I russi in Siria. Parla Nicola Cristadoro

Con l’autore di “Missiya Vypolnena! (Missione compiuta!)” facciamo il punto sulla politica di Mosca e sulla presenza delle sue forze armate nel teatro siriano.
scritto da ANNALISA BOTTANI
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Mentre il mondo volge lo sguardo altrove, in Siria si continua a lottare. Rispetto al 2011, anno di inizio della guerra civile siriana, il regime di Bashar al-Assad si è “stabilizzato” a seguito dell’intervento militare russo a favore del dittatore avviato nel 2015 e conclusosi nel 2017. Una scelta che aveva suscitato l’immediata reazione degli Stati Uniti e di altri partner internazionali, determinando la creazione di una coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti stessi. 

La Russia presidia l’area, ma in questi anni non sono mancate incursioni aeree e altre azioni militari condotte da parte di diversi Stati, che non si inseriscono, in maniera specifica, nel contesto delle operazioni russe. E anche le tensioni con le forze americane persistono, com’è avvenuto, ad esempio, in queste ultime settimane, nella zona nord-est del Paese, portando a un rafforzamento della presenza degli Stati Uniti.

Lo scenario militare e politico nella regione è, dunque, molto complesso. Di questo abbiamo parlato con il Dott. Nicola Cristadoro, esperto in materia di intelligence e Information Operations, che ha pubblicato quest’anno il suo ultimo saggio Missiya Vypolnena! (Missione compiuta!), Edizioni Il Maglio, dedicato alla campagna siriana e, in particolare, al ruolo delle forze armate russe. 

Missione compiuta, titolo del suo ultimo saggio, è una delle prime dichiarazioni rilasciate il 14 marzo del 2016 dal governo russo a seguito dell’annuncio del ritiro della maggior parte del proprio contingente dalla Siria. In realtà, la Russia ha continuato a sostenere Damasco e alla fine del 2017 ha confermato la decisione di mantenere strutture militari permanenti nell’area. A distanza di anni il Paese resta, tuttavia, ancora teatro di scontri. Qual è la situazione attuale?
Rispondo con l’analisi di due elementi cardine che sono indicativi del caos che vige attualmente in Siria e che si estende fino al teatro libico, in un gioco delle parti ove l’ambiguità regna sovrana.

Il primo si riferisce all’intervento congiunto russo – turco nell’area di Idlib e nel nord-est della Siria in seguito al ritiro delle forze statunitensi. 

È noto che nel settembre del 2018 Russia e Turchia si accordarono sulla creazione di una zona demilitarizzata nell’area di Idlib nella parte nord-occidentale della Siria. L’accordo era mirato, da parte russa, a mettere al sicuro la base aerea di Latakia dagli attacchi delle fazioni ostili ad Assad e, da parte turca, a consolidare la propria influenza nel nord della Siria, zona che vede una significativa presenza di curdi. Dopo l’escalation dei combattimenti che hanno portato all’espulsione degli integralisti dell’ISIS il governo siriano non ha riconosciuto tali accordi e ha iniziato la sua avanzata militare per riconquistare la città, con gravi conseguenze per la popolazione civile, anche a causa delle incursioni aeree russe.

Il 9 ottobre del 2019, poi, la Turchia ha sferrato un’offensiva nella Siria nord-orientale, in prossimità del confine con il proprio territorio, per eliminare la presenza curda nell’area, considerata una minaccia dal governo di Ankara. Il 15 ottobre del 2019 gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro delle forze della coalizione dal nord-est della Siria. Poco dopo l’annuncio, la Russia ha comunicato l’inizio delle attività di pattugliamento dell’area con i propri militari (Polizia militare, a giudicare dalle immagini mostrate nei video disponibili), con lo stesso obiettivo che si erano dati nell’ultimo anno gli americani: evitare scontri tra i curdi e le milizie sostenute dalla Turchia. In pratica, la Russia è andata a colmare il vuoto lasciato dagli americani, guadagnandosi, a questo punto, la nomea di “unico Paese con cui tutti possono parlare”. Poi vanno considerati gli errori commessi dai bombardieri russi e siriani nell’area dell’offensiva, che hanno portato alla morte di decine di soldati turchi; a questo punto era inevitabile che si creasse una certa tensione tra Russia e Turchia. Infine, nel settembre del 2020 gli attacchi aerei russi su Idlib si sono nuovamente intensificati, causando ancora vittime anche tra i civili.

