi sarà: immobili, mobili, gioielli, biancheria, libri etc e il poco denaro contante a suo carico di dare al Municipio di Barletta, Italia (…) pregandoli di distribuire nei Musei d’Italia, e anche all’estero, per la migliore gloria del loro compatriota, eccettuata la Francia (…) Conto sul loro onore e il loro patriottismo per curare la fama del loro compatriota mettendo (…) la espressa condizione che niente sarà giammai venduto, né con vendita all’asta, né altrimenti.

Comincia cosi il testamento di Leóntine Lucile Gruvelle vedova De Nittis, redatto nove mesi prima della sua morte avvenuta il 13 agosto 1913. Il testamento fu aperto il 10 settembre dello stesso anno, ed esprime la volontà della moglie del pittore di lasciare le opere alla città natale di Giuseppe, Barletta. La notizia della donazione giunse inaspettata presso la locale Amministrazione, che fece appello all’ambasciata a Parigi per i primi atti burocratici in vista del trasferimento delle opere, momentaneamente poste in deposito.

Per eseguire un primo inventario, nel febbraio 1914 fu inviato, su incarico del Comune di Barletta, il pittore Giuseppe Gabbiani cui fu chiesto di occuparsi delle spedizione. Nel marzo 1914 il commissario prefettizio De Bonis tempestivamente dichiara che “La donazione è patrimonio del Comune di Barletta”. E il sindaco Cafiero, per dissipare qualsivoglia dubbio circa la dispersione della collezione, rispose:

Vi è la più tenace opposizione a che il Comune si privi di una sola e qualsiasi delle pregiate opere d’arte del nostro De Nittis.

All’arrivo delle opere la sistemazione non è delle migliori: fu ospitata in un salone attiguo ai locali della biblioteca comunale.

Negli anni Novanta la collezione, dopo innumerevoli spostamenti, fu allestita nel Castello di Barletta, ma contemporaneamente iniziarono i lavori di restauro a Palazzo della Marra dove, finalmente, nel 2006 le opere trovarono una collocazione definitiva.

Ho “incontrato” il pittore Giuseppe De Nittis più di 17 anni fa in una giornata molto tempestosa con un cielo alla De Nittis. Fui invitato a Barletta per vedere (o meglio rivedere) la collezione nelle sale del Castello. Era il 2003.

L’occasione si era presentata perché si era aperta la possibilità di una mostra, su mio progetto, a Roma al Chiostro del Bramante.

L’idea iniziale era di focalizzarmi su alcuni autori poco noti ma che avevano avuto, all’epoca, un’alta rilevanza nella storia moderna dell’arte europea.

Fui lasciato solo nel Castello aggirandomi per circa tre ore in quelle sale. Volevo che i quadri stessi mi parlassero, mi raccontassero la loro storia… Non avevo alcuna idea preconcetta: volevo che le opere mi raccontassero dell’artista che le aveva create.

La mostra al Chiostro del Bramante del 2004 fu visitatissima (un milione circa di visitatori), facendo anche rientrare, con l’aiuto del ministero degli Esteri, alcune opere che mancavano dalla scena europea dal 1872, come il famoso quadro La strada tra Napoli e Brindisi ora nel Museo di Indianapolis (che strane strade prendono i quadri!).

Molta acqua sotto i ponti intanto: mostra su Burri, Fontana, Manzoni alla Tate Modern, mostra di Giorgio Morandi al Met e ancora altre mostre… ma De Nittis era sempre lì, spesso citato in molti dei miei scritti.

Nel 2019 fui invitato dal sindaco di Barletta Cosimo Damiano Cannito affinché potessi studiare la donazione. Un incontro utile in quanto propedeutico alla mostra che stavo progettando alla Phillips Collection di Washington su Edmond Manet, Edgar Degas, Gustave Caillebotte e Giuseppe De Nittis: una profonda amicizia tra artisti di fine Ottocento.

Nel maggio 2020, in pieno lockdown, mi è, inaspettatamente, arrivato l’incarico per il nuovo allestimento della donazione sui due piani di Palazzo della Marra.

La straordinaria collezione di opere di Giuseppe De Nittis, frutto del generosissimo gesto della moglie Lucile Gruvelle Léontine – cosi audace nel panorama italiano dell’epoca – raccolte nel prestigioso Palazzo della Marra costituiscono, nel loro insieme, uno straordinario Museo di Identità.

Identità del territorio, con le sue realtà e memorie locali, ma anche identitario di un preciso momento di rinnovamento delle arti in Italia e in Europa, essendone Giuseppe De Nittis prezioso e rivelatore protagonista.

