77 anni fa. Il ghetto. Zi’ Pallino ricorda

scritto da BARBARA MARENGO
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“77 anni fa, il 16 ottobre 1943, le belve naziste, con la collaborazione dei criminali fascisti, rastrellarono gli ebrei romani. 1.024 persone furono deportate ad Auschwitz. Di queste solo sedici tornarono a casa alla fine della guerra”. Così l’Anpi su Twitter. Tre corone d’alloro sono state deposte di fronte alla Sinagoga e al portico d’Ottavia. A deporle sono stati il Comune di Roma, la Regione Lazio e l’Ucei, questa mattina, alla presenza della sindaca Virginia Raggi, del presidente Nicola Zingaretti, del rabbino capo Riccardo Di Segni e della presidente della Comunità ebraica, Ruth Dureghello, che hanno ricordato il tragico rastrellamento del 16 ottobre 1943. [Dire]

[ROMA]

Roberto Calò, in arte Zi’ Pallino, è figura conosciuta e rispettata nel mondo molto speciale che gravita intorno al Portico d’Ottavia, quelle strade e piccole piazze che dal 1555 fino al 1888 costituirono il perimetro del Ghetto di Roma: dopo il decreto del luglio 1555, voluto da papa Paolo IV, gli ebrei avevano obbligo di dimora nell’interno del “serraglio degli ebrei”, oltre a non poter esercitare alcun commercio, se non quello degli stracci, a dover portare un distintivo giallo, al divieto di possedere beni immobili, senza contare vari altri obblighi, come quello di assistere alle “prediche coatte” di sabato, in una zona controllata da otto cancelli. 

Della lunghissima millenaria storia degli ebrei romani restano molte testimonianze e sono soprattutto i più anziani, che hanno continuato a vivere nell’ex Ghetto, a ricordare episodi legati a un recente tragico passato degli anni della Seconda guerra mondiale che, tra i tanti orrori, ha visto la sistematica deportazione e uccisone di cittadini italiani di religione ebraica.

Uno di loro, di questi anziani che amano ritrovarsi al Portico d’Ottavia seduti sulle panchine accanto alla scuola ebraica, è Roberto Calò, nato in via della Reginella e lì sempre vissuto nei suoi 88 anni fino a oggi. Zi’ Pallino racconta volentieri l’epopea della sua vita, dei suoi numerosi fratelli, nipoti, figli, l’amata moglie Graziella. Ma soprattutto la storia del padre Alberto, detto Cuccio, è sempre presente nei suoi ricordi che sono un’enciclopedia di storia.

Zi’ Pallino quando racconta è un fiume in piena, e sono soprattutto gli episodi tragici e incredibili degli anni della Seconda guerra mondiale il centro dei suoi dettagliatissimi ragionamenti. 

Ho registrato dalla sua voce quanto successe al padre Alberto dopo quel 16 ottobre 1943 che vide la retata da parte della Gestapo di 1259 persone tra piazza Mattei, detta piazza delle tartarughe, e il Portico d’Ottavia: era shabbat, e di quei 1259, 1023 furono deportati ad Auschwitz, 363 uomini, 689 donne, 207 bambini: tornarono in 16, una sola donna tra i superstiti, Settimia Spizzichino.

Dopo il 16 ottobre le retate continuarono e papà fu deportato, era il 20 novembre 1943. Dopo la retata a piazza delle tartarughe altre cento persone furono catturate, il terrore durò fino a fine aprile ’44 e in giugno arrivarono gli alleati. Il 20 novembre ’43, i fascisti catturarono mio padre Alberto grazie ad una spiata fatta da un elettricista in viale Regina Margherita: questo elettricista aveva un negozio vicino a via Basento dov’era il negozio di mio padre. Una volta arrestato lo portarono prima in via Tasso e lo torturarono rompendogli il setto nasale per sapere dove stavano moglie e dieci figli. Noi eravamo sfollati a Talocci, vicino Fara Sabina, e non sapevamo nulla dell’arresto di nostro padre: mio fratello maggiore, sedici anni, che fu deportato in seguito, cercava papà per tutta Roma, caserme, ospedali, mentre lui era picchiato e ferito, col setto nasale spaccato a via Tasso. Da lì fu portato a Regina Coeli e poi in Germania, prima tappa Auschwitz. Mio fratello tornò a Talocci dicendo che papà era stato preso, gettandoci nella disperazione. Io avevo dodici anni, e mia madre Elisabetta si ritrovò sola con noi dieci bambini.