Il secondo si riferisce all’apertura dell’ambasciata libica a Damasco, sotto l’egida di Haftar, nel marzo del 2020. E qui non aggiungo altro. 

Veniamo alle considerazioni cominciando proprio da quest’ultimo aspetto. Il governo “ufficiale” libico è quello retto da Al Serraj. Dunque, appare “illegittima” la rappresentanza diplomatica libica a Damasco autorizzata da Haftar. Tuttavia, va detto che la fragile alleanza istituita nel nord della Siria tra Turchia e Russia ha retto, oltre che per i motivi precedentemente indicati, soprattutto in virtù degli accordi per l’acquisto dei costosi sistemi di armamento contraereo S-400 di produzione russa venduti alla Turchia (il 2° lotto proprio nell’agosto del 2020). Pertanto, possiamo ragionevolmente dire che in Siria, per ora, Russia e Turchia sono Paesi “amici” tra loro.

Andiamo in Libia, ove, per ragioni diverse legate al controllo del Mediterraneo e alle sue risorse energetiche, la Turchia è schierata con Al Serraj e combatte con le sue forze affiancandole con proprie unità regolari e con mercenari dell’organizzazione Sadat (molti di essi sono siriani che provengono dalle file degli oppositori di Assad). Sul fronte opposto, la Russia, con i mercenari dell’onnipresente Gruppo “Wagner”, combatte al fianco di Haftar. Appare chiaro che, nel quadro dell’Alleanza Mosca – Damasco, la rappresentanza diplomatica libica in Siria non poteva essere attribuita se non alla compagine di Haftar. Dunque, possiamo ragionevolmente dire che, in Libia, Russia e Turchia sono Paesi “nemici” tra loro.

Il punto è che Russia e Turchia attualmente rappresentano l’“ago della bilancia” per le sorti della Siria e, di fatto, stanno conducendo una politica schizofrenica che rende difficile trovare un equilibrio: sebbene i rapporti funzionino sul territorio siriano, resta sempre l’incognita dell’antagonismo su quello libico, le cui ripercussioni potrebbero portare a un insanabile dissolvimento dell’alleanza stabilita e, in caso estremo, a un’aperta ostilità che complicherebbe ulteriormente lo scenario siriano.

Secondo la ricostruzione da lei attuata nel saggio, l’esperienza siriana ha consentito alla Russia di sperimentare sistemi di armamento e diverse procedure tattico-militari, ma ha visto anche la più vasta concentrazione di potere militare aereo dai tempi dell’Afghanistan. Secondo il Generale C. A. ris. Fabio Mini, l’intervento in Russia è stato “il primo atto concreto e pianificato di una nuova politica internazionale russa”. Anche in considerazione del ruolo assunto in Medio Oriente, quanti sforzi deve ancora compiere il Paese per avvicinarsi all’idea di superpotenza cui il presidente Putin aspira?
Come sostengo nelle conclusioni del mio libro, ormai anche la Russia, in misura variabile da regione a regione e nonostante gli sforzi tesi alla salvaguardia della propria dimensione identitaria, ha conosciuto “l’ingiusto benessere collettivo” di stampo occidentale, in luogo dell’“equo malessere collettivo” di matrice sovietica e, pertanto, ha la necessità di realizzare un modello societario che in parte l’avvicini a certi standard occidentali, per riuscire a essere pienamente accettata dalla comunità internazionale. Operando delle scelte in tal senso, potrebbe di nuovo assurgere a un ruolo di primus inter pares nel sistema tripolare – Stati Uniti, Russia, Cina – che si profila sull’orizzonte geopolitico del pianeta.

