Se la Familia Real non è più garante dell’España plural

Sono sempre meno quelli che apprezzano la Corona. I giovani, dai 16 ai 24 anni, sono i più lontani dall’istituzione e voterebbero in massa per la repubblica. Una questione che divide il paese tra sinistra “repubblicana” e destra “monarchica”.
scritto da ETTORE SINISCALCHI
Condividi
PDF

Il re di Spagna è il capo dello stato, il garante della costituzione, promulga le leggi, propone al Parlamento e nomina il capo del governo, dissolve le Cortes generales (le camere spagnole) e indice le elezioni, è il capo delle forze armate. È, insomma, il supremo garante dello svolgersi della dinamica democratica. La crisi a cui la monarchia è sottoposta per gli scandali finanziari che coinvolgono il “re emerito” – oggetto di inchieste e procedimenti giudiziari in Svizzera, Inghilterra e Spagna, e protagonista della clamorosa “fuga” negli Emirati arabi, arrivata dopo che nel 2019 avvenisse il suo ritiro ufficiale dalla vita pubblica e istituzionale deciso dall’attuale sovrano, Felipe VI, che in concomitanza ha rinunciato a ogni bene ereditario di “provenienza non accertata” – è quindi un grande problema istituzionale che pesa sulla democrazia spagnola. 

Di cosa pensino gli spagnoli della suprema garanzia costituzionale, però, incredibilmente, da anni non c’è più traccia nelle inchieste d’opinione, da quella del Centro de investigaciones sociológicas (Cis) alle tante inchieste e sondaggi delle testate giornalistiche. Se il primo caso ha dell’incredibile (come se l’Istat smettesse di includere la Presidenza della Repubblica nelle sue domande sulla fiducia nelle istituzioni) per la stampa, parliamo di quella mainstream, la spiegazione è di contesto e illumina anche il comportamento del Cis.

La casa reale – che non è solo il ruolo istituzionale ma anche una famiglia potente con un fitto tessuto di relazioni e la capacità di esercitare molta influenza – è la garante di quel patto che nel 1978 portò al passaggio incruento dalla dittatura franchista alla democrazia. Un processo a lungo considerato un modello ma che ora vede esplodere diverse criticità. Un patto che fu anche di continuità, soprattutto economica e finanziaria, e dal quale è nata la classe dirigente attuale del paese iberico, i blocchi di potere mediatico, industriale e bancario, buona parte della classe politica, la pubblica sicurezza e l’intelligence, l’esercito, la magistratura.

La monarchia non si tocca, quindi, perché vorrebbe dire toccare un po’ tutti, la grande stampa per prima. Una difficoltà trasversale, ben rappresentata dalla granitica negazione della “vecchia guardia” del Psoe a espungere dal dibattito qualsiasi riferimento a una messa in discussione di quel processo per farne un bilancio, anche davanti alle evidenti contraddizioni che si manifestano.

Il crollo di credibilità della monarchia è stato una progressione costante negli ultimi anni. Le inchieste del Cis ne descrivono la parabola, passata, nei dieci anni dal 1994 al 2014, da un voto di oltre 7 su 10 al 3,4 del 2014, l’anno dell’abdicazione di Juan Carlos I in favore del figlio, Felipe VI. La valutazione del 2015 dette al nuovo monarca solo un voto di 4,3. Da allora il Cis ha smesso di chiedere agli spagnoli cosa pensassero dell’istituzione, per evitare ancor più imbarazzanti risultati.

Con gli scandali che hanno colpito la corona il vuoto cominciava a essere insostenibile. A colmarlo è arrivata un’iniziativa della Plataforma de Medios Independientes (Piattaforma dei media indipendenti, Pmi), che riunisce sedici testate spagnole, di carta e in digitale – tra le quali il quotidiano on-line Público, la web radio Carne Cruda, in sinergia col quotidiano on line el Diario, e riviste digitali come Contexto, Crític, Cuartopoder, Mongolia, Pikara Magazine – per commissionare un’inchiesta di opinione sulla Corona spagnola. La piattaforma si è rivolta al pubblico delle diverse testate e ha aperto un crowdfunding che in poco più di ventiquattr’ore ha raccolto 1.965 sottoscrittori e 32.000 euro. L’inchiesta è stata commissionata all’istituto demoscopico 40dB, guidato da Bélen Barreiro, nata nel 1968, studiosa di scienze sociali di fama, ex presidente del Cis e prima ancora analista del gabinetto di governo di José Luis Rodríguez Zapatero. 