I primi di gennaio lo zio ci riportò a Roma a piazza Mattei: tornando a casa dopo un mese credevamo di stare tranquilli, ma vennero dieci SS a bussare al portone di casa al numero 10 di via della Reginella. Il portiere era un ex carabiniere che dopo l’8 settembre viveva e lavorava come ciabattino e abitava all’ultimo piano del palazzo. Noi eravamo in balia delle onde in mano ai tedeschi e anche lui, il nostro portiere, non si sentiva al sicuro perché molti ufficiali e soldati italiani erano stati a loro volta deportati dopo la proclamazione dell’armistizio. 

Le SS chiesero al portiere ciabattino notizie della famiglia Calò e lui, rischiando la vita, ebbe la prontezza di dire che erano stati tutti deportati. In quel momento mia madre Betta con noi in fila indiana dietro di lei stavamo scendendo le scale. Il carabiniere con le SS di fronte ci sentì e chiamò a voce alta mamma Betta con un altro nome, Maria: lei capì al volo e il portiere le gridò di andare dalla signora Margherita al pianerottolo di fronte, che la voleva. Sor Vincenzo Pecoraro è il nome di quell’eroe che ci ha salvato, il figlio è avvocato a Largo Argentina: mamma che ci teneva attaccati alla sua larga sottana ci fece entrare in silenzio dalla sora Margherita e il portiere disse agli SS che insistevano “guardate bene sono stati deportati, sfogliate bene il catalogo” dove risultava che un cugino carnale di papà con lo stesso nome con moglie e nove figli era stato in effetti arrestato. Stessi nomi anche per i figli Angelo, Marco, Giorgio…

E se n’andettero, la mano di Dio era sopra di noi. Dopo questo fatto terribile siamo stati sempre qui in zona, mio fratello grande andette a ponte Sisto a dormire da uno zio, aveva 17 anni era ricercato, e un’altra notte andò a dormire a Porta Pia dove mio nonno aveva un negozio con tre porte e affittava i carrettini: dormivano nel soppalco, Angelo, Giorgio con mia zia e i quattro figli, mio nonno vedovo con undici figli. Un’altra spiata e presero mio fratello Angelo, mia zia Enrica con i figli e un altro mio fratello di quattordici anni si nascose sotto un divano, alle sue spalle una porta dava sul giardino, lui dette una spinta alla porta e fece uscire la cugina e la bambina più piccola la mise in braccio alla portiera e le fece scappare ma acchiapparono Angelo, mia zia e i quattro figli. Venne il maresciallo amico di mio nonno e dettero un nome falso e li rilasciarono, mia zia disse “maresciallo dica lei lo so che li mandano in Germania, prima all’orto botanico, antifascisti, ebrei, gay, ragazzi di 17 anni” i fascisti erano radiocomandati ed eseguivano gli ordini crudeli dei nazisti. Il 22 marzo 1944, due giorni prima dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, il maresciallo convinse i tedeschi a mandare tutti all’orto botanico, per fortuna, altrimenti da Regina Coeli sarebbero stati prelevati ed uccisi alle fosse, dove peraltro morì il padre di Graziella, mia futura moglie. Graziella aveva nove anni e soffriva del ballo di san Vito, sua madre la portò in un convento a Monte Mario dove si salvò e fu curata. 

Mio fratello Angelo e mio cugino intanto erano stati arrestati ed erano in treno verso la Germania: i tedeschi avevano l’abitudine di fare rifornimento a Fossoli, mio fratello riuscì a scendere dal treno ma un cugino lo chiamò dicendo di non lasciarlo solo e lui risalì. Arrivati ad Auschwitz i tedeschi fecero immediatamente la selezione: Angelica, sorella di mio cugino, fu azzannata da un cane. 

Mio fratello e mio cugino furono divisi in due campi diversi, nei primi del ’45 un ragazzo che abitava qui dietro nel vicoletto sott’archetto stava al campo con mio fratello, da lì lo mandarono al campo dove era internato mio padre. Il ragazzo lo riconobbe e disse “ma tu non sei zi’ Cuccio!? disse, “tuo figlio Angelino sta a quell’altro campo qua vicino”, a quel punto papà ebbe un momento di pazzia, voleva buttarsi sui fili dell’alta tensione dei reticolati convinto che avessero preso tutti i nove figli. Un ebreo che abitava al Portonaccio (un grande portone di un palazzo che si affaccia al Portico di Ottavia) Giribaldone di soprannome, un bell’uomo alto, si mette a correre lo acchiappa prima dell’inevitabile e cosi papà si calmò. A distanza di qualche giorno verso gennaio ’45 i tedeschi cominciavano a sgomberare il campo, portavano i prigionieri in un grande capannone dove facevano una scritta sul petto di ogni internato.