La Donazione dei quadri di De Nittis consta di 139 dipinti, 54 opere grafiche e 154 libri con dediche, che documentano le varie fasi della produzione artistica del pittore barlettano, il suo talento per la sperimentazione, nonché la sua amicizia e una condivisa ricerca con alcuni dei più importanti artisti della seconda metà dell’Ottocento in Europa.

Tra i capolavori presenti nella Donazione annoveriamo: Giornata Invernale, Colazione in Giardino, l’Autoritratto, Il Salotto della Principessa Mathilde, Figura di Donna, quadri che gelosamente Léontine mantenne per sé, oltre che a interi nuclei di opere e di studi relativi alle Corse dei cavalli, all’Influenza giapponese, ai Ritratti di donne Corse d Cavalliall’Influenza Giapponese, (quasi sempre Léontine, gelosa che lui avesse altre modelle).

Ma va considerato che ciò che è stato donato a Barletta è solo una parte della grande collezione della coppia.

Sin dal 1872 circa De Nittis, consigliato e spinto dall’amico e grande pittore Gustave Caillebotte, comincia a collezionare opere di artisti a lui contemporanei appartenenti all’innovatrice schiera degli Impressionisti. Alla collezione di opere figurative si aggiunse anche la collezione di arte giapponese, che comprendeva circa 47 vasi di cui 33 di bronzo, quattro sculture, dodici pannelli, un grande mobile laccato nero, 23 kakemono nonché una opera di Watanabe Seitei.

Dopo la morte di Giuseppe Leóntine gravata anche da un pesante debito contratto per l’acquisto e la ristrutturazione della nuova casa, che lei aveva, per prima, voluta ricca di soluzioni e dettagli, fu redatto un inventario assai minuzioso, con relative stime, di ogni singolo oggetto presente, e questo nella speranza di venderne il maggior numero. Di seguito solo un parziale elenco:

oltre ai grandi pastelli del De Nittis medesimo e a un certo numero di piccoli studi napoletani parigini e londinesi da lui colti direttamente dal vero, quattro paesaggi fra i più delicati e luminosi di Claude Monet (ora al Musée d’Orsay, Parigi), due eleganti figure muliebri di Berthe Morisot (ora sempre al Musée d’Orsay, una tempera di Edgar Degas ed un magnifico abbozzo di Camille Corot. A essi s’accompagnavano ceramiche, lacche, bronzi, stoffe ricamate dell’Estremo Oriente, che il De Nittis seppe, quasi in pari tempo del Goncourt, apprezzare nel suo giusto valore, mentre in Europa quasi nessuno osava prenderle esteticamente sul serio.

La collezione comprendeva anche i famosi Le dindons (I tacchini) del 1877 ancora di Monet (oggi sempre al d’Orsay), il dipinto di Theodore Rousseau, Paesaggio, e altre incisioni di autori dell’epoca come Edgar Degas, Marcellin Desdoutin, Ludovic-Napoleon Lepic.

Per sopravvivere, cercando sempre di lasciare intatto il nucleo delle opere del marito, Léontine fu costretta a vendere gran parte delle opere degli Impressionisti, chiedendo anche prestiti agli amici fidati. Solo pochissimi le resteranno accanto fino alla fine, principalmente Alexandre Dumas figlio, che l’aiutò con sincera amicizia.

Avuto l’incarico, la prima domanda, che mi sono posto, e’stata quale doveva essere il senso di un nuovo allestimento e quali le linee guida.

Mi sono ricordato di un vecchio libro di Alma Wittlin che trovo sempre illuminante, Museums: In Search of a Usable Future, dove dice:

I musei non sono fine a se stessi, ma un mezzo al servizio dell’umanità.

Compito di un museo è di “parlare” al pubblico dei visitatori, dando loro consapevolezza di ciò che stanno osservando, e per farlo non è sufficiente un’esposizione di oggetti ben illuminati e corredati di didascalie.

Sono, infatti, convinto che il visitatore debba acquisire con l’esposizione un vero racconto visivo e verbale, tale da creare un ponte tra l’artista, l’opera e il suo fruitore.

Di qui la mia scelta innanzitutto di arricchire il percorso con passi tratti da Notes e Souvenirs di De Nittis, una sorta di diario, e con in più commenti di critici dell’epoca.

Ma come evidenziare i quadri? Minimalista con fondo bianco? Fondo nero? O che altro colore?

Sono un fautore del colore, ma non volevo arbitrariamente usarlo. I colori che ho scelto per ogni sala sono presi dalla palette che il pittore usa nei quadri esposti in quella specifica sala.

