Politica è/e narrazione

Tredici firme del giornalismo italiano raccontano a ytali come si racconta oggi la politica, anche in confronto con precedenti epoche e tenendo conto delle grandi trasformazioni in atto nell’era digitale. Il risultato è un bel libro, curato da Matteo Angeli e Marco Michieli, e pubblicato dalla nostra rivista: “Raccontare la politica”.
scritto da ADRIANA VIGNERI
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I giornalisti intervistati sono cinque donne: Lucia Annunziata, Maria Teresa Meli, Alessandra Sardoni, Barbara Tedaldi, Alda Vanzan; e otto uomini: Nino Bertoloni Meli, Marco Di Fonzo, Giorgio Frasca Polara, Stefano Menichini, Augusto Minzolini, Nico Perrone, Gianni Riotta, Fabio Martini. I protagonisti del libro, com’è giusto, sono i giornalisti intervistati. Protagonisti del libro, non della politica, com’è ovvio. Ma ci sono, i protagonisti della politica? Emergono, dalla lettura di queste interviste con i più noti giornalisti, magistralmente condotte da Matteo Angeli e Marco Michieli, dei politici protagonisti?

Raccontare la politica, s’intitola la raccolta, ma i politici – in epoca di personalizzazione della politica – dove sono, chi sono?

Ci si aspetterebbe che, nel racconto dei cambiamenti che ha subito la professione di giornalista politico, emergessero delle figure di politici protagonisti che segnano un periodo, che prevalgono, che hanno caratteristiche individuali degne di essere raccontate. Invece no. A fine lettura l’immagine è quella di un grande magma. Tanto è vero che, come rileva Bertoloni Meli a proposito dei “virgolettati”, una cosa è un virgolettato di Berlinguer, Andreotti, De Mita o Craxi, un’altra è un virgolettato di Di Maio e Salvini.

Lo dice da altro punto di vista Augusto Minzolini: se prima si trattava di decriptare un linguaggio iniziatico, ora si tratta di dare forma al caos. Va da sé che dare forma al caos non è mestiere di tutti. In questo magma, i protagonisti politici, al di là delle qualità e della preparazione individuali, faticano a emergere. Tanto che, come dice Lucia Annunziata, la politica è diventata “l’arte di come occupare i media”. Molta scena, tattica abbondante e poca strategia.

Un quadro determinato da un complesso di fattori, che hanno portato disordine senza che si sia ancora riusciti a costruire un nuovo ordine. Basti pensare che sempre più frequentemente si dice che servirebbe una nuova Bretton Woods, un nuovo ordine mondiale, soprattutto finanziario. Manca, in altre parole, un terreno condiviso, a tutti i livelli. E questo, per l’Italia, è vero almeno dal 1992-1994, quando vi fu la frana della maggior parte dei partiti storici e il grande cambiamento del ceto politico. Ma è ancor più vero oggi, dopo che una parte consistente degli italiani si è affidata al Movimento 5 Stelle.

In altri termini, il mestiere del giornalista politico è divenuto più semplice e più complicato al tempo stesso.

Più semplice perché è più facile acquisire le notizie. Ci sono i social. Si può usare lo streaming per assistere agli eventi, anche se questo impedisce di capire i sentimenti delle persone che li seguono.

Più complicato, perché non vi sono più linee politiche ben individuate, e modificate se del caso attraverso discussioni negli organismi di partito. È più difficile comprendere tra le molteplici dichiarazioni pubbliche quelle rilevanti per la politica. Discriminare tra le dichiarazioni da comizio, gli slogan di piazza; dire di più in termini di contenuti. Mettere in fila i fatti, accostare gli eventi in maniera da poterne fornire una lettura. In un mondo in cui tutti scrivono, è sempre più difficile esercitare una forza intermediatrice tra la politica e il consenso. Si accetta che i politici non si sottopongano alle domande dei giornalisti, e che d’altra parte vadano su Facebook a raccontare che cosa mangiano.

Più complicato fare questo mestiere, fino al punto di dichiarare i giornalisti una categoria in crisi. Perché la politica tende a comunicare direttamente con gli elettori: la famigerata “disintermediazione”, resa possibile dai nuovi strumenti digitali. Tuttavia non è tutto così negativo. I giornalisti hanno ancora strumenti forti a disposizione, dato che gli ascolti sui principali telegiornali, Rai, Mediaset e La7, non sono paragonabili a quelli sui social. Chi non vuole fare soltanto da cassa di risonanza ha ancora degli strumenti dalla sua. Non vi è soltanto, nel libro, la cronaca ragionata del giornalismo politico al giorno d’oggi, ma emergono anche due temi di fondo di indubbio interesse: 

  • l’incidenza della televisione, dei talk show, nella costruzione dell’opinione pubblica, che avrebbero forgiato due decenni di italiani, più da spettatori che da protagonisti (Lucia Annunziata);
  • i caratteri della stampa italiana, che non avrebbe avuto una vocazione al quarto potere, piuttosto una tendenza al fiancheggiamento (Fabio Martini).

È interessante l’analisi di Annunziata, con esempi su Renzi e Salvini, secondo cui l’informazione è sostanzialmente reattiva, non è creatrice di nuove forme; coglie un fenomeno che c’è già, non può creare un fenomeno che non c’è. Una volta che i media hanno intercettato il consenso lo possono ingigantire, lo possono usare in bene o in male, ma non sono i media che creano il consenso. “La politica è una questione che si misura in termini di fare e di rapporto con il popolo”.

Fabio Martini dà conto dell’elemento del “fiancheggiamento del potere”, che è stato importante fin dagli albori: iniziando da Il Risorgimento, fondato da Cavour, e da Giovine Italia, di Mazzini, per finire con la Repubblica, con Tangentopoli, e con il ruolo dei giornalisti nei talk show. E con gli editori “impuri”.

Una raccolta di valutazioni e opinioni che fa riflettere, scritta in tono colloquiale, perché così il testo è nato.

Raccontare la politica, di Matteo Angeli e Marco Michieli, con prefazione di Guido Moltedo e postfazione di Andrea Martella, è edito da ytali ed è disponibile sui principali siti librari online: Streetlib, Amazon, IBS, Mondadori Store


Politica è/e narrazione ultima modifica: 2020-10-23T17:53:33+02:00 da ADRIANA VIGNERI

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