Mio padre stava con suo cugino, sotto le bombe americane i tedeschi li misero in riga e li fecero marciare verso l’interno della Germania. Queste cose mio padre le raccontava solo a me: la marcia della morte sotto l’acqua dopo Birkenau e quasi due anni nei campi… Sempre con suo cugino di vent’anni più giovane, aveva circa vent’anni poverino, camminando con migliaia di persone stremate passarono su un ponticello e si buttarono di sotto in una pozza d’acqua, il cugino Anselmo e mio padre pesavano assieme 69 chili in due. Risalirono dal fango sulla strada, il Signore che è unico per tutti aveva posto un velo di fronte a loro due che s’incamminarono in verso contrario ai poveri disgraziati in marcia senza essere visti e fermati da nessun soldato tedesco. Sfiorando la marcia della morte percorsero sotto la pioggia molti chilometri scivolando nel fango, finché arrivarono alle rovine di una chiesa e stretti l’uno all’altro cercarono di dormire: ma quattro soldati francesi li scovarono e li volevano ammazzare, mio padre e suo cugino disperati fecero veder il numero tatuato sul braccio, quello di mio padre era 180000. Fortuna volle che arrivarono anche dei soldati americani che li presero in custodia in territorio tedesco a pochi chilometri da Berlino: li portarono all’ospedale da campo con infermieri tedeschi ma controllo americano. Papà per tre mesi giacque in un letto all’ospedale di Gotha. Mio cugino un mese prima di mio padre tornò in Italia, era più giovane e si riprese prima, e mio padre rimase in un a sorta di coma, sotto una pioggia costante ed un cielo cupo come cupo era l’animo dei prigionieri. Non aveva notizie di moglie e figli, era convinto di non trovarli in vita. 

Una notte mio padre sogna una colomba e il cielo bello limpido e al risveglio trova un’infermiera che lo chiama con il suo nome, Alberto, e indossava una cuffia che assomigliava alle ali della colomba: e lei stessa assomigliava alla mia mamma Elisabetta e sempre secondo le parole di mio padre si chiamava Elisabetta, queste sono parole vere e sacre per me e per chi le ascolta. In quel momento mio padre si sveglia dal coma e passa tre mesi in ospedale senza notizie della famiglia, credeva fossero tutti morti: per questo una volta dimesso voleva andare in America o in Palestina, ma non conoscendo la lingua decise di tornare a Roma: il professore tedesco che l’aveva curato gli disse “tieni queste carte che te ponno servi’”, consegnandogli la documentazione di internato assieme alla diagnosi e alle cure ricevute. Lo dimise e lo portò alla stazione dov’erano ammassati su un carro bestiame tutti i prigionieri italiani, soldati, ebrei, antifascisti finalmente di ritorno a casa su un convoglio per l’Italia…

 Papà salì sul vagone bestiame, un vagone simile l’ho trovato al mausoleo di Washington, si mette rannicchiato in un angoletto ai primi d’agosto del ’45 e inizia a viaggiare verso sud: gli s’avvicina un soldato italiano e gli chiede “sei ebreo?”. “Sì, risponde papà, ho fatto 23 mesi di campo di sterminio” e gli racconta dei dieci figli, della moglie Betta, del negozio a piazza Quadrata, evoca i nomi dei figli Giorgio, Anselmo, Roberto, Marco, le quattro femmine… “spero nella grazia di trovarne almeno uno”. Tutte le ferrovie d’Europa erano distrutte, il convoglio dopo 18 giorni si ferma a Bologna e il soldato cambia treno, sale su un treno civile diretto a Roma. Nello scompartimento pieno trova un ragazzo che il bigliettaio vuole fare scendere perché senza biglietto, e non sente scuse, non s’impietosisce quando il giovane senza danaro mostra il numero tatuato sul braccio e racconta dei 18 mesi passati al campo di sterminio: senza l’intervento del soldato il giovane sarebbe stato fatto scendere a Bologna. Il soldato discute con il bigliettaio, si mette il ragazzo vicino e lo conforta, e il giovane inizia a raccontare: si chiama Angelo, una volta liberato dal campo nazista dall’Armata Rossa aveva fatto l’autista ai russi, (sapeva guidare anche se tanto giovane, mio padre gli aveva insegnato!), quando passa un gruppo di soldati italiani liberati che gli parlano “ah regazzi’ che stai a fare lì, vieni con noi torniamo a casa”: mio fratello scappa con i soldati italiani e si ritrova sul treno. 

