Senza sviluppo economico le città diventano musei… e muoiono

In questa conversazione Michele Dau, esperto di pianificazione urbana, lancia un messaggio positivo affinché proprio dalle municipalità italiane possa attivarsi quella ripartenza economica che tutto il paese attende.
scritto da RAFFAELLA CASCIOLI
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L’intervista che qui di seguito proponiamo appare nel nuovo numero della rivista Arel [prossimamente scaricabile da chi l’acquista o dagli abbonati, per essere successivamente pubblicata su carta e diffusa nelle principali librerie Feltrinelli]. Ringraziamo la direzione e la redazione di Arel per la gradita cortesia, che rinnova l’ormai consolidata collaborazione tra le due riviste.

La gente arriva nelle città per vivere… e rimane nelle città per vivere ancora meglio. È citando Aristotele che Michele Dau, esperto di pianificazione e autore di molti saggi sullo sviluppo delle città a partire da una pubblicazione del 1985 per i tipi AREL-il Mulino dal titolo Sullo sviluppo economico e governo delle città in Europa, lancia un messaggio positivo affinché proprio dalle municipalità italiane possa attivarsi quella ripartenza economica che tutto il paese attende.

L’Italia – spiega Dau – ha tutte le condizioni perché questo avvenga, appartengono al nostro DNA, bisogna solo mettere la sfida dello sviluppo delle città al primo posto e creare intorno a essa una visione progettuale complessiva.

Nel 1985 s’avvertiva scetticismo e indeterminatezza circa il futuro delle grandi e medie città italiane. Si era alla vigilia di una tornata elettorale che lasciava presagire una forte conflittualità tra le forze politiche. L’analogia con la situazione attuale appare in qualche modo incredibile, anche se, forse, oggi c’è una maggiore frammentazione. Quali sono a suo avviso i punti di contatto e quali invece le differenze
Ci sono certamente diverse analogie almeno a una prima lettura, nel senso che c’è molta conflittualità e molta incertezza oggi come allora. Tuttavia, ci sono anche profonde differenze. I punti di contatto riguardano soprattutto l’incertezza che regna sullo sviluppo delle nostre città, medie e grandi. La pandemia ha reso esponenziale questa incertezza, ci ha mostrato le città vuote come fossero espressioni metafisiche inimmaginabili fino a un anno fa. Sembra quasi che in questi mesi l’Italia dei piccoli borghi, dei piccoli centri nei quali il paese sembra essersi rinserrato, abbia preso il sopravvento sulle città che ci appaiono sempre più devitalizzate. Anche per questa ragione il nostro sviluppo complessivo, la crescita del Pil frena in Italia, perché le città non sono più motori trainanti in questo tempo recente. Tuttavia, se ci sono delle analogie con l’incertezza attuale rispetto a quella della metà degli anni Ottanta occorre chiarire che le cause sono profondamente diverse, così come la stessa situazione politica è totalmente differente. Negli anni Ottanta c’era, sì, una forte conflittualità tra Democrazia cristiana e Partito comunista, ma si veniva da un decennio di sindaci comunisti di grande rilievo, in cui s’avvertiva il peso di una lunga azione amministrativa spesso molto efficace. Basti pensare al sindaco Novelli di Torino o al sindaco Valenzi di Napoli o ai sindaci Argan e Petroselli a Roma, che sono stati grandissimi amministratori e hanno avviato un cambiamento del volto di queste città. Questo perché il Partito comunista aveva puntato molto sulle città come vetrina della propria azione politica non potendo conquistare il governo nazionale perché eravamo prima dell’89,  ovvero prima della fine della guerra fredda. Dunque il Pci aveva scelto di amministrare i territori, le città e le Regioni, come l’Emilia Romagna, per dimostrare di essere un grande partito di governo e di avere le carte in regola. E in effetti ci riuscì perché quei sindaci cambiarono profondamente le città. All’epoca, invece, la Democrazia cristiana era concentrata sul governo nazionale e sui rapporti internazionali e non si curò molto, né prima né dopo, delle città: sono rari gli  esempi di grandi sindaci esponenti del mondo cattolico. La conflittualità politica d’allora era basata su un’esperienza concreta molto più consistente e molto più forte e incisiva di quella di oggi. Allo stato attuale la conflittualità tra le forze politiche è basata non su un confronto tra ipotesi di progetti amministrativi, come allora, bensì unicamente sulla conquista del potere e sull’occupazione di poltrone con argomenti più modesti e populisti, in generale più semplicisti. Nessuno ha progetti per le nostre città e questo suscita preoccupazioni anche sull’utilizzo efficace delle risorse che potremmo avere nei prossimi mesi grazie al recovery fund: non abbiamo progetti adeguati e non abbiamo strumenti e strutture per gestire questi progetti. A differenza di quell’epoca, che era molto densa di contenuti dal punto di vista politico, oggi mi sembra che la contrapposizione sia molto più leggera e priva di esperienze forti di quel tempo tanto da essere un fattore ulteriore di impoverimento delle nostre città.