Francisco Franco e Juan Carlos I

L’inchiesta, molto approfondita (è consultabile nella sua interezza andando qui), descrive le dinamiche del desencuentro tra la Spagna e la Casa reale, e quindi lo stato dell’istituzione della monarchia costituzionale. Partiamo subito dalla domanda principale: se ci fosse un referendum tra monarchia e repubblica come voterebbero gli intervistati (è pur sempre un’indagine demoscopica ed è bene ricordarci che di questo si tratta)? Il 40,9% sceglierebbe la repubblica e il 34,9% la monarchia. Seppur molto polarizzato tra destra e sinistra, il dato ha anche una componente trasversale. Il 12,9% del totale è indeciso, il 55% dei votanti del Psoe voterebbe repubblicano, il 79,2% dell’estrema destra di Vox monarchico, in misura maggiore del 76% dei votanti del Partido popular, mentre quasi un quarto degli elettori di Ciudadanos voterebbero repubblicano e questa opzione è quasi totale negli elettori di Unidas Podemos. 

La prima evidenza è che la monarchia ha perduto gran parte della fiducia della cittadinanza e che è un’istituzione che divide profondamente gli spagnoli, polarizzando le opinioni tra favorevoli e contrari più delle altre oggetto dello studio (esercito, pubblica sicurezza, partiti, parlamento, amministrazioni locali, Chiesa, potere giudiziario, sindacati, media). 

La monarchia non solo non gode più di un consenso generalizzato ma è, anzi, un fattore di aspra divisione, da istituzione di tutti rappresenta oggi soprattutto destra e estrema destra. Confrontando con i dati del Cis, e muovendoci sull’asse destra-sinistra, possiamo vedere come nel 1994 la fiducia fosse di 8,2 (sempre su dieci) da parte degli elettori del Psoe e dell’8,1 per gli elettori del Partido popular; nel 2020 per gli elettori socialisti è del 4,3 mentre per quelli del Pp è del 7,1; a sinistra del Psoe siamo passati dal 5,9 degli elettori di Izquierda unida di 16 anni fa all’1,2 di quelli di Unidas Podemos oggi. La fiducia delle sinistre è, insomma, crollata, mentre quella delle destre resta alta, anche se in discesa.

Sofía de Borbón, regina emerita, disegnata da Luis Grañena

Altra polarizzazione nella polarizzazione è quella territoriale. Nel 1994 la monarchia era apprezzata in tutte le Comunità autonome, con ampissimo margine in 13 su 17, con ampio margine in altre tre (la Rioja, Navarra e Catalogna) e con la sufficienza nel Paese basco. Oggi ottiene la sufficienza solo nella Comunità di Madrid e in Castiglia-La Mancia, tocca il 4 nella maggioranza dei territori, restando al di sotto nelle Baleari e in Navarra e non raggiungendo il 3 in Catalogna e nel Paese basco. Un dato che ci dice che il re non viene visto come garante della España plural ma percepito come rappresentante di una visione castiglianista della Spagna, ritenuta soffocante non solo dai territori dove più forti sono le opzioni identitarie e nazionaliste. Una percezione derivata probabilmente dalle parole espresse dal sovrano quando è intervenuto ufficialmente in merito alle crisi che stanno attraversando il paese, quella territoriale su tutte.

La corona, poi, non è vista come neutrale ma, anzi, viene percepita come decisamente di destra. Se il re emerito Juan Carlos I viene ritenuto più conservatore, il figlio, Felipe VI, pur considerato preparato non è percepito come neutrale ma decisamente di destra, oltre che di scarsa empatia. Anche i suoi comportamenti rispetto agli scandali paterni vengono percepiti come discutibili, quasi la metà degli intervistati ritiene che sapesse delle commissioni illegali del padre. 

