#Pelé80. Come te non c’è nessuno

scritto da ROBERTO BERTONI
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“Quando ho visto il pallone in rete, ho pensato a tutti i bambini poveri del mondo, a tutti quelli che han bisogno di aiuto”: basta questa frase per riassumere chi sia stato come campione e chi sia come uomo Edson Arantes do Nascimento, meglio noto come Pelé, incarnazione di un’idea di bellezza che non muore. Come ha scritto Jorge Valdano, “è candidato all’eternità”. E in effetti, ora che ha raggiunto il prestigioso traguardo degli ottanta, il ragazzo di Bauru trasmette un senso di nostalgia, di vuoto, di tristezza, il rimpianto per un tempo trascorso troppo in fretta e per un passato che ci manca molto, se non altro per la sua dimensione epica, pionieristica, ai limiti del realismo magico, in un Brasile povero, arretrato e dittatoriale che ogni quattro anni riscopriva, tuttavia, la gioia di vivere grazie ai funamboli vestiti di verdeoro di cui Pelé costituiva l’essenza.

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Era il Brasile delle favelas, il Brasile reduce dalla disfatta del ’50, e quei ragazzi altro non erano che la speranza, l’orgoglio, la voglia di riscatto di una nazione straziata dal dolore per una sconfitta che il giornalista e scrittore Nelson Rodrigues definì addirittura la “nostra Hiroshima”, con annessa dannazione del povero terzino Bigode e, soprattutto, del portiere Moacir Barbosa.

Pelé aveva pianto in quei giorni, aveva chiesto a un crocifisso una spiegazione di quella tragedia e promesso che avrebbe fatto tutto il possibile per regalare, un giorno, al proprio paese la soddisfazione di un Mondiale. Ne avrebbe vinti tre: il primo a diciassette anni, l’ultimo nel ’70, ormai maturo, alla guida di una favola irripetibile, con cinque numeri dieci contemporaneamente in campo e un gioco impossibile da descrivere, se non considerandolo poesia, meraviglia, infinito.

1° ottobre 1977, Giants Stadium, New Jersey. Pelé abbraccia il pugile Cassius Clay [Muhammad Ali] nella cerimonia d’addio al calcio giocato. Quel giorno Pelé giocò il primo tempo con la maglia dei New York Cosmos, sua squadra di allora, e il secondo con la maglia del Santos, la sua storica squadra brasiliana.

Pelé rimarrà scolpito, nell’immaginario collettivo degli italiani, per quel colpo di testa a Città del Messico con cui portò in vantaggio i carioca, ridicolizzando l’incolpevole Tarcisio Burgnich e trasmettendo un’idea di onnipotenza fisica che ci è rimasta impressa per sempre. Rimarrà nell’immaginario mondiale per il mito del Santos, per le finali intercontinentali, per il millesimo gol realizzato nel novembre del ’69, per il suo smisurato talento, per la sua forza d’animo e per il fatto che fosse brasiliano ma, in realtà, non avesse patria o continente, trattandosi di un fenomeno universale per cui tutti, compresi gli avversari, finivano col fare il tifo. Ottant’anni e una certezza globale: come lui nessuno mai.

#Pelé80. Come te non c’è nessuno ultima modifica: 2020-10-30T20:24:21+01:00 da ROBERTO BERTONI

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