Firenze da San Miniato, Joseph Mallord William Turner, 1857

Nell’introduzione al saggio Sullo sviluppo economico e governo delle città in Europa lei scrive non solo di una caduta della progettualità operativa, ma anche del preoccupante declino della tensione etica e, soprattutto, dello sforzo di trasparenza assoluta del potere locale. A distanza di 35 anni, nonostante sia intervenuta una stratificata legislazione a riguardo, non c’è alcuna casa di vetro per quel che riguarda il governo locale. Come lo spiega?
Sul tema della trasparenza ho insistito molto negli anni Ottanta, e poi anche successivamente, perché sono sempre stato convinto che le città siano i luoghi in cui la democrazia effettivamente si esprime, in cui i cittadini vivano la concreta esperienza della vita democratica anche all’interno dello Stato. Vorrei anche ricordare come per gli italiani l’identità cittadina viene prima di quella nazionale: siamo prima bergamaschi, pisani o romani, e poi italiani. Il cittadino partecipa allo Stato soprattutto nella dimensione della sua città, grande o piccola che sia; non partecipa attraverso princìpi o regole astratte: è la città in quanto comunità democratica che trasforma il singolo individuo in un cittadino, e gli offre la possibilità di essere democraticamente presente e vivo nello Stato. Tutto questo processo civile e politico negli ultimi anni è venuto sempre meno rispetto a un moto di trasparenza, partecipazione, apertura e condivisione che negli anni Ottanta era molto sentito. Tuttavia, occorre ricordare che questi problemi di trasparenza in Italia hanno origini lontane. In epoca romana e nel Rinascimento le città sono state il motore della crescita così come nell’Ottocento, quando l’attività manifatturiera si è soprattutto concentrata nei centri urbani con la classe operaia e intere famiglie che si assembravano dentro le fabbriche. Negli anni Venti, Mussolini, che aveva capito bene queste dinamiche, comprese che per bloccare la democrazia italiana non bastava occupare lo Stato a livello centrale, bisognava bloccare le città. Per questo con leggi specifiche impedì il trasferimento della popolazione dalle campagne ai centri urbani: il suo obiettivo era evitare che le città potessero mantenere  quel dinamismo sociale, così da divenire quei luoghi di sviluppo e d’inclusione democratica che erano state fino ad allora. Infatti, nell’Italia di fine Ottocento e primo Novecento socialisti e cattolici si erano cimentati nell’amministrazione delle città come una palestra e una trincea di sviluppo civile ed economico del lavoro, poi il blocco imposto da Mussolini ha, di fatto, mummificato per un ventennio le nostre città privando la cultura urbana, caratterizzata solo da grandi opere e monumenti teatrali, di una visione di uno sviluppo democratico ed economico libero. Nel dopoguerra si sono dovuti affrontare problemi più grandi di sviluppo economico dell’intero paese e i governi non hanno potuto occuparsi specificatamente dello sviluppo dei centri urbani, se non attraverso i piani casa e interventi parziali. Per questo in Italia non c’è mai stato un progetto città. L’unico progetto che abbiamo è quello elaborato da Giorgio Ruffolo negli anni Ottanta, che tuttavia è rimasto un libro dei sogni perché considerato troppo avveniristico dai governi del tempo. Noi oggi scontiamo questo ritardo.

