La stagione degli highlander

Nadal, Federer, Hamilton, LeBron James: lo sport sembra ritornato alla stagione dei campioni senza tempo. E molti di loro sono impegnati nel sociale e in battaglie politiche di primo piano.
scritto da ROBERTO BERTONI
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È uno strano periodo quello che stiamo vivendo. Terminata in maniera alquanto ingloriosa la stagione dei rottamatori e dei nuovisti, sembriamo essere tornati all’antico, ai campioni senza tempo, ai miti che resistono alle ossidazioni dell’età e si confermano ai massimi livelli anche quando dovrebbero essere sul viale del tramonto, ai fuoriclasse assoluti.

Ne abbiamo avuto prova qualche giorno fa, quando Rafael Nadal, a trentaquattro anni, ha trionfato per la tredicesima volta al Roland Garros di Parigi, battendo in finale Novak Djoković e confermando che sulla terra rossa non ce n’è per nessuno. E ne abbiamo avuto prova in Germania, sul circuito del Nürburgring, dove Lewis Hamilton ha uguagliato il record di novantuno successi detenuto da Schumacher e adesso si prepara a superarlo e a raggiungere un altro record, sempre di Schumi, che molti ritenevano imbattibile: i sette titoli mondiali in Formula 1.

Lewis Hamilton in ginocchio a sostegno del movement Black Lives Matter

E che dire di Roger Federer, raggiunto a quota venti slam vinti in carriera da Nadal e pronto a complimentarsi immediatamente con un rivale che è, innanzitutto, un caro amico e un punto di riferimento non solo per gli appassionati di tennis? Intorno alla rivalità fra questi due miti della racchetta è ruotato l’ultimo quindicennio dello sport mondiale, in un confronto intenso, appassionante, un dualismo che nemmeno Djoković, né nessun altro, è mai riuscito a scalfire.

Un po’ come ai tempi di Coppi e Bartali, o si è per Roger o si è per Rafael, tertium non datur, come in tutte le contrapposizioni epiche destinate alla leggenda. La correttezza di entrambi fa il resto: siamo al cospetto di due fenomeni che hanno segnato un’epoca e che sarà difficile per chiunque eguagliare, non tanto sul campo quanto nella passione e nella bellezza con cui hanno continuato a combattere anche quando ormai erano giunti all’apice.

Che dire, poi, di Ciccio Caputo, bomber del Sassuolo delle meraviglie che a trentatré anni, dopo aver mangiato tanta polvere, si sta affermando per il grande attacante che è? La sua è una di quelle favole che solo il calcio vero è capace di racontare: la favola del talento che non si arrende, della classe che non si perde d’animo, della gioia di vivere che resiste anche nelle serie minori e, infine, con naturalezza pari alla tenacia di chi la esprime, esplode all’improvviso e inonda la Serie A di reti e di spettacolo. Ora Ciccio è arrivato anche in Nazionale e sarebbe assurdo se non dovesse essere convocato per i prossimi Europei, specie se riuscisse a mantenersi sui livelli marziani che ha saputo esprimere in questo inizio di stagione e in tutta la precedente.

Il trentanovenne Ibrahimović, dal canto suo, non fa più notizia: ha sconfitto tutto e tutti, compreso il Covid, e pur essendo caratterizzato da un ego ipertrofico, non si può certo dire che la sua notevole considerazione di sé non sia proporzionata al valore smisurato di un fenomeno che sabato scorso è stato capace di vincere il derby praticamente da solo, ribadendo le ambizioni dello sbarazzino Milan di Pioli, tanto giovane e inesperto quanto affamato di gloria dopo un decennio trascorso in posizioni di classifica che non hanno nulla a che spartire con la sua storia.

LeBron James, infine, è diventato ormai un sinonimo di basket, un po’ come l’amico e rivale Kobe Bryant, a sua volta faro dei Lakers, tragicamente scomparso lo scorso 26 gennaio. Kobe ha conquistato con i gialloviola di Los Angeles l’anello della NBA, consentendo ai Lakers di raggiungere, a quota diciassette, i Boston Celtics, e di issarsi in vetta a una classifica in cui è naturale che stiano.

La caratteristica a margine di alcuni di questi campioni è che non si tratta solo di straordinari interpreti delle rispettive discipline ma anche di personaggi impegnati nel sociale e in battaglie politiche di primo piano, ad esempio contro il razzismo e le violenze a scapito dei neri. Non ci dimentichiamo che l’NBA, in agosto, si è fermata per lanciare un messaggio fortissimo e non ignorabile a un’America in guerra con se stessa.

LeBron James

E non ci dimentichiamo che Hamilton si è inginochiato in segno di rispetto e vicinanza al movimento Black Lives Matter contro le violenze dei poliziotti ai danni degli africano-americani. A ciò il pilota britannico somma la passione e l’impegno attivo in favore dell’ambiente e contro lo sversamento della plastica in mare, divenendo il testimonial ideale di due delle sfide che innerveranno la politica nei prossimi decenni e la frattura, tutt’altro che inattuale, fra destra e sinistra.

Possiamo aggiungere al prestigioso elenco anche il “solito” Cristiano Ronaldo, a sua volta alle prese col Covid e simbolo di una Serie A in cui vanno di moda gli highlander e i gol over trenta, a dimostrazione che siamo entrati in un’altra fase storica e che i giovani avvertono, più che mai, il bisogno di essere guidati da questi esempi che, in molti casi, sono stati gli idoli dell’infanzia e, pertanto, esercitano nei loro confronti un fascino prossimo alla venerazione.

È l’età dell’esperienza o, più semplicemente, la rivincita degli uomini e dei loro valori sui marchi che senz’altro li alimentano ma, con ogni evidenza, scontano il limite di non possedere un’anima.

PS Un doveroso omaggio a Ezzeldin Bahader. Il calciatore egiziano, 75 anni a novembre, è stato riconosciuto ufficialmente come il calciatore professionista più anziano di sempre. L’attaccante è stato insignito del titolo dal Guinness World Records sabato sera dopo aver giocato con il 6 October Club, nel match perso 3-2 contro l’El Ayat Sports Club SC nella terza divisione dell’Egitto, all’Olympic Stadium. A fare il tifo per lui in tribuna i suoi quattro figli e sei nipoti.

La stagione degli highlander ultima modifica: 2020-10-20T12:20:00+02:00 da ROBERTO BERTONI

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