La Russia di Putin tra Biden e Trump

Per quale dei due candidati fa il tifo il Cremlino? Come cambieranno dopo il 3 novembre le relazioni tra Washington e Mosca?
scritto da ANNALISA BOTTANI
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“Non è così importante”, questo è il punto di vista di circa due russi su tre a proposito del presidente americano migliore per la Russia, tra Donald Trump e Joe Biden. Si tratta del risultato di un sondaggio condotto alla fine del mese di settembre dal “Levada Center” e reso noto da Radio Free Europe / Radio Liberty. Il 51 per cento dell’opinione pubblica russa ha sentito parlare della campagna presidenziale americana, mentre il 36 per cento ne ha sentito parlare, ma per la prima volta. Alla domanda “quale sarebbe il miglior presidente secondo la prospettiva russa?” il 65 per cento ha risposto giudicando la questione irrilevante, il 16 per cento pensa che la scelta giusta sia Trump, il 9 per cento Biden, mentre per il 10 per cento è difficile rispondere.

Questo è solo un primo sguardo alla visione dell’opinione pubblica russa. Se analizziamo, invece, la posizione del Cremlino e delle élite, la prospettiva cambia radicalmente, oscillando in maniera ambivalente e ambigua tra i due candidati per motivi completamente differenti.

Secondo l’analista politica Tatiana Stanovaya, il risultato delle elezioni americane avrà un effetto importante sulle future azioni del Cremlino a livello nazionale e internazionale. Secondo una battuta molto popolare in Russia, “le elezioni presidenziali americane sono uno dei più importanti eventi della politica interna russa.”

In base all’opinione comune, il candidato favorito del Cremlino sarebbe Trump, mentre Mosca vedrebbe Biden come una minaccia agli interessi del paese. In realtà non vi è un chiaro consenso tra le élite al potere su quale sia il miglior candidato per la Russia.

Nel 2016 Trump fu una sorpresa gradita per il paese in quanto la sua retorica differiva radicalmente rispetto a quella dei suoi predecessori: nessuna critica, nessuna predica, nessuna promozione dei valori liberali, solo appelli ad “andare d’accordo” con Putin. Trump, inoltre, si è impegnato in questi anni ad allontanare gli alleati europei della Nato, ridimensionando il ruolo degli Stati Uniti nei conflitti internazionali, oltre a considerare la Cina il vero nemico, e non la Russia. Sembrava, dunque, promettere due cose: un elemento “distruttivo” che avrebbe spazzato via l’approccio americano precedente, spostando il focus delle policy USA verso la politica interna, e un elemento “creativo” che avrebbe permesso di raggiungere un accordo tra i due paesi. La prima promessa fu più o meno mantenuta, anche se costò alla Russia sanzioni ancora più rilevanti e la distruzione delle fondamenta stesse dei rapporti tra le parti. Il secondo aspetto fu completamente disatteso: sarebbe stato impossibile raggiungere un accordo.

Trump e Putin: la posizione del Cremlino verso il presidente americano è più complessa del previsto e vi sono diverse scuole di pensiero tra le élite. Foto da @pattykazUSA

Malgrado quattro anni di aspettative svanite e nuove sanzioni, il sogno di raggiungere un accordo con Trump ancora persiste al Cremlino, anche se è opportuno sottolineare che la preferenza di Putin per Trump è legata, principalmente, all’avversione per Biden.

La posizione di Putin è ambivalente per ovvie ragioni. Secondo alcune dichiarazioni rilasciate a mezzo stampa il 7 ottobre e riportate dall’Associated Press, i commenti di Putin sulle elezioni americane hanno avuto un duplice obiettivo: schierarsi dalla parte di Trump, proiettando i Democratici in una posizione filorussa, e, nel contempo, tenere aperte più alternative, “flirtando” con l’area di Biden in caso di vittoria di quest’ultimo, oltre ad affermare di essere pronto a collaborare con qualunque futuro presidente. Di Biden ha criticato la “tagliente retorica antirussa”, cui la Russia è abituata sin dai tempi in cui era vicepresidente sotto la gestione Obama. Ricordiamo che durante una visita a Mosca nel 2011 Biden disse che sarebbe stato un male per la Russia se Putin si fosse candidato per un terzo mandato. Nel 2014, quando le truppe russe occuparono il territorio ucraino, Biden divenne il referente di Obama per quell’area. Putin, tuttavia, sempre nel corso del messaggio ha lodato la posizione di Biden sul controllo degli armamenti a seguito del suo annuncio di voler estendere il trattato New Start in scadenza a febbraio. Un’operazione impossibile con l’attuale presidenza americana.

