Se il silenzio uccide per la seconda volta Navid Afkari

Sembra che nessuno si ricordi più del ventisettenne wrestler iraniano impiccato lo scorso 12 settembre. Un mese dopo abbiamo il dovere di raccontare nuovamente questa storia, di far sì che non cada nell'oblio, d’impegnarci affinché il rispetto dei diritti umani diventi una prerogativa imprescindibile per accedere a qualsivoglia organizzazione internazionale, comprese le manifestazioni sportive.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Abbiamo lasciato passare un mese prima di scriverne. Un mese per riflettere sulla barbarie della cosa in sé ma anche per compiere un piccolo esperimento che, purtroppo, ha avuto il risultato che temevamo: quasi nessuno si ricorda più di Navid Afkari, il ventisettenne wrestler iraniano impiccato lo scorso 12 settembre poiché accusato di aver assassinato, nel 2018, Hassan Turkman, un membro del Basij di Shiraz, ossia un esponente dei volontari delle Guardie rivoluzionarie, impiegato presso una società d’approvvigionamento idrico della città. L’altra accusa che è costata la vita ad Afkari è quella di aver partecipato alle proteste anti-governative – equiparate a una moharebeh, “guerra a Dio” .

 Bahieh Namjou, madre di Navid

Chissà perché ogni volta che qualcuno si batte contro un potere dispotico o un regime sanguinario – spesso le due caratteristiche coincidono – c’è sempre qualche incolpevole Dio di mezzo contro cui il reprobo viene accusato di aver commesso un torto! Capite da soli che questo non è solo un articolo sportivo, una rievocazione o un’analisi in vista delle prossime Olimpiadi. Questa è una riflessione in cui sport e politica s’intrecciano e la prima finisce col prevalere, come purtroppo accade ogni volta che si parla di una dittatura o di qualcosa di simile.

Non sappiamo nemmeno se le Olimpiadi di Tokyo avranno luogo, se il Covid ci concederà una tregua e se potremo tornare a una parvenza di normalità. Fatto sta che, dopo aver tuonato contro l’Iran, crediamo che il presidente del Cio (Comitato olimpico internazionale), Thomas Bach, debba essere conseguente.

L’Iran, dopo aver compiuto un simile scempio, assassinando un giovane atleta costretto a confessare in seguito alle atroci torture subite in carcere, non può partecipare ai Giochi giapponesi. Se esiste una giustizia sportiva, una nazione che mette in atto simili pratiche deve essere espulsa. Abbiamo sempre difeso l’autonomia dello sport e crediamo che gli atleti, qualunque sia il loro colore e la loro nazionalità, non possano e non debbano pagare colpe non loro. Crediamo altresì che un atleta proveniente da un paese sottoposto a un regime spregevole o, peggio ancora, in guerra abbia ancora più diritto di prender parte a una competizione come le Olimpiadi, in quanto l’esclusione favorirebbe unicamente la violenza dei despoti, alimentando il silenzio e coprendo con un velo di pietosa ipocrisia le malefatte di criminali che, invece, anche attraverso lo sport e l’interesse mediatico e collettivo che esso genera possono essere messi a nudo. Ma stavolta no, stavolta è diverso. Stavolta siamo al cospetto di un pugno in faccia scagliato da un paese non nuovo a esecuzioni sommarie, condanne bestiali e atti disumani all’indirizzo dell’intero sport mondiale.

Navid Afkari, infatti, era un patrimonio collettivo ed è stato privato del bene più prezioso senza uno straccio di prova fondata a suo carico. Non che la pena di morte sia in qualche misura accettabile, ma stavolta di accettabile non c’è nulla, come non possiamo tollerare la condanna a settantaquattro frustate ciascuno e a pene detentive lunghissime ai danni di Vahid e Habib, i fratelli di Navid, anch’essi ritenuti responsabili di aver manifestato contro il governo e costretti a pagare un prezzo altissimo per il solo fatto di portare lo stesso cognome.