Il soldato italiano trasecola ed esclama “Proprio ora ho lasciato un altro ebreo che non si reggeva in piedi, con dieci figli e il maggiore era Angelo deportato, la moglie Elisabetta, la deportazione dei fratelli e cognate, i nomi dei figli e delle figlie e il soldato grida “quello è tuo padre, tu sei Angelino!!!” intanto il treno ripartito da Bologna arriva attorno alle 11 di mattina a Roma alla stazione di Trastevere che in tempo di guerra funzionava, mio fratello che non sa dove andare e teme ancora di avvicinarsi al Ghetto, comincia a camminare verso Testaccio, dove abitavano degli zii. I miei zii, finita la guerra avevano iniziato a risollevarsi e non potevano lasciare la cognata Elisabetta sola con nove figli, ognuno prese in casa uno dei suoi bimbi. Alberto camminando senza meta alla soglia di un portone vede una bambina, e la chiama “Fiorina, sei Fiorina mia sorella!” che aveva quattro anni al tempo della deportazione, come Dio volle si sono riconosciuti: assieme a tanta gente arrivano gli zii e avvisano mamma alla Reginella, “andassimo tutti subito al Testaccio di corsa”. Immaginate le feste e le emozioni!

Quel giorno stesso, ma di notte, arrivò anche il treno merci che trasportava mio padre, che ignaro della sorte della famiglia non andò alla via della Reginella ma presso un fratello, che lo mise al corrente di tutto, lo fece lavare, cambiare, lo rese insomma presentabile, e la famiglia si riunì incredula ringraziando il Signore.

Mio padre molto debole, non pesava nemmeno quaranta chili, fu ricoverato al Fatebenefratelli altri tre mesi perché era a pezzi per le botte, la fame, il gelo, ci raccontò che una notte a mezzanotte i deportati furono fatti uscire sotto la neve a piedi nudi e li tennero fino a mezzogiorno al freddo, chi è sopravvissuto è stato per la volontà del Signore. Con papà all’ospedale, io e mio fratello Angelo riaprimmo il negozio per dare un po’ di vita alla famiglia, sistemammo casa con qualche letto e comò per metterci quel poco che avevamo, e nacquero in pochi anni altri due fratelli!

Con l’aiuto delle persone che volevano bene al papà riuscimmo a risollevarci: a viale Tagliamento vicino corso Trieste mio padre aveva amici, tra questi l’avvocato Gallese proprietario di tante case all’Aquila. L’avvocato già prima della guerra propose a noi di andare in Abruzzo, quando molti ebrei tedeschi arrivavano a Roma fuggendo dalla Germania raccontando quello che stava succedendo: ma era una cosa talmente madornale che i nostri nonni ci hanno creduto e non creduto, anche se avevano notizie dei pogrom dei secoli passati… 

Quando gli amici rividero papà furono felici e anche la famiglia rifiorì nel lavoro, e uno dei miei fratelli a diciassette anni si fidanzò dopo Angelo, quello tornato dal campo di concentramento, le giovanissime mogli avevano il papà morto in Germania. Famiglie onorate, civili, era la gioia di mio padre che ha fatto crescere la famiglia nel bene, rivedere undici figli, il più piccolo morì a un anno, poiché mamma era esausta e non più giovanissima e allattava anche i bambini con le mamme senza latte, c’era poco da mangiare e tutti eravamo denutriti. Mio fratello morì al Bambin Gesù per denutrizione perché la mamma senza accorgersi non lo nutriva abbastanza, aveva oramai quasi cinquant’anni e non bastò nemmeno il latte del lattaio che però non veniva bollito. A 49 anni era incinta di nuovo! Era lei che voleva i figli, voleva i gemelli! 

Papà dopo trent’anni dalla prigionia morì, ma è riuscito a vedere tutti i figli sistemati, sposati con nipoti. 

Quando papà era in Germania noi ragazzi andavamo alla Cecchignola a vendere ai soldati tedeschi le sigarette, le cartine delle sigarette, portasigarette di ferro, aghi e filo, elastico… rischiavamo la vita ma ci davano un pezzo di pagnotta, margarina e dei marchi. Un giorno venne giù tanta di quell’acqua che noi ragazzini non andammo a lavorare, e andammo in sette o otto a casa di un mio amico che abitava in via Caetani dove all’angolo c’era un bar. Al primo piano abitava il mio amico anche lui col padre deportato, giocammo a carte in questa stanza e a un certo momento sentimmo un profumo di carne in umido, che bolliva sul fuoco. Mangiammo tutta la carne al sugo, “se buttammo a caposotto”, all’improvviso entra la mamma del nostro amico, trova il tegame vuoto, e chiede chi si è mangiato il tegame? Boh, rispondemmo noi ragazzi…” ma come, se avete tutta la bocca sporca di sugo, ve siete magnati pure er gatto!” “Come, er gatto!” eravamo terrorizzati. Ma cosa ci faceva un gatto in pentola? Tale era la fame che si cucinava di tutto: questa carne in umido era destinata agli sfollati perché tutto il quartiere ebraico era pieno di gente che veniva dal Sud dopo lo sbarco degli americani a Napoli e Anzio. 

