Ricordare è poter scordare

Memoria e oblio, oblio e perdono in un articolo della “Civiltà cattolica”.
RICCARDO CRISTIANO
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Se c’è una figura importante per la nostra rudimentale formazione religiosa è sicuramente quella di Dante Alighieri. A scuola la Divina Commedia si studia molto meglio e molto più dei Vangeli. Tutto sommato “religione” non è mai stata materia importante come “italiano” e, se si vuol prendere un buon voto in italiano, Dante bisogna conoscerlo. Ai miei tempi c’era l’uso di imparare a memoria interi brani del capolavoro dell’esule fiorentino, soprattutto dell’Inferno. Ma la nostra stessa cultura “dantesca” è adeguata, è buona? La domanda viene spontanea leggendo la conclusione di un articolo davvero importante che padre Giovanni Cucci ha scritto per l’ultimo numero de La civiltà cattolica:

Dante pone il Lete, il fiume della dimenticanza, al vertice del Purgatorio, nel Paradiso terrestre: qui le anime, dopo aver conosciuto ed espiato le loro colpe, possono finalmente dimenticarle per accedere alla beatitudine eterna del Paradiso (cfr Inferno, XIV, 136-137; Purgatorio, XXVIII, 121 ss). Per loro resterà solo la memoria del bene. All’Inferno, al contrario, i dannati, che non hanno compiuto questa purificazione della memoria, sono costretti a ricordare il male commesso. E a rinfacciarselo per l’eternità.

È questo il punto d’arrivo di una riflessione davvero importante su memoria e oblio. La prima è un bene, il secondo un male? No. Se il punto d’arrivo è importante, apre gli occhi, fa riflettere, il punto di partenza dell’articolo, sorprendente: ci parla del protagonista di un racconto di Borges, un uomo che ha perso la capacità di dimenticare. Lui ricorda tutto, ogni singolo gesto, ogni singola parola, ogni sguardo, ogni rumore: tutto. Cosa ricorda? E cosa può fare? Il suo cervello è come imbottito di dati, è pesante, potremmo dire “bloccato”.

Studiando, leggendo, conoscendo, padre Cucci arriva a scoprire e a farci scoprire che, in un altro universo culturale rispetto a quello del grande scrittore argentino, uno psicologo russo non altrettanto conosciuto aveva scritto qualcosa di simile, di molto simile:

Il racconto di Borges ha trovato una conferma puntuale nella vicenda di Solomon Šereševskij (1887-1958), descritta dallo psicologo russo Alexander Lurija in un libro, “Viaggio nella mente di un uomo che non dimenticava nulla”, pubblicato in inglese nel 1968, e del quale Borges non poteva aver avuto notizia, dal momento che Funes, o della memoria, era uscito nel 1942. Lurija visitò accuratamente Šereševskij e giunse alle medesime conclusioni di Borges: egli ricordava senza difficoltà sequenze lunghissime di parole, o di numeri, o anche di libri scritti in lingue a lui sconosciute (come “La Divina Commedia”). In questo modo poteva ripetere con estrema esattezza il testo anche a distanza di quindici anni o recitarlo al contrario senza alcuna difficoltà. Ma a un costo pesante: Šereševskij era sprovvisto di logica, non sapeva distinguere un elenco di liquidi da un elenco di animali, o spiegare il significato di un proverbio.

Presentato così il saggio di padre Cucci potrebbe essere equivocato: non è un attacco alla “cultura della memoria”, non è un elogio dell’oblio, ma una riflessione profonda su cosa significhi ricordare, e come farlo, o magari non farlo.