“Tempesta uscendo dal Canal Grande”, Joseph Mallord William Turner, 1857

Eppure la domanda di trasparenza è ancora oggi molto avvertita….
È vero. La domanda di trasparenza e di partecipazione è cresciuta moltissimo ma le istituzioni, le amministrazioni, le regole e gli strumenti non sono all’altezza. Nel saggio dell’‘85 presentavo un esempio, che ancora oggi è molto attuale: nei paesi europei e nelle città europee fino dagli anni Settanta si usano strumenti di democrazia diretta per coinvolgere i cittadini. Quando c’è un progetto di un parco, di un’azienda, di un investimento i cittadini sono consultati; questa procedura di confronto e di ascolto è normale in Olanda, in Gran Bretagna, in Germania o in Francia. In Italia questo non è mai avvenuto e chi oggi, anche partiti che sono al governo, contrappone la democrazia diretta a quella rappresentativa non comprende che la democrazia diretta non è altro che un’esperienza di strumenti da applicare per far partecipare i cittadini e non è qualcosa da contrapporre ad altre forme di democrazia. Semmai la democrazia diretta va introdotta nel sistema per renderlo più trasparente e più inclusivo in modo che i cittadini possano dare il loro contribuito e chi governa capire meglio cosa deve fare nelle nostre comunità locali.

Secondo lei che ne è stato della scommessa di crescita delle città legata all’evoluzione dello sviluppo economico? Una scommessa vinta sicuramente in Europa. E in Italia?
In Italia nel dopoguerra le città del Centro- Nord ma anche del Sud sono cresciute con le attività manifatturiere. Gli italiani, intere famiglie, si sono spostati dai piccoli borghi verso le aree urbane per trovare lavoro nelle fabbriche: questo è stato il modello seguito fino agli anni Settanta. Quando l’industria manifatturiera ha iniziato a modificarsi con l’evoluzione tecnologica, che ha comportato anche una diversa dislocazione territoriale, è venuta a mancare l’idea di come tenere in piedi le città. Non c’è più stata una visione complessiva di come progettarne lo sviluppo. In Germania o in Francia e in altri paesi del Nord Europa la decrescita manifatturiera delle aree urbane è stata, invece, accompagnata da una vivace crescita degli investimenti nelle tecnologie e nello sviluppo di iniziative che offrivano possibilità di formazione avanzata, di commercio e artigianato specializzato legati, semmai, a eventi, fiere, convention o turismo: tutte attività che messe insieme hanno di fatto creato un nuovo dinamismo e cluster di fattori di sviluppo che hanno modernizzato le città. È nata così e si è realizzata, in molti casi, l’idea della smart city.

Basti pensare a Berlino o a Monaco di Baviera, ma anche a Londra o Parigi. Tutto questo in Italia è mancato salvo episodi positivi.

Roma, Tevere e Castel Sant’Angelo, Joseph Mallord William Turner, 1819

A quali episodi si riferisce?
Per esempio l’Expo di Milano o anche la stessa Bologna. Non sono mancate occasioni ma sono stati singoli tasselli in assenza di un mosaico. E senza mosaico le singole tessere non dicono niente e, infatti, Milano, dopo l’Expo, è tornata ad essere quella di prima o Torino, dopo le Olimpiadi di quindici anni fa, è tornata ad essere la città di sempre. Manca un progetto sistemico perché in Italia c’è il convincimento che in realtà il centro della vita urbana non sia lo sviluppo economico. Invece senza sviluppo economico le città non vivono, anzi muoiono, diventano musei confusi di popolazione che non sa che fare. Non è un caso che nel Rinascimento, così come ancor prima in epoca romana, le città vivevano di commercio, di finanza, di produzione qualificata, di arte, di formazione.

Secondo lei le grandi città europee che negli anni Ottanta si sono concentrate sulla centralità della questione economica hanno tralasciato, e in che modo, l’attenzione prioritaria ai bisogni sociali? In Italia abbiamo curato più le esigenze sociali tralasciando lo sviluppo economico?
Non c’è contraddizione tra sviluppo economico e la risposta ai bisogni sociali; anzi il primo tiene insieme l’altra perché sviluppo economico significa più lavoro; più lavoro produce più inclusione, più inclusione favorisce più produttività: tutto ciò comporta una maggiore ricchezza da distribuire. Se questo circuito virtuoso si blocca, non funziona niente e allora i servizi sociali diventano assistenziali. Per essere chiari è come il reddito di cittadinanza: un intervento di per sé importante, ma che si è rivelato al limite del miserabile e dell’iniquo per gli effetti che sta creando con la diffusione della sensazione di assistenza. Il tema nodale della crescita delle città è lo sviluppo economico rispetto al quale non c’è alcuna contraddizione con i bisogni sociali. In una visione corretta della politica, lo sviluppo economico deve significare anche sviluppo sociale perché creando lavoro si crea quella ricchezza che consente alle amministrazioni e alla comunità locale di realizzare le condizioni di vita migliori; altrimenti è solo l’intervento dello Stato. In Italia si è creata una contraddizione perché negli ultimi 20-25 anni le amministrazioni municipali hanno puntato molto sugli aspetti dei bisogni sociali, e questo è condivisibile perché abbiamo enormi problemi, senza, tuttavia, comprendere che la soluzione di quei problemi non stava nel moltiplicare nei limiti possibili i servizi, ma nel promuovere lo sviluppo economico assieme ai servizi. Questi due aspetti si tengono insieme, gli uni senza l’altro producono solo incertezza e lo si vede oggi. Le nostre periferie boccheggiano non solo a Roma o a Napoli. Anche per quel che riguarda le città del Nord le cronache ci consegnano continuamente episodi particolarmente preoccupanti di malessere e disagio che nascono proprio dal fatto che il senso comunità e inclusione si è molto indebolito.