Tutto si giustifica e si comprende dall’aver analizzato lo spettro usato dal pittore e con lo scegliere il colore che più si adattava all’insieme della sezione.

Quindi non un unico colore, ma vari colori nelle diverse sale e che si accordano tra di loro e con le opere esposte.

C’era, poi, da decidere su come presentare questo materiale.

Al dunque una suddivisione in sezioni, non cronologiche ma tematiche.

Sin dalla mia esperienza alla Tate Modern di Londra, dove sono stato Guest Curator, credo in un approccio emotivo all’esposizione: le giovani generazioni cosi addicted all’immagine devono essere attratte per entrare in Museo.

Quindi ho diviso in 17 sezioni la grande collezione.

Studiando gli archivi e i documenti della Donazione ho poi avuto una felice sorpresa: la titolazione delle opere.

Il titolo è, genericamente, dato dall’artista o dalle esposizioni dove è stato esposto il quadro. Ma qui abbiamo, per la stragrande maggioranza dei dipinti, due o tre titolazioni: alcuni dati dallo stesso pittore, altri dalla moglie, allorché cominciò a inventariare lo studio del marito quando questi era ancora in vita.

Molti titoli sono stati davvero illuminanti per l’inserimento del dipinto in una particolare sezione.

Ma sentivo il bisogno di allargare la visione che abbiamo di De Nittis e di contestualizzare la sua ricerca e il suo lavoro. Da dove veniva, chi aveva conosciuto, quali erano i suoi punti di riferimento? Giuseppe De Nittis era un artista cacciato dall’Accademia di Napoli e che era “fuggito” dall’Italia decidendo di stabilirsi tra Parigi e Londra. C’era l’esigenza di far capire che De Nittis non era solo un pittore italiano, di metà Ottocento, amico di Palizzi, e che saltuariamente andava a Parigi, come altri suoi colleghi, bensì era uno che aveva deciso di stabilirsi e vivere lì definitivamente. De Nittis giunge a Parigi nel luglio 1867.

Io amo la Francia appassionatamente e disinteressatamente, più di ogni qualsiasi francese. […] Fu la Francia che da principio mi incoraggiò e che ha fatto la mia formazione… Qui v’è progresso; e questo popolo n’è fanatico […]. Ama il primato, ma con sacrifizio. V’è lavoro e ricompensa,

scrive negli anni a seguire.

Ricordiamo solo, brevemente, che Parigi con le Esposizioni Universali e i Salons attirarono sin dalla Prima Esposizione del 1855 centinaia di migliaia di persone che non chiedevano altro che di commentare, identificarsi, screditare, inneggiare ai pittori esposti. Da quel momento il viaggio a Parigi diventa per un artista obbligatorio perché i Salons sono l’occasione importante per farsi conoscere, confrontarsi e incontrare mercanti internazionali come Adolphe Goupil (che fu tra i primi mercanti del pittore barlettano), e che annovera più di cento artisti italiani nelle sue fila. Nella parete dell’ingresso, prima ancora di entrare a vedere le sezioni, ho scelto di porre ottanta foto che raffigurano l’entourage della coppia Giuseppe e Leontine De Nittis: ottanta personalità che erano costantemente in contatto con loro e che costituivano il substrato culturale, il loro riferimento sociale e culturale nella capitale parigina e nei lunghi soggiorni londinesi.

La coppia amava ricevere, e i loro sabati erano un vero e proprio appuntamento mondano da non perdere. Nel gennaio del 1880 si erano trasferiti dal villino in Avenue Ulrich, divenuto troppo piccolo anche per contenere la loro collezione d’arte, nella nuova casa in Rue Viète, in un quartiere residenziale nei pressi dell’Avenue de Villiers.

In inverno, il sabato, riuniva i suoi amici nella sua residenza in Rue Viète. Quei giorni, compariva sulla soglia della porta, le maniche rimboccate, e salutava i visitatori con questa frase: “Non vi do la mano, vi sto preparando un piatto. E attorno alla tavola non c’erano che gioia e buon umore” (“Les petites nouvelles”, 1884).

Questa è la casa di un parigino vero, di quei parigini che vengono battezzati magari a Barletta,

aveva dichiarato Diego Martelli pochi anni prima ricordando le famose serate.

La casa era stata costruita totalmente ex novo e la coppia aveva fatto aggiungere, alla palazzina di tre piani, due ateliers, di cui uno totalmente a vetri, per poter avere l’idea di dipingere en plein air. Amavano far sentire i loro ospiti a proprio agio e avevano decorato la loro casa per essere vista, ammirata e goduta: nel loro salotto ci s’imbatteva, tra gli altri, nella principessa Mathilde Bonaparte, Émile Zola, Édouard Manet, Edgar Degas, Oscar Wilde, il conte e la contessa Primoli, James Tissot, Gustave Doré, Alexandre Dumas figlio e gli italiani Diego Martelli, Telemaco Signorini, Serafino De Tivoli.