Lei ha sottolineato che la Russia si è distinta per la capacità di condurre una coalition warfare in scenari complessi. Qual è il tratto distintivo di questo modello? Ritiene sia replicabile anche in altri eventuali conflitti?
La guerra di coalizione è estremamente difficile e richiede un’attenta coordinazione a tutti i livelli. Gli Stati sovrani contribuiscono con le proprie forze alle coalizioni; ogni stato, a sua volta, ha il proprio livello di accettazione del rischio. È, quindi, altamente improbabile che tutte le nazioni che aderiscono a una coalizione rimuovano i propri vincoli nazionali in funzione delle relazioni stabilite con gli altri partner. Sia la classe politica sia i comandanti sul campo di battaglia devono comprendere che o si accetta di operare nel rispetto dei caveat reciproci o la coalizione è destinata a fallire. L’efficacia di una coalizione si fonda sulla preparazione dei militari a operare in ambiti multinazionali nel pieno rispetto della differente cultura, mentalità, filosofia, dottrina, formazione professionale. In caso contrario, tutti questi elementi possono creare dinamiche che rischiano di portare all’attrito della coalizione. Per ottenere questi risultati è necessario che, nella prospettiva di essere chiamati con sempre maggiore frequenza a operare nell’ambito di coalizioni, le forze militari si addestrino in tal senso fin dal tempo di pace. La cosiddetta “interoperabilità” non deve essere riferita solo all’ambito tecnologico, ma deve considerare le caratteristiche delle forze di ogni Nazione, nella comprensione delle rispettive culture e caveat. Ritengo che l’interoperabilità non sia semplicemente una soluzione, ma debba essere una filosofia da applicare a tutti i domini dell’impiego delle forze: terrestre, navale, aereo, cibernetico. Sulla base di questi presupposti mi sento di dire che il modello sarà certamente replicabile e, anzi, direi ineludibile, negli eventuali conflitti futuri.

In Siria la Russia è riuscita a realizzare un’efficace coalition warfare che, malgrado la distanza culturale, l’ha vista affiancata dall’Iran, dagli sciiti libanesi, afghani e palestinesi e, naturalmente, dalle forze regolari di Assad.

Un caccia multiruolo Su-30 nella base aerea di Hmeymim

Nel saggio lei illustra alcuni passaggi della Dottrina Gerasimov (dal nome del capo di stato maggiore della difesa Valerij Gerasimov) che ispira l’azione militare russa. Quanto è cambiata la dottrina militare del Paese dai tempi dell’Unione Sovietica all’ascesa di Putin? Qual è stato il percorso che a livello militare è stato intrapreso dal presidente per raggiungere l’obiettivo cui si accennava in precedenza, ossia ridare alla Russia il ruolo di superpotenza a livello internazionale?
La guerra convenzionale, per quanto riguarda le forze armate di una nazione, pianifica il confronto delle proprie unità regolari con quelle dell’avversario. E questa concezione comprende anche la dottrina sovietica dell’impiego “a massa” delle forze sul campo, in particolare della manovra con le unità corazzate. Oggi questo modello è superato, nella prospettiva dello schieramento di forze idonee a operare su un campo di battaglia post-moderno. Alle tradizionali unità di manovra e di supporto logistico è preferibile sostituire piccole unità flessibili sotto il profilo dell’impiego, estremamente mobili, rapide nell’azione e, magari, prive di insegne e distintivi che possano ricondurre alla loro appartenenza e nazionalità, come è accaduto in Crimea e nel Donbass. Oggi si parla di “guerra ibrida”, che prefigura situazioni in cui un’entità statuale o non statuale belligerante schiera unità militari e paramilitari in modo confuso e ingannevole, allo scopo di conseguire obiettivi militari e politici, dissimulando la partecipazione diretta delle proprie forze armate alle operazioni. Ecco allora l’attualità del pensiero del Gen. Valerij Gerasimov, orientato ad attaccare l’avversario sul piano economico, cognitivo e fisico facendo largo ricorso a procedure non convenzionali. Nell’ottica della “guerra ibrida” è preferibile l’impiego di reparti delle Forze speciali, di gruppi paramilitari locali, di mercenari, di gruppi di civili lealisti su base etnica e, non ultime, delle organizzazioni criminali interessate a lucrare sui traffici legati al conflitto. In tale quadro, già sufficientemente confuso, non bisogna trascurare il ruolo sempre più cogente degli hacker, i “signori della cyberwar” che, con le loro capacità e gli strumenti sempre più sofisticati di cui dispongono, rappresentano l’avanguardia dell’infowar. Appartiene a loro il dominio della propaganda “bianca”, “grigia” o “nera” che sia e loro è la capacità di colpire in modo devastante i centri nevralgici dell’economia, della società, della politica di uno Stato, attraverso la compromissione o la neutralizzazione delle reti informatiche.

Per quanto riguarda la linea adottata da Putin, direi che la Dottrina Gerasimov è l’impianto teoretico più idoneo per il perseguimento dei suoi obiettivi politici attraverso lo strumento militare.

