Verde ma non troppo. La realpolitik di Biden sul clima

Il candidato democratico vuole riprendere il percorso iniziato da Barack Obama. Lo fa cercando di trovare una mediazione tra una serie di interessi divergenti
scritto da MATTEO ANGELI
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L’industria americana del petrolio e del gas vota tradizionalmente repubblicano. Secondo il Center for Responsive politics, organizzazione che studia i flussi di denaro nella politica statunitense, nelle tornate elettorali dal 1990 a oggi, due terzi dei contributi provenienti da questo settore hanno finanziato le campagne di esponenti del Grand Old Party. Tuttavia, ora che il candidato democratico Joe Biden è molto avanti nei sondaggi, qualcosa sembra, almeno in parte, cambiare.

Le due più grandi compagnie petrolifere americane, Chevron e Exxon Mobil, hanno incrementato quest’anno le loro donazioni ai democratici – sostiene Reuters. Ciò avviene nel bel mezzo di uno scontro sul fracking, ovvero la fatturazione idraulica, tecnica che ha permesso agli Stati Uniti di sfruttare enormi giacimenti di petrolio e gas di faglia, diventando non solo autosufficienti ma anche esportatori di combustibili fossili. Si tratta di una tecnologia che però attira molte critiche, perché accusata d’usare troppa acqua e contaminarla, di provocare terremoti e d’avere un impatto negativo sulla salute e sulle nascite. 

L’estrazione del gas e del petrolio di scisto richiede il ricorso sistematico alla tecnica della fratturazione idraulica o “fracking”. Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo pionieristico nello sviluppo di questa nuova tecnica.

Su questo tema, rispetto ai climascettici repubblicani, i democratici promettono di ritornare sul percorso iniziato da Barack Obama e di riaderire all’accordo di Parigi. Più nel dettaglio, Joe Biden ha detto che entro il 2050 gli Stati Uniti dovranno raggiungere le zero emissioni nette – l’Unione europea s’è posta lo stesso obiettivo – e che entro quella data il 100 per cento dell’energia impiegata dal paese dovrà essere “pulita”.

A questo s’aggiunge l’impegno a non concedere più autorizzazioni a coloro che vogliono costruire nelle acque e sul suolo federale nuovi pozzi di gas e petrolio, impiegando la tecnica della fratturazione idraulica. Ciò non significa però la fine del fracking, come invece vorrebbe l’ala più progressista della sinistra, che fa capo a Bernie Sanders. Il limite che Biden propone riguarda solo i territori federali, sui quali, al momento, si trova solo il 10 per cento dei pozzi che utilizzano questa tecnica. 

La volontà di Biden di non forzare troppo la mano su questo tema si spiega facilmente. Secondo un rapporto della Camera di commercio degli Stati Uniti, un divieto del fracking nel 2021 porterebbe alla perdita di 5,9 milioni di posti di lavoro in sette stati, entro il 2025, tra cui 600mila posti di lavoro in Pennsylvania, uno degli stati decisivi per conquistare la presidenza. 

E poi ci sono i contributi ricevuti dalle compagnie petrolifere. Dai dati del Center for Responsive politics emerge che, in questa tornata elettorale, Chevron ha dato il 28 per cento dei suoi finanziamenti (su un totale di 4,9 milioni di dollari) ai democratici, contro il 26 per cento nel 2016. Exxon invece ha concesso il 41 per cento dei suoi finanziamenti a candidati Dem, rispetto al 32,6 per cento di quattro anni fa. 

Si fa quindi più forte la pressione sui democratici da parte dell’industria dei combustibili fossili. In questa sfida i petrolieri sono uniti ai sindacati, sul cui appoggio Biden ha potuto tradizionalmente contare durante la sua lunga carriera politica. In particolare, nella cerchia ristretta di consiglieri del candidato democratico, c’è anche Lonnie Stephenson, presidente della International Brotherhood of Electrical Workers (IBEW), potente sindacato che rappresenta 750mila lavoratori. Stephenson ha recentemente fatto infuriare gli attivisti climatici, dicendo che Biden sarebbe a favore di ogni tipo d’energia. In altre parole, l’IBEW preferirebbe puntare sulle tecnologie che possono minimizzare l’impatto in termini d’emissioni, piuttosto che semplicemente scartare le fonti d’energia non rinnovabili.

Joe Biden e Lonnie Stephenson. Il patron di IBEW è uno dei consiglieri più ascoltati in materia di approvvigionamento energetico e cambiamento climatico

O ancora si pensi a un altro importante alleato di Biden, il deputato della Pennsylvania Conor Lamb, che è membro della Biden-Sanders Unity Task Force, un’operazione finalizzata ad avvicinare le due ali del partito. Lamb è convintamente a favore sia dei sindacati sia della tecnica del fracking. 

Non stupisce quindi che giovedì Biden abbia parzialmente preso le distanze dal Green Deal (una proposta di risoluzione per combattere il cambiamento climatico, cambiando produzione e consumi in America) e affermato che vietare l’impiego dei combustibili fossili entro un decennio sarà impossibile.

La differenza tra me e chi sostiene il Green New Deal è che loro dicono, in maniera automatica, che entro 2030 gli Stati Uniti non utilizzeranno più energie non-rinnovabili e in questo modo non provocheranno più emissioni di carbonio. Questo è impossibile. Bisogna essere in grado di compiere una transizione,

ha dichiarato il candidato democratico

Come? Sostenendo il mercato delle auto elettriche, investendo nelle stazioni di ricarica per questo tipo di veicoli e impiegando i lavoratori sindacalizzati per migliorare l’efficienza energetica degli edifici. Una strategia, quindi, che pone l’accento sulle nuove tecnologie e che riprende in questo senso quanto fatto dall’amministrazione Obama. È infatti a Obama che si deve in parte il successo dello Tesla, azienda statunitense leader nella produzione di auto elettriche, che poté contare su un prestito di 465 milioni di dollari concesso dal dipartimento dell’Energia. 

In ogni caso, non è la prima volta che Biden prende le distanze dal Green Deal. Lo fece già durante il primo dibattito presidenziale, dicendo che il suo piano per il clima non è così radicale come Trump vuole far credere. 

Il Green Deal non è il mio piano, io non supporto il Green Deal,

rilanciò su Twitter Kellyanne Conway, a lungo consigliera di Trump, citando Biden. Decisamente non abbastanza per dividere i Dem. Alexandria Ocasio-Cortez, che del Green Deal è la prima firmataria insieme al senatore Ed Markey, rispose:

Non è una novità Kellyanne. Le nostre differenze sono esattamente il motivo per cui mi sono unita alla task force di Biden sul clima – per mettere da parte ciò che ci divide e trovare un piano aggressivo per combattere il cambiamento climatico. 

Verde ma non troppo. La realpolitik di Biden sul clima ultima modifica: 2020-10-18T14:40:59+02:00 da MATTEO ANGELI

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