Se è dunque giusto esaltare le capacità straordinarie della memoria umana e deplorare la sua decadenza, di solito si fa meno caso all’importanza che l’oblio riveste in ordine alla sanità intellettuale. In realtà i due processi, lungi dall’essere contrapposti, costituiscono un aiuto vicendevole: in altre parole, dimenticare non è di per sé un difetto della memoria, ma una necessità salutare. Quando si smarrisce questo sottile e forse indefinibile equilibrio, divengono entrambi nocivi per la salute. Il ricordo non è una mera registrazione. Per diventare “nostro”, richiede una presa di distanza dall’accaduto e una sua ripresa nel presente. Senza tale stacco si smarrisce la dimensione temporale: “Un ricordo troppo perfetto – anche se con l’intento di aiutarci a decidere – può indurci a rimanere impigliati nelle nostre reminiscenze, incapaci di lasciarci il passato alle spalle”.

Rielaborazione e narrazione, non mera registrazione dell’accaduto, questo è uno degli obiettivi del rapporto tra memoria e oblio. Per spiegarlo il gesuita ricorre a una citazione di Proust che fa capire a chiunque non l’abbia letto cosa si sia perso non trovando il tempo e la pazienza per leggere La ricerca del tempo perduto:

 Il tetto di tegole creava nello stagno, che il sole aveva reso di nuovo specchiante, una marezzatura rosa alla quale, prima, non avevo mai fatto attenzione. E vedendo che sull’acqua e sulla superficie del muro un pallido sorriso rispondeva al sorriso del cielo, gridai in preda all’entusiasmo, brandendo il mio parapioggia arrotolato: “Accipicchia, accipicchia!”. Ma immediatamente sentii che sarebbe stato mio dovere non accontentarmi di quell’opaca esclamazione e cercar di vedere più chiaro nel mio trasporto.

Se la nostra memoria non può dunque che essere selettiva, è chiaro che dimenticare è condizione indispensabile per ricordare. Cercando di ricordare l’essenziale dobbiamo dimenticare i dettagli, e forse sta in questo il rapporto tra “memorie”: la mia memoria del “nostro” fallimento si concentra su un elemento che nella “tua” può finire in secondo piano, o svanire. Ma questa mia considerazione non deve allontanarci dallo sviluppo del ragionamento di padre Cucci che con alcuni esempi ci porta davanti ai problemi posti dall’oggi. Il quadro ovviamente è in chiaroscuro:

Oggi per tutti noi è molto più facile trovare on line una citazione che ci serve maledettamente: scartabellare tra i libri della nostra biblioteca, incapaci di ricordare esattamente in quale volume sia e dove sia quel volume tra tutti quelli che abbiamo dentro casa è molto più complicato. Ma questo può accadere anche con avvenimenti della nostra vita, gradevoli o sgradevoli. E questo pone il problema del diritto all’oblio. Il diritto è il diritto, ma il ragionamento non riguarda solo il diritto, ad esempio il diritto di un uomo che ha chiuso i conti con la giustizia a non essere ricordato per tutta la vita per quanto accadde, magari mezzo secolo fa.

Ma l’esempio importante per tutti è un altro. Il padre gesuita ci mette davanti alla storia di Gill Brockell, una giornalista del Washington Post. Quando rimase incinta lei ha cominciato a cercare

on line abitini o biberon o altre cose così per il figlio che aspettava. Il flusso di notizie e di informazioni promozionali l’ha seguitata ad accompagnare però anche dopo il terribile giorno in cui la sua creatura è nata morta. Quegli annunci che l’accompagnavano su Facebook o altrove riaccendevano in lei il dolore anche quando cercava di fuggirne. Perché? Così decise di scrivere a Facebook: la sua lettera, riportata in nota, va letta:

“Gentili aziende tecnologiche: so che sapevate che ero incinta. È colpa mia, non sono riuscita a resistere a quegli hashtag di Instagram. Ho anche cliccato una o due volte sugli annunci di abbigliamento premaman offerti da Facebook […]. E scommetto che Amazon.com ti ha persino detto la mia data di scadenza, il 24 gennaio, quando ho creato quel registro Prime […]. Ma non hai visto il post dell’annuncio con parole chiave come “cuore spezzato” e “problema” e “nato morto” e le duecento emoticon a goccia dei miei amici? E quando milioni di persone dal cuore infranto cliccano su “Non voglio vedere questo annuncio”, sai cosa decide il tuo algoritmo, Tech Companies? Decide che hai partorito. Experian si lancia con il colpo di tracciamento più basso di tutti: un’e-mail di spam che mi incoraggia a “finire di registrare il tuo bambino” per tenere traccia del suo credito per tutta la vita. Per favore, Tech Companies, ti imploro: se i tuoi algoritmi sono abbastanza intelligenti da capire che ero incinta, o che ho partorito, allora sicuramente possono essere abbastanza intelligenti da rendersi conto che il mio bambino è morto, e smettere di mandarmi pubblicità”.

L’articolo di lì a breve ci pone davanti a un altro caso reale:

Il 18 febbraio 2014 Hollie, una ragazza inglese di vent’anni, fu uccisa dal suo fidanzato. Quando i genitori decisero di riprendere le immagini presenti nel suo profilo per ricordarla in un album digitale, scoprirono con orrore che la maggior parte delle fotografie la ritraevano insieme al suo assassino. Come dichiarò il padre alla Bbc: “Mi fa sentire male quando guardo quelle foto […], è un vero peccato che la famiglia e gli amici non potessero vedere il profilo di Hollie senza vedere quelle foto”. Il problema è che la ragazza non aveva dato alcuna disposizione circa la possibile rimozione di materiale dal suo profilo e quindi il gestore non poteva attuare cambiamenti. Alla fine, dopo una lunga battaglia giudiziaria e la sottoscrizione di 11.000 persone, le foto vennero rimosse dal profilo.

Da questi casi si può, anzi si deve passare ai casi relativi all’uso politico dei dati, come ha dimostrato il caso di Cambridge Analytica e qui l’articolo svela nella nota in questione un dettaglio molto interessante:

Informazioni personali erano state utilizzate per influenzare l’atteggiamento degli elettori, ad esempio individuando le madri single, e facendo leva sulla loro paura di essere aggredite a casa per convincerle a sostenere la lobby delle armi.

Ci troviamo così a parlare di diritto all’oblio come se fosse una novità, un fattore che l’uomo scopre ora, perché non ricordiamo

il “decreto di Trasibulo del 403 a. C., promulgato dopo la cacciata dei Trenta Tiranni da Atene: esso aveva lo scopo di voltare pagina e riportare la pace nella città, ponendo fine alla spirale di vendette e regolamenti di conti personali. Aristotele lo chiama «il patto dell’oblio». Un oblio volontariamente posto.”

Memoria, ricordo, e oblio sono dunque poli e come sempre con i poli c’è il problema di considerarli entrambi, trovando un equilibrio nella tensione che i due poli creano. L’istituto della prescrizione significa molto semplicemente che a settant’anni non dovremmo essere perseguiti per qualcosa che combinammo da ragazzi. Ma ciò che interessa di più all’autore è il rapporto tra oblio e perdono: il perdono è un desiderio, non imposto.

Detto con un’immagine, il dimenticare terapeutico significa: prima di poter voltare pagina, bisogna leggerla. Nell’ambito della confessione cristiana, per esempio, si ricorda per dimenticare, ma, prima di poter essere cancellata dall’assoluzione sacerdotale, la colpa va riconosciuta e confessata.

Questo è certamente un grande vantaggio della cultura cristiana rispetto a quella laica, nella quale proprio questa assenza crea rigidità, magari nei propri confronti: quante volte si dice “ma non ti puoi perdonare?”. Nella consapevolezza però che una “certezza del perdono sacerdotale” può ridurre il valore del pentimento a fatto “procedurale” per poter rapidamente tornare, ad esempio, alla stessa infedeltà appena “espiata”.

Ricordare è poter scordare ultima modifica: 2020-10-21T17:37:57+02:00 da RICCARDO CRISTIANO

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