Il tono delle dichiarazioni rilasciate da Putin, come noto, tende a variare nel tempo. Lo dimostra il commento relativo al figlio di Biden, Hunter, riportato da Reuters il 25 ottobre. Il Presidente ha, infatti, dichiarato di non intravedere nulla di criminale nei rapporti di business del passato di Hunter Biden con la Russia o l’Ucraina, rispondendo ai commenti di Trump espressi durante i dibattiti televisivi elettorali:

Sì, in Ucraina Hunter Biden gestiva o gestisce ancora un’attività di business, non lo so. Non ci riguarda. Riguarda gli americani e gli ucraini

ha affermato Putin.

Ma sì, certo, ha avuto almeno una società di cui era a capo e, valutando il tutto, ha guadagnato bene. Non vedo nulla di criminale in questo, almeno non sappiamo nulla in proposito (se vi sia qualcosa di criminale).

Sempre il 7 ottobre Putin ha, inoltre, lamentato il fallimento di Trump nel migliorare le relazioni tra Mosca e Washington, dando tuttavia la colpa di questo fenomeno a un “consenso bipartisan” sul bisogno di contenere la Russia per frenare lo sviluppo del paese. I commenti di Biden su Trump quale “burattino di Putin” sono stati considerati, in realtà, dal presidente un complimento perché rafforzano il prestigio della nazione, esaltandone “l’incredibile influenza e potere”. Anche in questo caso, come indicato da Reuters il 25 ottobre, la sua posizione verso Trump è apparsa più dura rispetto al 7 ottobre.

Secondo Stanovaya, la posizione del Cremlino verso Trump è più complessa del previsto e vi sono diverse scuole di pensiero tra le élite.

Alcuni sono ancora convinti che Trump sia l’uomo giusto e che possa portare all’avvio di una nuova era nelle relazioni tra i due paesi. Questo era il pensiero dominante fino a luglio 2018 quando Putin incontrò Trump a Helsinki. Un incontro ricco di aspettative che, tuttavia, non videro mai la luce. Certamente Trump potrebbe essere uno strumento per seminare il caos nella classe politica americana e distruggere l’unità dell’Occidente. In questa prospettiva non importa ciò che la Russia può ottenere da Trump in quanto la sua politica contraddittoria e distruttiva rende gli Stati Uniti più esposti e fragili, dando alla Russia carta bianca a livello internazionale e in patria. La propensione di Trump per l’isolazionismo supera i vantaggi che la presidenza Biden potrebbe portare. La Russia potrebbe perseguire i propri interessi, in un rapporto di non interferenza reciproca a livello nazionale e internazionale, nei diversi conflitti attivi nello spazio post-sovietico o in Siria. Questa è la visione più diffusa tra i siloviki che non si aspettano alcuna svolta nelle relazioni bilaterali.

Vi sono anche altri esponenti dell’élite russa che vedono nella vittoria di Trump più criticità che vantaggi. Parliamo di diplomatici e di consiglieri attivi nell’ambito della politica estera, esclusi dal processo decisionale. Secondo questi ultimi, l’imprevedibilità e la scarsa professionalità della politica americana sotto Trump sono una minaccia non solo per gli Stati Uniti, ma anche per la comunità globale, inclusa la Russia. Inoltre, Biden, da politico interno al Sistema, avrebbe più potere di Trump nell’implementare accordi con Mosca.
Nel 2016 questo gruppo era convinto che la presidenza Clinton fosse meno dannosa di quella di Trump.

Secondo un’altra scuola di pensiero (che include anche i siloviki), pessime relazioni con Washington possono essere una garanzia per perseguire a livello nazionale un’agenda più conservatrice. L’obiettivo è quello di difendere l’interesse nazionale e la stabilità politica dal nemico straniero, indipendentemente dal suo volto, Trump o Biden. Biden stesso sembra essere, sempre secondo questa scuola di pensiero, più “vantaggioso” visto che la sfiducia reciproca e la retorica conflittuale potrebbero subire un incremento, rendendo più agevole il rafforzamento del controllo politico sugli affari nazionali. Questa posizione, per ora ai margini delle discussioni sulla politica estera, conferisce maggior peso a tale linea, anche alla luce del caso Navalny.