Una pallida idea di come il villino fosse arredato l’abbiamo dallo scorcio che vediamo nel famoso Autoritratto datato 1884. Come detto, Giuseppe e Leóntine De Nittis erano in contatto con il mondo culturale e mondano dalla Parigi dell’epoca. Ma tra i loro principali punti di riferimento vanno annoverati sicuramente Edmond Manet, Edgar Degas e Gustave Caillebotte. Per tutti e tre l’intesa artistica, trasformata in profonda amicizia, è testimoniata da lettere, da opere che prendono vicendevolmente spunto, nonché da comuni ricerche stilistiche. Per Manet basti solo ricordare che nell’estate del 1870 le due famiglie passarono quei mesi assieme nella villa di De Nittis, vicino a Saint-Germain-en-Laye, e Manet, per ringraziare l’amico dell’ospitalità, gli regalò uno dei suoi primi quadri en plain air ora nel Shelburne Museum in Vermont intitolato Nel Giardino o per molti anni La famiglia De Nittis nel loro giardino. La signora Manet era amica di Léontine e la loro amicizia continuò anche dopo la morte dei rispettivi coniugi e Jacques era letteralmente innamorato, da piccolo, di Suzanne Leenhoff Manet!

Complessa, stratificata è la relazione che lega De Nittis a Edgar Degas, con la città di Napoli che fa da sfondo alla loro intesa. È noto, infatti, che Degas aveva un’ascendenza napoletana visto che suo padre, banchiere, era residente a Napoli, a Piazza Dante, dove ancora c’è Palazzo D’‘o Gas (il Palazzo De Gas). A unirli interessi e ricerche condotte parallelamente e testimoniate da alcuni studi sulla Luce e sulle Nubi, o dall’esperienza di opere grafiche per la creazione di Monotipi. Degas, ricordando l’amico scomparso, scrisse nel 1886:

L’altro giorno ero a Portici e ritrovavo, pezzo per pezzo, tutto ciò che egli dipingeva […]. Come restano impresse le persone nelle cose! 
(E. Degas, lettera a Léontine )

Da estimatore sincero, Degas invitò De Nittis alla Prima Mostra Impressionista presso Nadar (Gaspard-Félix Tournachon), essendo un assiduo frequentatore delle serate a casa De Nittis, anche se spesso “invidioso” del successo del giovane barlettano sulla scena parigina, specie dopo il conferimento della Legion d’onore.

A questo proposito sottolinea De Nittis:

non ha mai dissimulato la sua stizza per i miei successi, ma mai, dico mai, egli si è abbassato a colpirmi con una di quelle meschinità così facili a riscontrarsi nel nostro ambiente e alle quali purtroppo ci si deve abituare.

La loro amicizia e la loro stima era profonda: Degas è l’unico pittore che dipinge Léontine incinta del secondo figlio nel 1872 (ora il quadro è nel Portland Art Museum, Usa) ed è sempre suo un ritratto di Jacques, figlio della coppia. Giuseppe, nel corso della sua vita, regala e riceve molteplici opere da Degas, quadri esposti in una mostra realizzata al Metropolitan di New York nel 1997 dal titolo La collezione privata di Edgar Degas.

Avvocato, ingegnere navale, mecenate, ma poi tra i protagonisti del movimento impressionista Gustave Caillebotte conosce Giuseppe De Nittis nel 1869 e, nel 1872, decide di accompagnarlo in un viaggio nel Sud Italia, quando Lèontine era incinta di Jacques. Del piccolo, Caillebotte sarà il padrino, insieme a Marco De Gregorio e a Federico Rossano. Risultato di questa “spedizione” artistica sono una serie di quadri realizzati fianco a fianco e in cui Gustave cerca di ispirarsi alla palette e agli scorci di Giuseppe.

Di qui la decisione di mettere a confronto, attraverso riproduzioni, la loro ricerca comune. Non esaustiva di certo, ma dà al visitatore un’idea non superficiale della complessità del rapporto e delle influenze reciproche.

Per dare una visione più ampia della produzione di De Nittis, si è ritenuto di esporre delle riproduzioni di alcuni suoi quadri presenti, oggi, nelle più importanti collezioni e musei del mondo: dalla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia al Metropolitan Museum of Art di New York, dal Musée d’Orsay di Parigi alla Collezione Piceni di Milano, solo per citarne alcuni. Ancora: ho posto, lungo il percorso, dei Focus su alcuni aspetti poco noti dell’artista. Ne accenno solo a due: la sua produzione londinese e il suo interesse nel dipingere donne di colore.

