Se perde The Donald rischia la galera

Nelle ultime fasi della campagna, il presidente alza i toni e dice ai sostenitori di voler mandare gli avversari dietro le sbarre. In caso di sconfitta, però, ad avere problemi con la legge potrebbe essere proprio lui
scritto da MATTEO ANGELI
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Lock’em all up! “In galera, tutti in galera”. Donald Trump vede allontanarsi la rielezione e rispolvera il suo slogan più odioso. Nel 2016 il bersaglio era “crooked Hillary”, “Hillary la corrotta”. Oggi invece tocca a Joe Biden e alla sua famiglia. “Biden è un politico corrotto, la sua famiglia è un’impresa criminale! Devono andare in galera!”. O a Gretchen Whitmer, governatrice del Michigan. Whitmer “vuole essere un dittatore in Michigan”, ha dichiarato recentemente Trump a Fox Business. “Vada in galera”, lo hanno incalzato i suo sostenitori durante un comizio a Muskegon. “Yeah. Lock’em all up”, “Sì, tutti in galera” ha gridato The Donald al suo popolo.

Trump, il bullo, ama minacciare di mandare in galera i suoi avversari. Ironia della sorte, in caso di mancata rielezione, a finire dietro le sbarre potrebbe essere proprio lui. Gli elementi accumulati contro Trump negli ultimi anni sono innumerevoli. A essi s’aggiunge una serie di misfatti antecedenti la sua ascesa in politica. Prove solide. Abbastanza per fare del magnate newyorchese il primo presidente americano nella storia a finire sotto processo. 

Durante la convention repubblicana del 2016, un delegato espone un cartello con la scritta “Lock her up!“, “In galera”, lo slogan utilizzato da Trump e i suoi sostenitori contro l’avversaria di allora, Hillary Clinton

Per ora Trump non può essere incriminato, perché è presidente. Lo dicono le leggi federali. Questo potrebbe cambiare dopo il 3 novembre. Vale la pena ricordarlo, Trump non è il primo commander in chief a “sporcarsi le mani”. Alcuni suoi predecessori hanno fatto di peggio. Non serve andare troppo indietro nel tempo. George Bush commise il peggiore dei crimini internazionali, aggredendo militarmente l’Iraq. Lo stesso può essere detto dell’uso che gli Stati Uniti hanno fatto dei droni, per eliminare fisicamente i loro avversari in giro per il mondo. O delle torture sistemiche inflitte ai nemici del paese. 

In confronto, il presidente Trump s’è visto coinvolto in vicende minori. Con il Russiagate, The Donald è stato accusato d’aver cospirato con la Russia per influenzare il risultato delle elezioni del 2016. Trump ha cercato d’ostacolare la giustizia, aveva scritto l’ex procuratore speciale Robert Mueller nel suo rapporto. Un reato punibile fino a cinque anni di reclusione. Il riferimento è al rifiuto di Trump di farsi interrogare sui suoi rapporti con la Russia. Per questo Trump potrebbe, in effetti, essere incriminato una volta decaduto dalla carica di presidente. Ma c’è sempre la possibilità che, in caso di sconfitta, The Donald approfitti dell’interregno che lo separerà dalla presa di funzioni del nuovo presidente – che avverrà solo in gennaio – per auto-concedersi la grazia. 

Robert Mueller, già direttore dell’FBI, è stato il procuratore speciale a capo dell’inchiesta sul Russiagate. Nel 2019, in un’audizione davanti alla Camera dei Rappresentanti, ha dichiarato “possibile incriminare Trump a fine mandato”

Sono i crimini “non presidenziali” che rendono Trump più vulnerabile di ogni altro presidente che lo ha preceduto.

Centrale è il reato di frode fiscale. Secondo un’inchiesta pubblicata a fine settembre dal New York Times, nel 2016 Trump avrebbe pagato solo 750 dollari di imposte sul reddito. In dieci dei quindici anni precedenti, l’importo pagato sarebbe stato addirittura “zero”, perché il magnate avrebbe dichiarato più perdite che guadagni. Molto meno di quanto paga in media un insegnante (7.239 dollari l’anno) o un’infermiera (10.216 dollari). Decisamente riprovevole, ma fin qui niente d’illegale. Trump ha messo in atto una serie di pratiche d’ottimizzare fiscale. La legge americana lo permette. A lui e a tanti altri miliardari. 

Dall’inchiesta del New York Times emerge però anche tutta una serie di dettagli che lasciano meno spazio all’interpretazione. Trump avrebbe messo in piedi un sistema fittizio di consulenze, per trasmettere i soldi dell’azienda ai famigliari. La sua compagnia avrebbe speso 747.622 dollari in “spese di consulenza” per due progetti di hotel a Vancouver e nelle Hawaii. Nel frattempo, la figlia Ivanka avrebbe ricevuto la stessa somma da una compagnia di consulenze di cui è co-proprietaria. Questo è avvenuto nonostante lei sia dipendente della Trump Organization. Se questa informazione fosse confermata, si tratterebbe di un inequivocabile caso di frode fiscale. In America è infatti illegale ricevere onorari di consulenza dall’azienda per cui si lavora. 