La campagna russa in Siria ha avuto un impatto determinante sul settore degli armamenti. Quali sono i Paesi – lei ha citato l’India, ad esempio – che hanno rafforzato i rapporti commerciali in tale ambito con la Russia?
Mi sento di citare la Turchia, l’Iran, ma, soprattutto, il continente africano. L’industria bellica russa fornisce armi al Camerun per la lotta contro i jihadisti di Boko Haram e beneficia dei rinnovati rapporti con la Repubblica Democratica del Congo (RDC), il Burkina Faso, l’Uganda e l’Angola (tradizionalmente tra i maggiori clienti dell’industria della difesa russa). 

Un Airbus A320 di Syrian Air sulla pista dell’aeroporto di Latakia e sullo sfondo un Sukhoi Su-24 russo

Particolare attenzione va dedicata, a mio avviso, al battaglione di polizia militare russo operativo in Siria formato da uomini delle forze speciali del leader ceceno Ramzan Kadyrov. Al di là delle motivazioni che hanno portato a scegliere queste risorse, è interessante capire come il dispiegamento di tali forze si inserisca nella più ampia collaborazione tra Russia e Cecenia. Kadyrov ha mantenuto il ruolo di “leader informale dei rapporti del mondo sunnita siriano con la Russia”?
Una delle difficoltà della politica russa nel Vicino Oriente consiste nel riuscire a bilanciare il sistema di alleanze e salvare l’immagine della Russia in qualità di mediatore capace di regolare e riappacificare le fazioni di sciiti e sunniti. Nonostante l’alleanza con l’Iran, la Russia non desidera dare l’impressione di una scelta in favore del campo sciita contro quello sunnita: questo posizionamento risveglierebbe un rigetto da parte della popolazione siriana sunnita nei confronti della presenza russa e, in una prospettiva a lungo termine, potrebbe far esacerbare la situazione all’interno della Russia stessa, la cui popolazione musulmana per la maggior parte è sunnita. A parte questo, un orientamento di Mosca troppo favorevole nei confronti dell’asse sciita potrebbe compromettere ciò che nel recente passato aveva promesso e ribadito: la costituzione di uno Stato siriano pluriconfessionale e plurietnico, laico e federale. In tale prospettiva, l’invio in Siria di combattenti ceceni, ingusceti e di altri Paesi musulmani di confessione sunnita in qualità di Polizia militare o con altri compiti dimostra chiaramente l’intenzione di Mosca di conquistarsi il favore dei sunniti siriani e del mondo intero. Le truppe di Kadyrov, formate anche da ex separatisti, si presentano come una riserva di combattenti esperti, addestrati alle tecniche di combattimento delle unità di élite delle forze armate russe. Queste unità si definiscono “I Fanti” di Vladimir Putin e sono diventate una forza militare insostituibile per la Russia in diverse zone e teatri operativi (Ucraina, Siria e altri). Lo stesso Kadyrov è diventato il leader informale nei rapporti del mondo sunnita siriano con la Russia, ha preso le fila dei progetti umanitari in quelle zone, nonché dei progetti di ricostruzione su vasta scala, compresa la ricostruzione della moschea degli Omayyadi – la grande moschea di Aleppo – inclusa nella lista dei siti patrimonio dell’UNESCO e distrutta dallo Stato Islamico. Kadyrov è diventato anche un mediatore privilegiato tra la Russia e il mondo sunnita. In particolare, ha parlato come ambasciatore non ufficiale nei Paesi del Golfo Persico per la firma di accordi economici, energetici e militari con Mosca e ha anche preso parte attiva negli sforzi per un riavvicinamento tra Mosca, Riyadh e Doha per il dossier siriano.

Parti del sistema missilistico S-400 in arrivo alla base aerea di Hmeymim

Oltre al presidente Putin, al ministro della Difesa e alle figure eroiche valorizzate dai media e dalla propaganda russa (mi riferisco alla storia del Tenente Aleksandr Prochorenko), vi sono figure di rilievo, anche tra gli ufficiali generali, che hanno avuto un ruolo decisivo nel conflitto siriano?
La figura del Ten. Prochorenko, con il suo gesto peraltro indubbiamente nobile e di grande valore, è stata funzionale alla propaganda nel mondo occidentale. I comandanti del contingente che si sono avvicendati sul teatro siriano, avendo operato con coerenza ed efficacia nel quadro degli ordini ricevuti, sono stati tutti insigniti delle onorificenze previste dal protocollo russo e celebrati nella madrepatria. 