L’approccio adottato dalla Russia nella fase attuale sembra essere più sobrio e pragmatico. L’elezione di Trump ha reso il paese un ostaggio nella battaglia che infuria nella politica interna americana. L’auspicio è che la vittoria dei Democratici possa portare almeno un vantaggio: spostare il focus dall’interferenza russa e, in cambio, rendere il dialogo con la Russia stessa meno tossico per gli americani. Inoltre, Putin sta avviando nuove iniziative, ossia il confronto su questioni chiave globali presso il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Un progetto che richiederà un coinvolgimento più responsabile e professionale da parte degli Stati Uniti, elemento alquanto difficile da raggiungere con Trump. Dunque, la vittoria di Biden, considerati i fallimenti di Trump stesso, potrebbe non essere lo scenario peggiore per la Russia.

Proprio la necessità di spostare il focus dall’interferenza russa nelle elezioni americane rappresenta un obiettivo chiave per Mosca.

Il 2 ottobre a Ginevra il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien e la controparte russa – Nikolaj Patrushev – si sono incontrati per discutere, in primis, di questo tema.

Per il Time, alla luce dei sondaggi sul possibile esito delle elezioni, il Cremlino sembra deciso a cambiare le tattiche adottate nel 2016, scegliendo forme di “interferenza” meno aggressiva, ossia attraverso i social network e i media di stato, e offrendo agli americani una “tregua parziale”.

Una forma di interferenza resa ancora più facile dalle dichiarazioni di Trump: attraverso operazioni mirate di information warfare, il leader americano semina il dubbio che le elezioni siano truccate, dando la possibilità alle tv di stato russe di amplificare la portata di queste insinuazioni.

Anche secondo Bret Schafer, che segue le campagne di disinformazione straniere presso il gruppo “Alliance for Securing Democracy”, questa forma di interferenza è sicuramente più debole rispetto al 2016. Interferenze definite, comunque, “very active” da Christopher Wray, direttore dell’Fbi.

Un ex funzionario senior dell’intelligence russa vicino al security establishment ritiene che si tratti di un passo preventivo. Se Biden sconfigge Trump:

dobbiamo trovare un modo per avviare il processo di normalizzazione delle relazioni. Non vogliamo essere accusati di interferire ancora. Ne abbiamo abbastanza.

Le tattiche di interferenza non sembrano essere così efficaci anche per due fattori: Facebook e altri social network hanno chiuso molti falsi account che la Russia utilizzava nel 2016. L’altro fattore è legato alla propaganda russa che per Schafer sembra meno visibile online in quanto lo storytelling americano sui social media è così “tossico, polarizzato e intriso di folli teorie della cospirazione” che la Russia non deve fare altro che amplificare ciò che è già presente. Un ex ufficiale del Pentagono ritiene che la Russia sia divenuta anche più abile nel coprire le proprie tracce e che i report successivi alle elezioni, ad esempio a gennaio 2021, potranno davvero dire cosa è accaduto.

Tuttavia, le agenzie e le strutture di intelligence americane ritengono che la Russia stia cercando ancora di interferire. Microsoft ha dichiarato che gli stessi gruppi delle strutture militari russe che hanno hackerato la campagna dei Democratici nel 2016 hanno tentato di attuare simili intrusioni nei sistemi informatici di più di duecento organizzazioni, inclusi partiti politici e agenzie di consulenza. Anche secondo l’Fbi, la Russia e l’Iran hanno avviato “azioni specifiche” per influenzare le elezioni americane ottenendo informazioni sulla registrazione degli elettori, anche se, ad oggi, non sono emersi segnali di alterazione del processo elettorale.

Secondo quanto riportato da Radio Free Europe / Radio Liberty, il 23 ottobre gli Stati Uniti hanno, inoltre, imposto sanzioni a un istituto governativo di ricerca russo (Central scientific research institute of chemistry and mechanics) collegato al malware Triton e responsabile dello sviluppo di altri malware capaci di prendere di mira sistemi di sicurezza industriale.

Come si accennava in precedenza, la preferenza di Putin per Trump è legata alla sua avversione nei confronti di Biden in quanto quest’ultimo potrebbe attuare misure restrittive verso la Russia proprio per l’interferenza del 2016. Parliamo di sanzioni, congelamento degli asset, misure cyber o altri interventi. Secondo un ex funzionario russo dell’intelligence, si tratta di elementi contro cui la Russia, in questa fase economica, non sarebbe in grado di reagire. In risposta all’offensiva russa del 2016, l’apparato militare americano avrebbe installato, secondo quanto riferito, dei malware nella power grid russa. Se gli USA attivano tali armi contro le operazioni di hackeraggio russe, potrebbe scaturire una cyber war.