È un sistema che permette a Trump di fare doni cospicui ai membri della sua famiglia, senza pagare le tasse dovute. “Spese” che, tra l’altro, Trump ha dedotto dalle imposte. Potenzialmente ci sono in ballo somme da capogiro: dal 2010 al 2018, Trump avrebbe speso ben 26 milioni di dollari in consulenze dai contorni oscuri. 

Seven Springs, la proprietà della famiglia Trump nella contea di Westchester

Dall’inchiesta del Times emergono altri tipi di potenziali frodi fiscali. Trump avrebbe dichiarato una grande proprietà che possiede nella contea di Westchester (nello stato di New York) come investimento immobiliare finalizzato all’attività delle sue aziende. Tuttavia non c’è alcuna prova che Trump abbia usato l’immobile per fini diversi da quelli privati. Il sospetto è che Trump abbia cercato di ridurre l’aggravio delle imposte patrimoniali, facendo passare la casa di famiglia per una spesa legata alla sua attività professionale. 

Questi sono solo gli esempi più lampanti. Secondo Micheal Cohen, ex legale di Trump finito in prigione,

la più grande paura di Trump è di ritrovarsi con una super multa del fisco o addirittura incolpato per frode fiscale. 

Nel 2018 Cohen s’è dichiarato colpevole in rapporto a una vicenda che potrebbe riemergere e colpire Trump, nel caso in cui quest’ultimo perdesse l’immunità. L’avvocato ha ammesso in tribunale d’aver pagato il silenzio della pornostar Stormy Daniels e dell’ex coniglietta di Playboy Karen McDougal, due ragazze a cui è stata attribuita una relazione con l’attuale presidente degli Stati Uniti. 

Da un punto di vista legale, per Trump il problema sta nel modo in cui è avvenuto il pagamento a Stormy Daniels. Questa avrebbe ricevuto centotrentamila dollari poco prima delle presidenziali 2016, in cambio del suo silenzio. La spesa è stata computata come un finanziamento alla campagna di Trump. Di fatto, le leggi federali non impediscono a un candidato di versare alla propria campagna una tale somma. Tuttavia, Trump avrebbe dovuto farlo direttamente, incaricando il suo avvocato d’effettuare il pagamento e rendendone pubblico anche lo scopo. Per ovvie ragioni, invece, The Donald ha preferito usare Cohen come tramite. In questo modo però i due si sono messi nei guai, perché legalmente Cohen non poteva versare al suo cliente più di 5.400 dollari. 

Donald Trump e Stephanie Clifford, in arte Stormy Daniels, in una foto del 2006, pubblicata sul profilo Myspace dell’attrice

Purtroppo per Trump, i fastidi non finiscono qui. Il procuratore distrettuale di Manhattan, Cyrus Vance Jr., non vede l’ora di mettere sotto la lente d’ingrandimento la “condotta potenzialmente criminale della Trump Organization”. Vance, che ha un particolare fiuto politico, non punta solo a incolpare Trump per frode fiscale. Egli ipotizza anche che il tycoon abbia fornito a banche e assicurazioni dichiarazioni mendaci riguardo alla situazione finanziaria della sua compagnia, al fine di pagare un tasso d’interesse più basso sui prestiti che aveva contratto. In certe circostanze, si tratta di un comportamento illecito ai fini delle leggi americane. 

La lista, non esaustiva, di casi in cui Trump potrebbe finire coinvolto se perdesse la presidenza, si conclude, da un punto di vista cronologico, con l’accusa peggiore di tutte. Omicidio colposo. 

Il presidente degli Stati Uniti è un criminale di professione. La risposta di Trump al coronavirus va ben oltre l’errore politico… è stata premeditata. Ci sono persone alla Casa bianca che hanno avvertito Donald Trump. ‘Ci saranno dei morti se non interveniamo’. E la Casa bianca ha preso la decisione, concertata, di lasciar morire le persone. Quello che l’amministrazione Trump sta facendo in seguito all’epidemia di coronavirus è una cosa che negli Stati Uniti non vedevamo da tempo. È il tentativo di spazzare via un gruppo di persone attraverso delle politiche pubbliche.

A dirlo è Glenn Kirschner, già procuratore federale, con alle spalle ventiquattro anni di servizio nell’ufficio del procuratore federale del distretto di Columbia.

Per farla franca, Trump non ha quindi alternativa: deve vincere di nuovo. Lui lo sa bene ed è probabilmente a questo che pensava quando, qualche giorno fa, s’è lasciato andare in un comizio, affermando che, in caso di sconfitta, potrebbe abbandonare il paese. È pronto a scappare, come un dittatore qualsiasi caduto in disgrazia. Come un bullo che non può più fare male. 

Se perde The Donald rischia la galera ultima modifica: 2020-10-22T13:08:11+02:00 da MATTEO ANGELI

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