La campagna è stata caratterizzata da un numero elevato di vittime civili e danni collaterali. Secondo i dati da Lei riportati, sono morti (contando anche gli attacchi statunitensi) tra i 2.730 e i 3.866 civili, inclusi i bambini (690-844), in circa 39.000 attacchi. Lei delinea un parallelismo tra la battaglia di Aleppo e quella di Groznyj della seconda guerra cecena. Il “modello Groznyj” prevede la strategia della terra bruciata: sono possibili target ospedali, centrali idriche, centri di primo soccorso e case, ma anche i soccorritori. In base alla sua analisi, il valore della brutalità sarebbe centrale nell’approccio di Putin alla lotta contro gli insorti. Tale approccio si discosta molto da quello di altri Paesi?
Mi limito a rispondere che non tutti i Paesi hanno la stessa sensibilità e lo stesso approccio in materia di diritto dei conflitti armati.

Un incrociatore della Marina russa nel Mediterraneo orientale

Quando parliamo di censura, la Russia non dispone certo degli strumenti della Cina. Inoltre, mediante i social media sono state spesso diffuse notizie sul conflitto, ostacolando l’azione della propaganda e l’applicazione della legge sul segreto di Stato. Ad oggi qual è il bilancio mediatico, in patria e all’estero, di questa campagna?
Certamente internet e i social media hanno contribuito a tenere desta l’attenzione della gente sul conflitto siriano. Hanno fatto sì che non potesse essere negata l’evidenza della presenza delle forze di terra russe in Siria e non solo di elementi della Marina e dell’Aeronautica in supporto di Assad. Tuttavia, l’interesse è andato gradualmente affievolendosi a causa di eventi epocali che hanno preso il sopravvento, come la pandemia di Covid-19 o l’incessante arrivo di profughi e migranti in tutta l’Europa. Anzi, diciamo che ci si accorge ancora del conflitto siriano, nonostante sia ancora in atto, più che altro in relazione alla quantità di povera gente che arriva da quelle terre. Io non sento più parlare della Siria nei servizi radiotelevisivi già da un pezzo… e questo fa buon gioco per Assad e i suoi alleati.

Un Su-24 all’aeroporto di Latakia

Passiamo ora al Gruppo “Wagner”, controllato dal GRU (Glavnoe razvedyvatel’noe upravlenie, Direttorato principale per l’informazione) e composto da circa 6.000 uomini, prevalentemente ex militari russi, ucraini, bielorussi e paramilitari serbi. Come giustamente ricorda nel suo saggio, le compagnie militari private sono illegali in Russia. Tuttavia, nel dicembre del 2016 Putin ha riconosciuto lo status legale di membro delle forze armate a chiunque combatte i terroristi all’estero, consentendo di dispiegare mercenari russi in tutto il mondo. Il ricorso a tali forze è, in realtà, in linea con la Dottrina Gerasimov e consente di limitare il numero di eventuali caduti tra i militari russi. In Siria i componenti del Gruppo hanno spesso agito in qualità di truppe d’assalto e di prima linea. Alla luce di questo scenario, può indicarci il modus operandi di tale organizzazione, gestita dal noto Evgenij Prigožin?
Confermo che i contractors del Gruppo “Wagner”, in più di un’occasione, hanno agito come vere e proprie truppe d’assalto al fianco delle unità siriane. Secondo quanto riferito da un membro del Gruppo, durante la prima offensiva di Palmira sarebbero stati loro a essere maggiormente coinvolti nei combattimenti. L’esercito siriano si sarebbe limitato a finire il lavoro. Oltre a combattere i miliziani dell’ISIS, sembrerebbe che i mercenari di “Wagner” siano stati incaricati anche di occuparsi dell’addestramento dell’unità d’élite dell’esercito siriano chiamata “Cacciatori dell’ISIS”, completamente finanziata e addestrata dalle forze speciali russe. 