Il centro storico delle città, in epoca di Covid, ha evidenziato come si sia spopolato per far posto a un turismo fai-da-te senza che le amministrazioni comunali siano state in grado di regolamentare il fenomeno. Crede sia possibile tornare a ripensare i centri delle nostre città d’arte?
Bisogna stare attenti ai giudizi semplicistici. I problemi delle città non sono i B&B o le piccole attività, come spesso capita di leggere sulla stampa. Il problema è senza dubbio la mancanza di una visione dei flussi turistici. L’Italia ha città che sono patrimoni unici; nessun paese al mondo può vantare un tessuto di città come quello che abbiamo noi, con storia e radici culturali così complesse come quelle italiane. Mi aspetto che, dopo la pandemia, i flussi turistici siano ancora più consistenti di quelli che abbiamo conosciuto finora. Noi italiani, però, dobbiamo essere all’altezza della cura e della valorizzazione di questo enorme patrimonio urbano che non è solo un museo a cielo aperto, ma anche un cuore pulsante di vita economica. Di fronte a flussi di turismo che abbiamo visto fino a qualche mese fa, e che sicuramente dopo la pandemia riprenderanno più forti di prima, ci vogliono strutture, organizzazione e strumenti di trasporto adeguati. Credo che occorra guardare con interesse a quanto avviene già oggi, ad esempio, nei Musei Vaticani che sono aperti 18 ore al giorno perché si è capito che per gestire una domanda così forte occorre dare una risposta altrettanto forte.

Servono regole che non limitino, ma che consentano di fruire degli spazi delle nostre città in maniera rispettosa, ma anche adeguata sia per trarne vantaggi economici e sociali, sia per consentire ai turisti di poter visitare le nostre città. Accanto a ciò è importante aumentare la fruizione virtuale con un ritorno economico perché è impossibile che arrivino in Italia un miliardo e mezzo di cinesi, ma questo vuol dire sviluppare tecnologie che consentano a chi non potrà mai venire in Italia di vivere per qualche ora un’esperienza di Italian style, una immersione emozionante. Di tutto ciò si parla nei convegni ma non si realizza nulla tranne piccoli episodi. Eppure ci sarebbe molto da fare.

San Pietro da Villa Barberini, Joseph Mallord William Turner, 1819

Da dove si potrebbe iniziare?
Pensiamo, ad esempio, all’Aquila, fortemente colpita dal terremoto del 2009. Ormai da un decennio si stanno investendo molte risorse per risanare decine e decine di palazzi fantastici del centro storico. La domanda che pongo spesso agli amministratori locali è cosa pensano di fare del centro storico una volta completata l’opera di ricostruzione, visto che un’attività qualificata come l’università è costantemente finanziata all’esterno della città senza alcuna volontà di riportarla all’interno del perimetro del centro che, peraltro, era già spopolato prima del terremoto. Ecco, non ottengo risposte perché non c’è alcuna visione su quella che sarà la vita del centro urbano in un futuro che è ormai prossimo. Sarebbe logico concentrare l’università nel centro della città, che si offrissero sedi a istituzioni scientifiche e tecnologiche nazionali e mondiali, che si facesse un road-show nelle principali sedi del mondo per dare una location a istituzioni scientifiche e finanziarie importanti; in fondo siamo a cinquanta minuti da Roma, a un’ora dall’aeroporto Leonardo da Vinci e, quindi, i collegamenti non sarebbero un problema.

Fino ad adesso, però, non s’è fatto nulla di tutto questo. Temo che quando saranno finiti i lavori l’Aquila possa essere una città morta e spettrale, perché non siamo stati capaci d’immaginare e scommettere su qualcosa di diverso.