L’inchiesta interroga sui quattro membri principali della famiglia reale, il re Felipe VI, la regina Letizia, il re emerito Juan Carlos I e la regina emerita Sofía. Anche qui c’è una grande polarizzazione tra destra e sinistra, con un elemento comune nel fatto che la più apprezzata è la regina emerita Sofía. Felipe VI supera la sufficienza col 5,8, la regina Letizia è di poco al di sotto col 4,7, Juan Carlos I ha una nota media di 3,3, coi votanti di Pp e Vox che gli danno il 5,7, quelli del Psoe il 2,9, quelli di UP lo 0,8.

Siamo davanti a un tracollo evidente, cui però vanno aggiunti altri elementi. Una decisa maggioranza, a destra come a sinistra, considera la monarchia un elemento stabilizzatore e giudica importante questo ruolo. Sempre in maniera trasversale vengono però reclamati dei cambiamenti, nel senso della trasparenza, ovverosia che vengano resi pubblici tutti i beni della Casa reale e dei singoli componenti, e dell’uguaglianza, con la possibilità che il re venga giudicato anche per gli eventuali atti illegali privati commessi durante il mandato, cosa che adesso la costituzione esclude, infatti i fascicoli aperti dalla magistratura spagnola si limitano al periodo successivo all’abdicazione di Juan Carlos. Per gli intervistati questo non basta. Il 74 per cento ritiene infatti che gli scandali abbiano danneggiato l’immagine del paese nel mondo. Una limitazione dei poteri del re come capo dello stato viene però richiesta solo dagli elettori di Psoe e Unidas Podemos.

I giovani, dai 16 ai 24 anni, sono i più lontani dall’istituzione, quelli che meno apprezzano la corona e i componenti della Casa reale e che voterebbero in massa per la repubblica. Gli under 18 sono quelli più distanti dalla politica, non leggono la pagina politica dei giornali, non seguono i programmi sull’argomento in radio e tv. E i giovani in genere sono anche quelli che meno ritengono che la democrazia sia, in generale, il regime nel quale vivere meglio: solo il 40,2% gli dà la massima importanza (9 o 10), con un risultato medio di 7,6 rispetto a una media generale di 8,6. La maggioranza in questa fascia d’età non riconosce alla corona un ruolo stabilizzatore, neanche rispetto alle tensioni territoriali. 

Questi, a grandi tratti, alcuni degli elementi di maggior interesse dell’inchiesta. L’impressione è che una chiave di lettura possa essere che, pur non gradendo più la monarchia, gli spagnoli temano un cambiamento di regime. Il che si inquadra anche coi risultati delle ultime richieste di opinione nelle quali tra le maggiori richieste degli spagnoli ci sia la stabilità. Dopo anni di tensioni, di crisi territoriale, di giudizializzazione della politica, di imbastardimento del confronto politico, di scandali, con politica e media da tempo oltre l’orlo della crisi di nervi, non è difficile da capire che siano stanchi e preoccupati. 

Una lettura breve e incisiva la dà Enric Juliana, vicedirettore aggiunto del quotidiano La Vanguardia, che così ha commentato su Twitter.

In Spagna si stanno formando un Blocco Monarchico e un Club Repubblicano. Il Blocco ha potere e il Club solo opinione. In una situazione di difficoltà sociale prolungata il Blocco vince ampiamente. L’inchiesta pubblicata fa fede di una rabbia ma anche di un desiderio: calma.

Calma. Anche perché tra i modelli democratici non viene visto male il presidenzialismo – il che ricorda alcuni precedenti storici di superamento della monarchia con un “monarca elettivo”, come i presidenzialismi statunitense e francese. Non è automatico che la risposta alla crisi di credibilità della monarchia, in quanto ritenuta di parte e incapace di mediare nei conflitti, non possa volgersi nella ricerca di una figura ancora più di parte, ma eletta direttamente dal popolo. Nella Spagna divisa e in conflitto permanente c’è da chiedersi se sia meglio un monarca con poteri limitati o un presidente eletto direttamente con ampi poteri. Il rischio che le divisioni si proiettino sulla figura di garanzia appare concreto, aumentando il clima si scontro e l’autorevolezza dell’istituzione in un meccanismo pericoloso per la tenuta del paese.