Sicuramente sono sgradevoli le campagne di disinformazione e l’influenza sulla percezione dell’opinione pubblica, ma il problema più grande è dato dall’uso militare dell’information technology come l’hijacking delle infrastrutture chiave. Il resto è secondario. Lo stesso Putin ha messo in guardia gli Stati Uniti circa “il rischio di un conflitto su larga scala in ambito digitale”, proponendo lo scambio di “garanzie di non interferenza negli affari interni dell’altro, inclusi i processi elettorali.” Un appello simile a quello lanciato (e rimasto lettera morta) nel 2018 quando aveva proposto un gruppo di lavoro congiunto sulla cybersecurity. Ora tale appello è stato ripreso durante i colloqui di Ginevra, anche se hanno avuto un risultato diverso per Russia e Stati Uniti. O’Brien ha dichiarato che non sarà tollerato alcun tipo di interferenza nelle elezioni americane e che i russi si sono impegnati ad allinearsi a quanto definito, mentre i russi hanno affermato che entrambe le parti hanno confermato l’intenzione di non interferire negli affari interni dell’altro. Dichiarazioni che hanno suscitato i commenti sarcastici su Twitter dell’ex direttore della Cia Michael Hayden: “No problem at all then, thank you Mr. Putin.”

Un momento dell’ultimo dibattito tra Trump e Biden

Se guardiamo ai media di stato, la Russia non ha adottato una politica neutrale in queste elezioni e non si è schierata in maniera chiara a favore di Trump o Biden, oscillando in maniera ambigua tra i due candidati. Non sono mancate le eccezioni: dopo l’annuncio del contagio da Covid, la tv di stato ha dedicato lunghi servizi di supporto a Trump in cui si esaltava la sua “virilità”.

Per NPR il giornalista e presentatore di Rossiya 1 Dmitry Kiselyov ha utilizzato il primo dibattito presidenziale per criticare l’America “as a whole”: a tutti coloro che hanno guardato il dibattito è rimasta una sensazione di “disgusto”, ha affermato Kiselyov.

Trump, un tempo celebrato come amico della Russia, non è più visto così favorevolmente. Secondo un sondaggio pubblicato a settembre, solo il 23 per cento dei russi ha un’opinione positiva di Trump, mentre il 43 per cento ne ha una negativa. Di Biden ha sentito parlare per la prima volta il 55 per cento dei russi.

E i commenti della tv di stato, ripresi da Steve Rosenberg della BBC, confermano questa tesi: Trump e Biden

si detestano così tanto che è chiaro che il candidato perdente non parteciperà all’inaugurazione. Con l’attuale situazione negli Stati Uniti, potrebbe accadere qualsiasi cosa… Se i marziani apparissero ora nelle strade americane, nessuno sarebbe sorpreso.

Vale anche per la carta stampata. Citando i commenti di questi ultimi giorni, Rosenberg riporta il punto di vista di alcuni quotidiani di stato, tra cui Rossiyskaya Gazeta, che partendo dall’analisi dell’ex ministro degli esteri russo Igor Ivanov liquida Trump come “un presidente debole, senza un programma e un supporto solido” a livello nazionale. In questi anni le relazioni tra i due paesi si sono deteriorate notevolmente, malgrado l’apprezzamento di Trump per Putin o gli sforzi avviati per minare l’unità in Occidente. Le sanzioni economiche rivolte alla Russia sono incrementate per questioni legate all’Ucraina, alla Siria, alle armi chimiche e alla cooperazione energetica tra Russia e Germania. Non vi sono prospettive di miglioramento e sono previsti per i prossimi anni conflitti e rivalità nelle relazioni tra i due paesi.

E Biden? La Russia potrebbe non beneficiare necessariamente di una gestione Dem. La lotta interna agli Stati Uniti continuerà, comunque, e non vi sarà una svolta significativa in quanto, secondo il quotidiano, Biden non ha la volontà o il capitale politico per farlo. Tuttavia, considerata la dipendenza di quest’ultimo dalla “macchina” del partito, sarà più prevedibile e adotterà eventualmente una posizione più equilibrata su temi strategici tra cui, ad esempio, il controllo degli armamenti. Proprio su questo tema Putin si è espresso il 26 ottobre proponendo l’avvio di ispezioni mirate da parte della Nato e della Russia delle basi militari reciproche per assicurare una moratoria sul dispiegamento di nuovi missili in Europa a seguito del ritiro da parte degli Stati Uniti e della Russia stessa, avvenuto lo scorso anno, dal Trattato Inf (Intermediate-range nuclear forces treaty), oggetto di numerose controversie tra le parti.