Negli anni Ottanta trasporti urbani e reti energetiche erano la frontiera dei servizi strategici per il rinforzo dell’ossatura delle città. Oggi è semmai il deficit di fibra a penalizzare i nostri centri storici e lo sviluppo dei piccoli e medi centri. Visto che ha parlato dell’Aquila, ecco, si tratta di una delle poche città dove si lavora attivamente per il 5G. Crede che con più fibra ci sia la possibilità di ridare fiato all’Italia dei cento, mille campanili?
La fibra è una delle iniziative cruciali del nostro tempo. Il problema, semmai, è che la fibra deve arrivare dappertutto. Se continuiamo a portare la fibra solo nei quartieri dove c’è una domanda ricca perseveriamo nell’errore. Bisogna connettere tutta l’Italia allo stesso livello, altrimenti sarà impossibile salvare e promuovere tutte le eccellenze delle aree interne. Le eccellenze dei nostri territori hanno un futuro solo se sono connesse in rete, accessibili e reperibili ovunque attraverso il web. Per usare concetti antichi, ma sempre molto attuali, serve la rete come servizio universale. Bisogna portarla nelle periferie dove le scuole sono prive di servizi, dove gli ambulatori sanitari non hanno telemedicina, dove le famiglie non hanno neanche il computer: altro che smart working o didattica a distanza. La fibra deve arrivare dappertutto, ma occorre cominciare dalle periferie per portarla in centro: questo potrebbe cambiare il volto delle nostre città, perché la fibra potrebbe ridurre la mobilità fisica per mille ragioni, non solo per il lavoro visto che molti spostamenti sarebbero azzerati avendo servizi online. Oltre alla fibra serve anche la formazione perché milioni di italiani non sono capaci di utilizzare un computer o navigare su Internet. Con il lockdown abbiamo toccato con mano uno spaventoso digital divide anche formativo. Ad esempio gli stessi insegnanti in molti casi vanno formati per il digitale e vanno anche creati i servizi di assistenza tecnica e di education legati alla fibra.

Venezia, veduta della laguna al tramonto, Joseph Mallord William Turner, 1840

Le città universitarie potrebbero presto cambiare fisionomia oggi che molti giovani del Nord con la didattica online s’iscrivono alle università del Sud?
Parto da un dato. Circa un quinto del prodotto lordo inglese è dato dal complesso delle attività direttamente o indirettamente legate alla formazione in lingua inglese, ovvero a quante persone in tutto il mondo vanno in Gran Bretagna per studiare inglese.

Negli ultimi cinquant’anni la Gran Bretagna ha fatto dell’opportunità di insegnare la lingua inglese come veicolo internazionale uno strumento di crescita reale. Scuole pubbliche e private di ogni tipo, servizi di ospitalità e accomodation, tecnologie, eventi, spettacoli, shopping… Noi abbiamo una minore domanda di conoscenza dell’italiano, ma abbiamo la nostra cultura, le nostre tradizioni, il nostro modo di vivere, ovvero la storia, il cibo, il territorio, l’ambiente, l’archeologia, l’arte. Potremmo impostare su questi contenuti tanti progetti e le nostre università potrebbero diventare non solo i luoghi dove ci si prepara alle professioni, ma anche motori di questa proposta formativa. Le stesse università si potrebbero trasformare in fabbriche del sapere, della formazione e della ricerca avanzata in questi campi. Per offrire al mondo opportunità uniche. Immaginiamo, ad esempio, che l’Università di Firenze moltiplichi i suoi corsi di storia rinascimentale e di storia dell’arte; i suoi cantieri di scavo intellettuale nell’immenso patrimonio di documenti e volumi di cui dispone. Si attiverebbero sicuramente una serie di collaborazioni, di legami, di investimenti inimmaginabili che arriverebbero anche dall’estero.