Noi ragazzetti prendevamo il tram a via di monte Savello fino a san Paolo alla caserma dei soldati, in casa mia c’erano quattro famiglie di sfollati, avevamo una camera in dieci, quanti eravamo… Per questo scappammo a Talocci vicino a Fara Sabina. Il 4 giugno entrarono a Roma gli alleati e andavo a cercare una stecca di sigarette per venderle, ci davano cioccolato e il pane bianco: “an’ vedi, er pane bianco…” Le camionette con cento lire ci portavano a Ostia al mare, con una mia prozia Grazia de Caccione, sotto la sua custodia. Il portiere che ci aveva salvato era calzolaio e mi fece un paio di scarponcini che io portavo sempre legati alla spalla per non rovinarli: me li hanno rubati in spiaggia a Ostia, una tragedia…

Mia mamma ci controllava tutti, aveva messo uno spago attorno alla chiave grossa di casa e lo aveva legato addosso a mia sorella grande per paura che si perdesse. Ricordo quando andavamo alla fontanella accanto alla chiesa di Sant’Ambrogio a lavare il pane ammuffito. Papà era molto esaurito e di notte non trovava pace ricordando gli anni del campo di concentramento: usciva di casa camminando senza meta e mia madre voleva che gli andassi appresso… Una volta mi portò sotto l’acqua fino a Monte Sacro con addosso un cappottaccio e tornai alle sette di mattina completamente bagnato, mi scoppiò la broncopolmonite.

Ai primi del ’45 a Campo dei Fiori andavamo a mangiare gli scarti del mercato e mi presi il tifo, con gli zii, soprattutto Lazzerino amante del motociclismo che prima delle leggi razziali partecipò al circuito di Monza. Andai al San Camillo che allora si chiamava Vittorio, stetti oltre quaranta giorni molto male. E uscito io dall’ospedale, il decimo fratello Graziano detto Rugantino s’ammala di fegato: al Bambino Gesù l’andavo a trovare tutti i giorni, aveva quasi due anni e io, con la circolare rossa, arrivavo a ponte Vittorio e salivo a trovare il bambino. 

Tutti ci siamo sposati giovanissimi, a diciotto anni: io a 22, il più vecchio della famiglia!

L’uomo vale per quello che possiede, diceva mio padre, e tante cose mio padre me le diceva mentre dormiva: aveva l’ossessione di tirare su i dodici figli come Dio voleva. 

Le mie quattro sorelle e i miei sei fratelli erano eccezionali. Uno dei miei fratelli Marco, detto Zezè, giocava a carte: una volta, morì sotto una macchina il figlio di uno con cui giocava, e mio fratello gli dette tutti i soldi che aveva. Scene da Roma neorealista. 

 Mio fratello Angelo che stava a Porta Portese è morto nell’89: quando è mancato non si passava con le macchine da tanta gente c’era. I miei fratelli, benvoluti da tutti…

77 anni fa. Il ghetto. Zi’ Pallino ricorda ultima modifica: 2020-10-16T14:45:27+02:00 da BARBARA MARENGO

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1 commento

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Carlo 21 Ottobre 2020 a 11:02

terribile per vicende mai abbastanza conosciute, prezioso per la memoria storica, magnifico per la morale e la fede ebraiche profonde che nel racconto personale affiorano di continuo con accenti semplici e insieme fortissimi, riferite alla famiglia, ai figli, all’aiuto reciproco tra persone “modeste”, al rapporto col Dio d’Israele. Anche un bell’esempio di storia che nasce dalle testimonianze dirette, ma che non si esaurisce in esse. Grazie a chi ci fa sempre imparare qualcosa in più. L’accenno al portiere “eroe” ex Carabiniere che li ha salvati (per un po’) dalla prima razzia mi ricorda un fatto poco conosciuto: la settimana precedente la grande razzia del Ghetto, furono deportati da Roma in Germania circa duemila Carabinieri, a ragione sospettati dai Nazisti di essere non collaborativi quanto i Fascisti; circa duecento non tornarono (fonte: BokerTov)

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