Anche altri quotidiani (da Moskovskij Komsomolets a Izvestia) riflettono sull’eventuale stato dei rapporti con un presidente come Biden, alla luce del punto di vista di un esperto di relazioni USA-Russia, Andrey Kortunov, e di altri analisti. Da una parte, sarebbe più facile collaborare con Biden stesso per la sua età, il suo stile professionale, la sua esperienza nel campo delle relazioni internazionali, elementi che lo porterebbero a delegare maggiormente rispetto a Trump. Molte decisioni operative sarebbero prese da burocrati e collaboratori e la sinergia con la Russia diverrebbe “maggiormente professionale” e “prevedibile” in quanto la Russia stessa conoscerebbe già i referenti dei team di lavoro. Le red lines sarebbero facilmente individuabili, anche se certamente non si tratterebbe di posizioni filorusse. 

Trump, tuttavia, secondo le riflessioni della stampa, pur avendo sempre apprezzato Putin, non è pro Russia, essendo un nazionalista convinto deciso a portare avanti gli interessi del proprio paese, anche se confliggono con quelli degli altri. Per quanto concerne gli aspetti finanziari, i media si interrogano sul possibile effetto sul rublo e sul sistema economico. Con Biden fioccherebbero velocemente le sanzioni e anche il sistema bancario ne risentirebbe: se il paese fosse escluso dal Swift e dal sistema di pagamento internazionale, il budget russo potrebbe, infatti, perdere circa 1 trilione di rubli l’anno. Per il rublo e gli asset russi una vittoria di Trump sarebbe preferibile, riducendo i rischi geopolitici e garantendo maggiore stabilità al mercato degli idrocarburi. La presidenza Biden potrebbe tradursi nell’applicazione di sanzioni a progetti energetici, dal Nord Stream 2 a LNG alle trivellazioni offshore. Ma lo scenario peggiore si presenterebbe se uno dei candidati decidesse di non accettare l’esito elettorale.

Secondo quanto riportato da Meduza, anche la posizione di Russia TodayRT è cambiata molto rispetto a quattro anni fa. Il network si è, infatti, “divertito” alle spalle di Trump, condividendo il 22 settembre un “deepfake” video, in cui parodiava le opzioni del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti dopo una sua eventuale sconfitta in autunno.

“3 novembre: Donal Trump perde le elezioni americane contro Joe Biden”, recita il titolo del video di YouTube di RT. “5 novembre: Trump vola a Mosca per firmare un contratto con RT.” Nel video Trump lotta per stare al passo con il teleprompter, sta sull’attenti quando riceve una telefonata dal Cremlino e scappa da una caffetteria di Mosca senza saldare il conto, dicendo che il Messico pagherà per il cibo.

Dunque, qual è “il male minore” per la Russia in questa delicata fase politica ed economica?

Secondo l’analista Masha Lipman, le prospettive di un miglioramento delle relazioni sono fosche, indipendentemente dal candidato che vincerà. Se Biden diviene presidente, potrebbe unire gli alleati europei contro Mosca, mentre se Trump viene rieletto i suoi oppositori politici potrebbero perseguire una politica ancora più dura nei confronti della Russia. Gli unici elementi in grado di aiutare il Cremlino sarebbero la polarizzazione e il turmoil negli Stati Uniti: e con turmoil intendiamo un indebolimento degli Stati Uniti stessi. Questo, e non un miglioramento nelle relazioni, secondo Lipman, è l’unico fattore di cui può beneficiare e in cui eventualmente sperare il Cremlino.

La Russia di Putin tra Biden e Trump ultima modifica: 2020-10-27T18:19:10+01:00 da ANNALISA BOTTANI

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1 commento

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Eric J. Lyman 29 Ottobre 2020 a 10:48

A mio parere, per il Cremlino e’ un vantaggio se gli Stati Uniti sono introversi e deboli. Le divisioni del paese sono così profonde che probabilmente sarà così nel breve termine indipendentemente dal risultato dell’elezione. Ma penso che un’amministrazione Biden sarebbe molto più competente nel medio e lungo termine e per questo motivo ritengo che la Russia sarebbe più felice se Trump vincese.

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