Per quanto riguarda le procedure operative, i membri del Gruppo hanno dimostrato di agire come militari professionisti. Ad esempio, il 18 marzo del 2018 le forze ostili ad Assad lanciarono un contrattacco nel tentativo di rimpossessarsi del villaggio di Misraba, conseguendo un rapido successo. Fu allora che, nella notte tra il 18 e il 19 marzo, i contractors di “Wagner” entrarono in azione per sgombrare definitivamente il centro abitato dagli insorti. Successivamente, ebbero l’incarico di garantire la sicurezza del corridoio umanitario stabilito dal Centro russo per la riconciliazione della Siria per consentire ai civili di lasciare le aree occupate dai ribelli e raggiungere quelle tenute dalle forze governative. In un’altra occasione li ritroviamo in piena attività all’inizio del mese di maggio del 2019, quando un nucleo di tiratori scelti venne dislocato lungo la linea del fronte presso Idlib, nella Siria nord-occidentale, a premessa di un’offensiva dell’esercito siriano.

L’esperienza siriana ha validato la procedura di coinvolgere i contractors nei combattimenti, evitando in tal modo la necessità di schierare un gran numero di forze di terra appartenenti alle truppe regolari. A differenza dei contractors americani, normalmente impiegati con compiti di force protection, addestrativi o logistici, quelli russi sono stati utilizzati come truppe d’assalto di elevato profilo, spesso incorporati nelle unità siriane per aumentarne la capacità di combattimento. Di fronte a tale scelta l’opinione pubblica russa, in linea di massima, ha dimostrato un’elevata indifferenza per le perdite subite dal Gruppo “Wagner”, in quanto, secondo la visione comune, “queste persone sono pagate molto bene e sapevano a cosa sarebbero andate incontro”. Nel rispetto delle premesse fatte, in definitiva, il numero e la tipologia dei caduti non ha avuto alcun impatto negativo sull’amministrazione Putin.

Nel 2018 viene assassinato il giornalista Maksim Borodin, che stava indagando sulla morte di alcuni contractors in Siria nel 2018. Dalla Sua analisi sono emersi ulteriori dettagli utili a far luce sul suo assassinio?
Non ho assolutamente conoscenza di alcun elemento che possa ricondurre la morte del giornalista a eventi che abbiano visto l’impiego di uomini del Gruppo “Wagner”.

Il palazzo della Lubjanka, quartier generale della FSB, a Mosca, un tempo del KGB

In Russia il ruolo dell’FSB è ormai divenuto, secondo alcuni analisti, preminente. Viene considerato quasi un “secondo governo” che ha il controllo su altre istituzioni governative. Quanto ritiene che l’FSB, in ambito militare, abbia influito sulle decisioni adottate dal Cremlino?
Non è l’FSB [Federal’naja služba bezopasnosti Rossijskoj FederaciiServizi federali per la sicurezza della Federazione russa] a essere rilevante in ambito militare, ma è il GRU, fin dall’epoca dell’Unione Sovietica.

Sempre a proposito di servizi di sicurezza e anche alla luce della creazione nel 2016 della Guardia nazionale, ritiene che sia in atto o sia prevista in futuro una riorganizzazione delle strutture di intelligence del Paese?
La Guardia nazionale nasce dalla fusione delle Truppe dell’Interno con le Unità della Polizia per operazioni speciali (OMON) e i Reparti speciali di reazione rapida (SOBR) oltre al Servizio federale russo per il controllo del narcotraffico (FSKN) e il Servizio immigrazione (FMS). La decisione di Putin di creare tale organismo è sorta da una serie di preoccupazioni, tutte plausibili, che vanno dal timore dei disordini di piazza per la crisi economica a situazioni di forte instabilità interna simili a quanto accaduto in Ucraina. Secondo gli analisti americani di Stratfor, forte delle esperienze dei suoi predecessori nel passato, non sarebbe poi così sicuro della lealtà delle sue forze speciali, in particolare di quelle dell’FSB e del Ministero degli affari interni. Da qui la scelta di costituire questa nuova organizzazione e di porla sotto il proprio diretto controllo. Una sorta di “forza pretoriana”, insomma, con il compito non solo di controllare le masse, ma anche l’élite politica e militare del Paese.

Attualmente i servizi di intelligence assolvono egregiamente alla loro funzione e non mi risulta vi siano in previsione grossi cambiamenti, come avvenuto per le succitate forze.

I russi in Siria. Parla Nicola Cristadoro ultima modifica: 2020-10-05T19:35:23+02:00 da ANNALISA BOTTANI

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