Soudeh Lashgari, ex campionessa di cricket, invita le federazioni di sportive di tutto il mondo e il Comitato olimpico a boicottare la Repubblica Islamica dell’Iran, dopo l’esecuzione di Navid Afkari.

La comunità sportiva internazionale avrebbe dovuto sospendere l’Iran prima dell’esecuzione, ponendo il governo di Rouhani al cospetto di una minaccia che difficilmente avrebbe potuto ignorare. Adesso bloccare la partecipazione dell’Iran è un dovere morale ineludibile. E qualora ciò non dovesse accadere, tutte le altre federazioni dovrebbero rifiutarsi di gareggiare con atleti iraniani di qualunque disciplina, individuale e di squadra, facendo risuonare in ogni dove il nome di Navid e denunciando l’indecenza di un sistema di potere ormai marcio che pretende di spacciare per giudizio la propria continua sete di vendetta, ignorando persino la volontà di perdono della famiglia della vittima. È un elemento che non dovrebbe avere alcun valore, tanto meno in un aula di tribunale, ma che al contrario in Iran può segnare la differenza tra la vita e la morte del condannato.

Mohammad Reza Faghani, ex arbitro di calcio in Iran, dove ha lavorato per anni, dice che la Repubblica Islamica dell’Iran ha sempre politicizzato lo sport. È giunta l’ora che la comunità internazionale sospenda l’Iran dai tornei internazionali.

Fatemeh Aghajani, campionessa d’alpinismo, una delle poche donne iraniane ad aver scalato l’Everest, lancia un appello alla solidarietà internazionale contro i tentativi della Repubblica islamica dell’Iran di politicizzare lo sport per chiedere sostegno perché sia sospesa dai tornei internazionali. #United4Navid

Un mese dopo abbiamo, dunque, il dovere di raccontare nuovamente questa storia, di rilanciare questa vicenda, di far sì che questa pagina oscura per la collettività non cada nell’oblio, di additare il governo di Teheran come uno dei peggiori al mondo e di impegnarci affinché il rispetto dei diritti umani diventi una prerogativa imprescindibile per accedere a qualsivoglia organizzazione internazionale, comprese le manifestazioni sportive. Cacciare, anche solo momentaneamente, l’Iran dal Cio, magari giungendo al compromesso di far sfilare i suoi atleti sotto la bandiera a cinque cerchi, giusto per salvarne la carriera e valorizzarne comunque la passione e l’impegno, avrebbe un valore incredibile. Costituirebbe un messaggio fortissimo nonché un precedente e un esempio che nessuno potrebbe ignorare. Un mondo basato unicamente sui parametri economici, difatti, non è più vivibile. A quel punto davvero tutto perderebbe di senso. 

شیما بابایی @shimababaeii وقتی مقابل چشمان این جمعیت موبایل به دست، از شکنجه و تحقیرِ متهم ابایی ندارید، توقع دارید باور کنیم که افرادی همچون نوید افکاری که به موجودیت شما معترض بودند را در زندان شکنجه نکرده و اعتراف اجباری دروغین نگرفته‌اید؟! هر چند، شما مردم را می‌کُشید و اعدام می‌کنید این که چیزی نیست! Se non esitate a torturare e umiliare un fermato davanti agli sguardi della folla, v’aspettate che vi crediamo quando dite che non avete torturato persone come Navid Afkari, che vi si sono opposte finendo in prigione, volete farci credere che non avete ottenuto la confessione con la forza? Per voi uccidere, mandare a morte le persone, non è niente!


Se il silenzio uccide per la seconda volta Navid Afkari ultima modifica: 2020-10-12T20:04:13+02:00 da ROBERTO BERTONI

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1 commento

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Dimitri Belkin 14 Ottobre 2020 a 9:28

Insomma, hanno giustiziato un assassino. Almeno non fanno come negli USA che giustiziano innocenti o come Israele che ammazzano bambini palestinesi con il fosforo

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