Visto che ogni città ha la sua intensa storia questo potrebbe moltiplicarsi per tutti gli atenei italiani del Nord e del Sud. Tuttavia, anche in questo campo siamo balbettanti perché non abbiamo la forza di capire che tutto questo rappresenta un potenziale straordinario: per farlo occorrerebbe guardare lontano; non a sei mesi ma a dieci-venti anni. Secondo un rapporto redatto da una fondazione britannica la quasi totalità dei turisti che vengono in Italia non vuole solo visitare il Colosseo o la laguna di Venezia ma vuole apprezzare e vivere secondo l’Italian style. E se i B&B hanno avuto fortuna è proprio per questo, visto che consentono – a differenza degli alberghi che risultano più anonimi – un contatto maggiore con gli italiani nella speranza che li introducano a casa loro, che gli facciano assaporare le loro ricche tradizioni sociali, le loro relazioni, il cibo italiano. E questo non si è ancora capito. I nostri B&B sono criticabili non perché sono troppi, ma perché attivati solo da una ignorante sete di guadagno. Sono spesso molto modesti e senza qualità di contenuti. Non c’è nessuno che accoglie perché non c’è una visione d’insieme. Occorre un investimento in formazione per modificare la cultura dell’accoglienza e per trasformare un turismo consumistico e sporcaccione in un turismo più evoluto, consapevole e responsabile. Ci sono le condizioni della domanda e dell’offerta. Ci vuole un grande progetto di qualità per diversi anni.

Non abbiamo finora parlato del patrimonio immobile come fattore di sviluppo economico delle città. Si preferisce continuare a consumare suolo piuttosto che ricucire e riammodernare l’esistente spesso ammalorato. Scontiamo anche qui l’assenza di progettualità?
Secondo diversi studi internazionali di mercato, quando si fanno sondaggi sugli investimenti nei paesi stranieri e si chiede alle famiglie dove vorrebbero investire in termini immobiliari, in cima alla lista delle preferenze c’è sempre l’Italia, acquisterebbero una casa grande o piccola nel nostro paese. Un borgo italiano, una città italiana sono sempre al top delle classifiche e questo ci dovrebbe far riflettere. Se i tedeschi, gli scandinavi, i francesi, gli americani o i cinesi potessero investire verrebbero in Italia. Dunque il nostro patrimonio abitativo e immobiliare, spesso in stato di abbandono e deperimento per mancanza di risorse e di popolazione, può avere un grande futuro. Tuttavia bisogna avere un’idea e creare le condizioni per cui chi vuole accedere a queste proprietà sia incentivato a farlo. Per esempio, ci sono piccoli borghi del Centro-Sud in Italia che hanno cominciato ad attivare accordi con famiglie del Nord Europa per facilitare acquisti nei villaggi abbandonati. Inizia, dunque, ad esserci una qualche attenzione nelle transazioni immobiliari tra privati, eppure ci potrebbero essere anche utilizzi del patrimonio abitativo per attività con un maggior valore aggiunto. Quante multinazionali vorrebbero avere una sede a Roma, Venezia o Firenze? Molte per non dire tutte, ma non c’è una visione organica in funzione di una domanda mondiale che sta assumendo dimensioni importanti. Anche la vendita del patrimonio pubblico, che è necessaria per le finanze dello Stato, dovrebbe essere fatta con finalità precise e non solo per fare cassa. Bisognerebbe che ci fossero bandi e obiettivi da raggiungere: tuttavia, la macchina amministrativa dei comuni si è molto indebolita. Fino agli anni Settanta i più grandi tecnici italiani – architetti, ingegneri, tecnici dei trasporti o dell’ambiente – erano nelle amministrazioni pubbliche locali. Ora non è più così, oggi non c’è il personale tecnico all’altezza di affrontare grandi lavori. Da molti anni non abbiamo investito sul tessuto delle strutture pubbliche e ora se ne vedono gli effetti perché la politica può creare una visione, ma poi rischia di scontrarsi con il fatto che le strutture amministrative non sono all’altezza per perseguire gli obiettivi. Non è il sindaco, non è l’assessore che attua ma le strutture che perseguono nel tempo gli obiettivi. Anche per questo occorre immettere all’interno delle amministrazioni pubbliche persone di alta qualificazione ed esperienza. Quando il Pci, nella seconda metà degli anni Settanta, conquistò l’amministrazione di molte città italiane, realizzò molti cambiamenti perché reclutò, non in modo clientelare, nuovo personale di qualità professionale elevata.

Persone che potessero incrementare la competenza professionale dell’amministrazione come aveva fatto lo stesso Cavour dopo l’unità d’Italia. Ecco dobbiamo procedere nello stesso modo: le competenze, anche giovani, ce le abbiamo, dobbiamo canalizzarle verso le amministrazioni delle città grandi e piccole.

copertina: Punta della Dogana e San Giorgio Maggiore, Joseph Mallord William Turner, 1834, National Gallery of Art, Washington

Senza sviluppo economico le città diventano musei… e muoiono ultima modifica: 2020-10-06T19:49:43+02:00 da RAFFAELLA CASCIOLI

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