Londra mi portò fortuna sin dal primo giorno […]. È stata l’ospitalità inglese, e la stessa Inghilterra, che mi ha dato da vivere. 
(da Notes et Souvenirs)

Fondamentale per l’affermazione oltre Manica di De Nittis fu la presenza del pittore James Tissot: fu lui, infatti, a introdurre Giuseppe nelle gallerie e nei club esclusivi. Un segno della loro amicizia profonda è il quadro Hush (The Concert) dove, nella rappresentazione di una serata mondana londinese, Tissot dipinge De Nittis insieme al loro comune amico Ferdinand Heilbuth, pittore di origine tedesca. La Londra di De Nittis è quella del West End, con i centri nevralgici del traffico urbano come Piccadilly, Trafalgar Square ma anche delle sue istituzioni portanti: Westminster, cuore politico dell’impero, la Bank of England, la National Gallery, tempio inglese dell’arte.

De Nittis sta finendo una veduta di Piazza di Trafalgar […] viene a lavorare davanti a quei monumenti bianchi e neri che assomigliano a delle prove di dagherrotipo […]. È proprio il cielo, il terreno, l’aria di Londra. Io non conosco maestro contemporaneo che sia mai riuscito a rendere meglio il carattere e il movimento di una città e di un popolo (Jules Claretie su “La Presse”, 1876).

Se si mettono a confronto le visioni di Londra di De Nittis con le immagini precedenti della città, si potranno percepire appieno l’originalità e l’indiscutibile taglio fotografico del suo sguardo intessuto di profonda umanità:

Nessun paese come Londra mi ha mai svelato il sottosuolo di sfacelo e di degradazione della condizione umana. […] vedere il mendicante che stacca una manciata di fango dalle ruote della carrozza e, mentre chiede l’elemosina, la porta alla bocca per baciarla […] le miserie e le disperazioni di Londra sono un inferno che nemmeno Dante arrivò a immaginare: se avesse conosciuto i bassifondi di Inghilterra vi avrebbe collocato i dannati dell’ultimo girone.

Vincent van Gogh quando viveva a Londra, riferendosi ai quadri di De Nittis, scrisse a suo fratello Theo (che era uno dei soci della filiale Goupil):

Ogni mattina ed ogni sera solevo attraversare il ponte di Westminster e so com’è quando il sole tramonta dietro l’Abbazia e il Parlamento, e il mattino presto, e d’inverno con la neve e la nebbia. Vedendo il quadro, ho sentito di amare molto Londra.

Il banchiere Kaye Knowles (“l’uomo più nobile che abbia mai conosciuto”, così lo definiva il pittore) commissionò all’amico De Nittis dodici scorci della città. Il pittore cominciò la serie sin dal 1876. Purtroppo il progetto di Kaye Knowles, di lasciare le opere alla National Gallery, non andò in porto per la morte prematura del banchiere a soli 53 anni. Gli eredi dispersero la collezione appena nove mesi dopo presso la casa d’aste Christie’s.

Particolarmente interessante è, poi, la raffigurazione, a pastello, di una Donna di colore realizzata negli anni 1875-1880.

Nella recente mostra a Parigi su Le modèle noir de Géricault à Matisse, è stata esposta la fotografia della bella Marie l’Antillaise ritratta da Nadar nel 1859 al suo arrivo a Parigi.

La ritroviamo, circa quindici anni dopo, più magra ma con lo stesso orecchino, dipinta da De Nittis forse dal vero o forse ispirato dalle foto di Nadar. Ma l’attenzione del pittore per le donne di colore non si limita a questo dipinto. Sappiamo, infatti, che la coppia De Nittis aveva una balia di colore, che viene raffigurata, con Jacques, nel dipinto Mattinata di sole lungo la Senna realizzato intorno al 1874 e successivamente, in primo piano, sempre a pastello.

Un percorso, quindi, didattico ma anche emozionale che ha avuto il pieno appoggio della Città di Barletta, e che porterà il visitatore a “vivere” il racconto di un grande artista europeo, morto prematuramente a soli 38 anni e che, nel descrivere se stesso, disse:

È la vita per la quale son nato: dipingere, ammirare, sognare.

Buona visita.


Copertina: La strada tra Napoli e Brindisi, Indianapolis Museum of Art, Indianapolis, Indiana, USA

Giuseppe De Nittis. I colori di un grande pittore europeo ultima modifica: 2020-09-30T12:18:12+02:00 da RENATO MIRACCO

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