Insomma, se la ricerca di un referendum tra monarchia e repubblica non è detto che sia un sentiero percorribile, a cominciare dalle maggioranze necessarie in Camera e Senato per avviare le riforme, col rischio di spaccatura nei partiti e un confronto che facilmente diverrebbe scontro ferocissimo capace di polarizzare ancora di più una società già esausta, non è per niente detto che giunga a una soluzione che non rappresenti l’eterogenesi dei fini. C’è da dire che, però, la propensione della pubblica opinione ad avviare riforme anche profonde dell’istituzione sembra maggiore di quella delle sue classi dirigenti, dinamica che si vede chiaramente nel Psoe, in cui la valutazione dell’istituzione e la sua difesa sembra molto maggiore nella dirigenza che nella base, sia essa militanza o semplice elettorato.

Felipe VI e Juan Carlos I

Questa inchiesta d’opinione ci dice, infine, qualcosa anche sul ruolo dell’informazione, in un’epoca di crisi che non possiamo ridurre soltanto al suo aspetto tecnologico, pure fondamentale nel suo rovesciare i meccanismi di creazione di risorse economiche attraverso la vendita del prodotto giornalistico. La piattaforma ha fatto un importante lavoro che viene a riempire un vuoto colpevolmente creato dalle istituzioni e dalla stampa. Solo la stampa indipendente poteva rompere gli obblighi delle buone relazioni con la Casa reale a cui sono subordinati i media spagnoli.

Questo ci dice che in Spagna c’è una vitalità nel mondo dell’informazione maggiore che da noi, un settore, diciamo non mainstream, di grande qualità e diffusione, spesso nato su iniziativa di giornalisti provenienti da grandi testate, grazie anche a un mercato pubblicitario meno blindato di quello determinato da noi dalla legge Gasparri, e che cammina su progetti editoriali che nascono sulla base di una riflessione sul ruolo dell’informazione nella democrazia. Un percorso riconosciuto dai fruitori dell’informazione, che finanziano con abbonamenti e sottoscrizioni per progetti specifici questo lavoro.

Un’informazione che non si limita a informare ma agisce anche una funzione importante della stampa nelle società contemporanee, essere in interlocuzione dialettica della politica, se non “cane da guardia della democrazia” almeno impegnata a mettere alla prova le affermazioni e i fatti, senza fingere equidistanza ma non facendo sconti neanche, spesso soprattutto, alla parte politica cui si sente più affine. Una funzione troppo spesso abbandonata dalle grandi testate, in Italia come in Spagna – si pensi alla crisi catalana e alla subordinazione della stampa alle avverse propagande dei nazionalismi castiglianista e catalano.

Con la preziosa capacità, nell’assenza di iniziativa della politica, di fornire strumenti al dibattito democratico. Studiato il tema, in questo caso il rapporto tra la cittadinanza e la suprema istituzione di garanzia, si producono dati che vengono elaborati e utilizzati per un dibattito pubblico. Un dibattito ampio che si sviluppa sulle diverse testate. Tra tutti quelli comunque rintracciabili nelle testate citate, suggeriamo quello aperto da Contexto, la nostra “rivista amica” in Spagna – testata on-line “orgogliosa di arrivare tardi alle ultime notizie”, fondata dall’ex corrispondente da Roma de El País, Miguel Mora – che ci sembra offrire una pluralità di voci e di approcci, anche se partendo da una posizione decisamente repubblicana, molto utile e approfondita.

La protesta dei catalani contro il re Felipe VI nel 2017
Se la Familia Real non è più garante dell’España plural ultima modifica: 2020-10-20T12:57:27+02:00 da ETTORE SINISCALCHI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

1 commento

Avatar
Alberto 21 Ottobre 2020 a 11:14

Ottimo articolo,che analizza approfonditamente uno stallo istituzionale,Sarebbe interessante estendere queste analisi ad altri paesi europei,per avere una fotografia della situazione politica-istituzionale,anche di fronte ai cambiamenti economici e strutturali che si stanno attuando in questo momento di crisi mondiale.

Reply

Lascia un commento